<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-8577004451338754756</id><updated>2012-02-16T15:39:10.673-08:00</updated><category term='Gioacchino Basile'/><category term='Documenti'/><category term='Rassegna stampa'/><category term='Lettere aperte'/><title type='text'>Gioacchino Basile</title><subtitle type='html'>Questo sito nasce per oppormi a quelle “concezioni esecutorie della legge” che pezzi importanti della Magistratura (lo testimonia duramente la storia), hanno imposto, ogni volta che la verità si stava facendo largo e puntava al cuore marcio di quella mafia che ha il “volto delle istituzioni”.</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Giocchino Basile</name><uri>http://www.blogger.com/profile/02927092151441947961</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>15</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8577004451338754756.post-6930764912633264468</id><published>2008-04-18T08:54:00.000-07:00</published><updated>2008-04-26T01:37:18.777-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Lettere aperte'/><title type='text'>Lettera aperta</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify; font-family: arial;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_9qVypSHQU8k/SAjEpgWge_I/AAAAAAAAABI/NWdS1O1_Ii8/s1600-h/strage.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://1.bp.blogspot.com/_9qVypSHQU8k/SAjEpgWge_I/AAAAAAAAABI/NWdS1O1_Ii8/s320/strage.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5190614787882515442" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Preg.mo Dottor Manfredi Borsellino&lt;br /&gt;E p.c.&lt;br /&gt;Ai Familiari dei Poliziotti caduti in via D'Amelio con il Dottor Paolo Borsellino: ai quali spero,che la presente giunga tramite la buona volontà del Dottor Manfredi Borsellino.&lt;br /&gt;Senza molte speranze, anche Al Procuratore Nazionale Antimafia: Dottor Pietro Grasso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al Presidente della Repubblica: Giorgio Napolitano: spero che almeno, Lui risponda prontamente, imponendo la sua Autorevolezza a favore dei valori della Verità e della Giustizia, contro chiunque e contro qualsiasi interesse.&lt;br /&gt;A tutti gli uomini e le donne del mio Paese, che non vogliono arrendersi a quella mafia, che a sinistra, come a destra, ha storicamente avuto il volto delle Istituzioni.&lt;br /&gt;Premessa alla lettera aperta che segue&lt;br /&gt;Nella lettera aperta che segue, si snodano e si liberano inesorabilmente quelle verità che notificano, la descrizione della sparizione dei confini fra Stato e Antistato; viaggiando dentro di essa si perde la possibilità di individuare l'Antistato perchè lo Stato, dentro quello stabilimento navale delle Partecipazioni Statali ed in quella importante borgata marinara di Palermo, da almeno 25 anni, si era dissolto.&lt;br /&gt;Protagonisti degli scenari in oggetto sono pezzi importanti di quella Procura di Palermo che, come si delinea dalle indagini della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla mafia e dai tantissimi momenti significativi e giudiziari della mia storia, non si attivò mai per portare alla luce le compromissioni fra Fincantieri e "cosa nostra".Credo sia giusto che gli attori istituzionali a cui si riferiscono le pagine che seguono (quelli che avrebbero potuto sbagliare in buona fede), si adoperino assieme ai familiari delle vittime affinché sia la verità ad emergere, pretendendo l'attivazione di approfondite indagini in ordine ai fatti che da ben quattro anni ho già, in parte, messo a disposizione dell'autorità giudiziaria senza, alcuna fortuna: ciò è accaduto anche in presenza del fatto che quelle Procure e/o la Procura di Caltanissetta, dopo ben 14 anni e malgrado i tantissimi "pentiti" non hanno mai avuto un movente forte, sul quale poggiare una definitiva "ipotesi accusatoria" che porti a luce, il volto dei mandanti.&lt;br /&gt;I fatti proposti e documentati, impongono una impietosa analisi, perchè in ogni omicidio e in ogni strage che hanno visto vittime gli uomini delle Istituzioni, le Procure siciliane non hanno mai, storicamente cavato un ragno dal buco, quando si è trattato d'arrivare alle responsabilità politiche e Istituzionali che quegli omicidi e quelli stragi hanno ordinato.&lt;br /&gt;Le organizzazioni terroristiche, ("Brigate Rosse" ed affini) sono state sgominate partendo da un appunto e/o un semplice segnale telefonico... quando invece ci si è trovati di fronte agli assassini ed alle stragi attuate in funzione politica dall'organizzazione denominata "cosa nostra" malgrado le rozze tracce, malgrado i rozzi depistaggi, ed i tantissimi "pentiti", non si è mai arrivati alla verità che ha il volto dei mandanti.&lt;br /&gt;Scrive Bacone: ci sono tre stadi per celarsi e mascherarsi. In primo luogo ci si procura discrezione, riservatezza e segretezza allorchè non ci si lascia osservare o analizzare per ciò che si è. In secondo luogo si raggiunge la dissimulazione, in senso negativo, quando si diffondono indizi e motivazioni per non apparire ciò che si è. Infine si ha la simulazione al positivo, quando qualcuno in modo ingegnose deliberato, finge d'essere quello che non è. (sic. Ndr)&lt;br /&gt;Per difendere l'onore e la credibilità del nostro Paese contro il potere della mafia e dell'organizzazione criminale denominata "cosa nostra", ho personalmente messo a disposizione la mia vita e l'esistenza del mio nucleo familiare: chi scrive e la propria famiglia, da ben 9 anni non vive più nella propria terra e di certo non per una questione di mera testimonianza, ma per la scelta patriottica di una battaglia di verità e giustizia già lunga ben 24 anni, durante i quali le uniche certezze emerse sono la debolezza, le difficoltà e le omissioni delle istituzioni nei confronti di chi, non aveva nessun obbligo professionale e/o motivo personale per scontrarsi frontalmente contro la più infame fra tutte le organizzazioni criminali che la mente umana potesse partorire: "cosa nostra".&lt;br /&gt;Deve essere chiaro. Gioacchino Basile non cerca colpevoli ad ogni costo; cerca quella verità ristabilisce e consolida, l'onore delle nostre Istituzioni Democratiche.&lt;br /&gt;Come Pietro Verri, penso che le responsabilità che in estrema naturalezza si dovessero delineare, dal mio forte e chiarissimo quadro probatorio, non vanno attribuite solo ai singoli Magistrati, ma sopratutto a quella distorta concezione culturale del potere che è sempre la velenosa spina nel fianco della nostra Democrazia, anche se m'affascina la contrapposta e lucida considerazione di Alessandro Manzoni riguardo a quei Magistrati che mandarono a morte degli innocenti:&lt;br /&gt;E’ un sollievo pensare che, se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell'ignoranza che l'uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa; e che di tali fatti si può bensì esser forzatamente vittime, ma non autori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lettera aperta a Manfredi Borsellino&lt;br /&gt;Caro Manfredi,&lt;br /&gt;quando il tardo pomeriggio di quella maledetta domenica, segnata dalla storia con la data del 19 luglio 1992, appresi dalla televisione della strage di via D'Amelio, la notizia non penetrò l'animo mio solo in termini d'intenso dolore, ma anche come un'atroce beffa che intuivo, ma che non riuscivo ad interpretare con la forza della ragione; era un sentire la beffa, un pensare di comprenderne le ragioni, che però non riuscivano a liberarsi dalla sensazione d'essere forzate dalle mie forti emotività.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quel giorno, ebbi la tremenda paura, che "le difficoltà" della Procura di Palermo, con la morte di Tuo padre, potessero ritornare arrogantemente in scena.&lt;br /&gt;Di quelle "difficoltà", che si evidenziavano ogni volta che il "modello produttivo" di Fincantieri e le compromissorietà criminali venivano messi in evidenza dalle denunce dello scrivente e dei propri compagni di lavoro, come in passato anche da altri attori dirigenziali e/o imprenditoriali, avevo avuto modo di parlarne, già nel mese di maggio del 1989 ed anche dopo, l'assemblea sciopero del 2 novembre dello stesso anno, organizzata dallo scrivente per denunciare la presenza criminale dentro lo stabilimento navale, con due Magistrati della Procura di Palermo, nei locali del "Coordinamento Antimafia" di cui loro erano simpatizzanti ed io, componente del direttivo.&lt;br /&gt;I due Magistrati che ben sapevano delle "difficoltà" della Procura di Palermo e delle motivazioni che le determinavano, si dicevano scandalizzati ma, pronti ad esercitare il loro ruolo e le loro funzioni contro quel "bieco potere" appena si fosse presentata l'occasione per liberare la Procura dal dominio della DC di Andreotti e di Salvo Lima.&lt;br /&gt;Circa due mesi dopo, (gennaio 1990) scaturiva l'operazione "Big Jhon" che vedeva protagonisti le famiglie dei Galatolo, protagonisti criminali che già molti anni, insieme ai miei compagni di lavoro chiamavo in causa nella qualità di padroni incontrastati dello scenario imprenditoriale dentro Fincantieri di Palermo,dove svolgevano il ruolo "politico della garanzia omertosa", attorno a tutte le attività illecite che scaturivano dagli affari degli appalti e di tutto ciò che era inconfessabile in ogni ordine e grado della vita aziendale e sindacale... A quelle quasi decennali denunce pubbliche e giudiziarie, in quel momento storico s'aggiungevano prepotentemente, le rivelazioni dei "pentiti " che chiamavano in causa i Galatolo, nella qualità "di famiglia" dominante nel territorio interessato; fatti di cui anche la stampa e le tv avevano già dato ampie notizie...&lt;br /&gt;Un anno dopo, quell'intenso "scambio di notizie", uno dei due Magistrati, ebbe la delega per le indagini, in ordine alle mie dichiarazioni di fronte al Pretore del lavoro,che lo stesso invio alla Procura della Repubblica, quando Fincantieri mi licenziò, con la pretestuosa accusa di aver diffamato il suo dirigente principale a Palermo....(dicembre 1990)&lt;br /&gt;Le indagini che in quel momento storico (gennaio1991) si potevano attivare senza che nulla ostasse alla collaborazione da parte mia e dei lavoratori non avrebbero concesso scampo ai Galatolo, ai tanti collusi con "cosa nostra" ed a Fincantieri.&lt;br /&gt;Ma, quel Magistrato, che ben conosceva la mia pubblica storia e ben sapeva dei Galatolo, pur sapendomi reintegrato al lavoro con provvedimento del Pretore a seguito di procedura d'urgenza, non solo, non interrogò mai lo scrivente che poteva reiterare ed arricchirle con fatti, circostanze e nomi, le strategicamente "prudenti" dichiarazioni fatte davanti al Pretore del lavoro, (dove ero stato fortemente condizionato dalla presenza dei legali di Fincantieri che s'avvalsero anche della presenza del figlio di Bruno Contrada di cui (funzionario del Sisde) sapevo da "radio popolo", e di cui personalmente avevo vivo ricordo di scene inquietanti) ma, non indagò nemmeno le dichiarazioni dei "pentiti" in ordine al ruolo dei Galatolo nella borgata marinara e dentro lo stabilimento navale, anche e non ultime, in presenza delle ancora, (in quel tempo) attualissime vicende "Big Jhon" e del libro mastro trovato in casa dei Madonia in via D'Amelio nell'anno 1989.&lt;br /&gt;Quel Magistrato e l'altro suo collega che era anche stato componente del pool Antimafia con Giovanni Falcone, di talché, anche per motivi d'ufficio, sapevano già tantissimo sui cantieri e sugli attori criminali che dominavano la scena: ma, tutto si concluse con una risibile ed indecorosa scelta di rinuncia, che offese la dignità della nostra Costituzione ed il sacrificio di quei tanti eroi (uomini delle Istituzioni) che da più d'un decennio, già morivano per riscattare l'onore della Sicilia e dei siciliani: è utile confermare che dopo questi fatti, i due Magistrati ed in particolar modo quello che aveva fatto parte del pool con Giovanni Falcone, cominciarono a sfuggirmi sfrontatamente, ogni qualvolta avevamo modo d'incontrarci nei Convegni e/o incontri politici organizzati dal "Coordinamento Antimafia", in quel tempo impegnato con "la Rete" di Leoluca Orlando.&lt;br /&gt;Si è trattato di un errore? Una cosa posso dire senza timore di smentita: di così tanti clamorosi errori ed amarissime delusioni è piena la mia storia, anzi la nostra storia. Tutti, proprio tutti, i nostri Eroi prima di essere uccisi dal braccio militare di "cosa nostra" hanno dovuto fare i conti con la "concezione esecutoria della legge" di molti loro colleghi.&lt;br /&gt;Se i Falcone ed i Borsellino, con la semplicità della ragione forzavano quelle "concezioni esecutive", erano accusati di eccessivo protagonismo (sic)!.. Lo stesso hanno fatto e continuano ancora oggi a fare contro di me e le mie ragioni di uomo libero, sindacalisti corrotti, politici ed i tanti lacché del potere ad ogni costo.&lt;br /&gt;Nel corso di un processo penale a mio carico a seguito di querela presentata dal Magistrato fonte dei miei sospetti, (strategicamente costretto alla querela dallo scrivente, per avere sue dichiarazioni in aule e/o luoghi Istituzionali in ordine ai fatti, oggetto dei miei sospetti) Il 6 ottobre 2005, durante l’esame dello stesso nella qualità di persona offesa, mentre rispondeva alle domande del mio avvocato, mi tornavano in mente le parole che (io e lui) ci dicemmo nella sua stanza, alle ore 10 del 16 luglio 1992, quando mi ascoltò nella qualità di persona informata sui fatti, a seguito dell'argomentato e documentato Esposto-dossier che avevo, già informalmente, consegnato in copia a tuo padre la sera del 25 giugno e poi spedito in Procura dietro suo esplicito sollecito lunedì 29 giugno successivo.Dottore, gli chiesi quella voltaha parlato con il Dottor Borsellino?&lt;br /&gt;Si, mi rispose, quel Magistrato, con l'atteggiamento di chi non amava le chiacchiere ideologiche e l'intrusione altrui nel proprio ruolo, però sia ben chiaro, niente politica; solo fatti e nomi dei protagonisti...&lt;br /&gt;Tutto ciò accadeva sotto lo "sguardo neutrale" di altro suo giovane collega che segnò la presenza in quella stanza solo scrivendo al computer e firmando quel verbale contenente fatti e nomi che arricchivano notevolmente quell'Esposto-dossier già consegnato a tuo padre la sera di giovedì 25 giugno 1992 in occasione di un dibattito pubblico organizzato dalla rivista "Micromega" presso la Biblioteca Comunale di Palermo.&lt;br /&gt;Mi raccomando, domani mattina lo spedisca subito in Procura, mi disse quella volta tuo padre, dopo averlo letto e visionato nella sua articolata documentazione allegata:&lt;br /&gt;anche se, non ho la delega su Palermo, nella qualità di Procuratore aggiunto, lo seguirò personalmente.&lt;br /&gt;Quella sera gli occhi di tuo padre, notificarono che era finalmente finita l'impunità di Fincantieri, dei sindacalisti corrotti e di "cosa nostra".&lt;br /&gt;La mattina del 10 luglio 1992, (è cioè, appena 10 giorni dopo la spedizione postale dell'Esposto in oggetto che avevo spedito, lunedì 29 giugno 1992) quando la Polizia mi notificò l'invito a comparire, alle ore 10 di giovedì 16 luglio 1992, innanzi al Magistrato che oggi è l'oggetto del mio sospetto, ebbi la prima inequivocabile conferma che tuo padre era presente ed interessatissimo a quella inconfutabile e dettagliata circostanza giudiziaria.&lt;br /&gt;Quel verbale (16 luglio 1992) deve esistere, e non solo quel verbale... c'è, molto di più dentro la Procura di Palermo in ordine alla mia storia ed a quella di Fincantieri. Vi sono molti di quegli errori che ho il dovere (uti civis) di denunciare fino al definitivo chiarimento dei fatti che formano l'oggetto del mio sospetto e di indicare proprio quegli errori come criticabile frutto della"concezione esecutoria" della legge.&lt;br /&gt;Quegli errori, per più d'un vent'ennio, salvarono dalle responsabilità penali le dirigenze delle Partecipazioni Statali, sindacati ed i politici di quel cosiddetto arco-costituzionale, che attraverso i mai identificati "cerchi concentrici" utilizzarono le "funzioni regolatrici" di "cosa nostra" per assicurarsi l'omertà ambientale attorno agli inconfessabili progetti politico-economici e sociali posti in essere in Sicilia ed al sud più in generale.&lt;br /&gt;A protezione dei patti, riguardanti la Fincantieri di Palermo, fù utilizzata, la capacità intimidatrice e corruttrice della "famiglia" mafiosa che, negli anni 80, si rese protagonista delle stragi di molti uomini delle Istituzioni (vedi Chinnici e Dalla Chiesa) e del mancato attentato all'Addaura contro Giovanni Falcone (con riferimento a questa azione criminosa, su qualsiasi sito web, potrai leggere la sentenza della Corte di Cassazione N 40799 del 19 ottobre 2004) (sic.)&lt;br /&gt;La Procura ed il GIP di Caltanissetta, a seguito delle mie argomentate e documentate insistenze nel proporre il legittimo sospetto che, da ben quattro anni attende d'essere chiarito, avrebbero dovuto quantomeno attivare un minimo d’indagine.Bastava verificare anche a livello minimale, i fatti che lo scrivente aveva esposto e che si riportano di seguito. Ritengo che, in primo luogo, andavano verificate le giustificazioni del Magistrato in oggetto, nei procedimenti penali (voluti con strategica determinazione dallo scrivente) che ci hanno visto contrapposti, recuperare ed esaminare il verbale che ci vide protagonisti alle ore 10 di quel giovedì 16 luglio 1992 e constatare se il contenuto dello stesso unitamente a quello già stigmatizzato nell’Esposto poteva indurlo ad errori di sorta, se tuo padre fosse rimasto in vita.Il Magistrato in oggetto in quel momento storico lavorava già da anni al famoso "libro mastro" trovato in casa dei Madonia in via D'Amelio (1989) ed era informatissimo sulla vicenda criminale denominata "Seat Port" che identificava nei Galatolo e nei Madonia gli autori del traffico di ingenti partite di cocaina trasportate in Sicilia con la nave "Big John", che (sic.) ormeggiava dentro lo stabilimento navale Fincantieri con "il pretesto" di dover fare lavori poi, in gran parte, mai effettuati. In quel tempo, quel Magistrato, così come tutta la Procura di Palermo, godevano del notevole supporto fornito da molti "pentiti" che indicavano inconfutabilmente già da anni i Galatolo nella qualità di padroni socio-criminali del comprensorio territoriale dei cantieri navali e del porto di Palermo (sic.).&lt;br /&gt;Dopo questi primi minimi rilievi investigativi, la magistratura si sarebbe resa conto che il mio sospetto merita attenzione, perchè i decennali errori della Procura di Palermo unitamente agli errori, che dal 16 luglio 1992 hanno visto protagonista il Magistrato in oggetto, hanno finito per favorire "cosa nostra" che continuò ad esercitare il suo potere dentro lo stabilimento Fincantieri almeno fino all'anno 1997, vanificato le mie sofferte battaglie frontali contro i criminali e ucciso la speranza fin dentro la coscienza di migliaia di lavoratori e di decine di migliaia di nostri concittadini.&lt;br /&gt;In buona sostanza, al di là d'ogni ragionevole dubbio in quella precisa circostanza, gli errori di quella Procura di Palermo, non potevano andare in scena, se tuo padre fosse rimasto vivo: Lui era assolutamente, ingovernabile e incondizionabile, in quel momento storico, dal potere politico e dalla mafia che ha il volto delle Istituzioni.&lt;br /&gt;Restando alle risposte evasive, alle troppe contraddizioni, ai” non ricordo” ed alle dichiarazioni assolutamente non corrispondenti alla verità del magistrato in questione, in ordine all’esposto del 29.6.1992, appare chiarissimo che nessuno mai gli aveva posto alcuna domanda in merito, malgrado le precise e pressanti richieste di verità e giustizia che avevo posto all'attenzione della Procura di Caltanissetta, già dal successivo mese di febbraio dell'anno 2003, anche a costo di mettere in discussione la mia patriottica onorabilità e le mie risorse economiche. Ma, ne è valso i rischi ed i costi, perchè adesso ho conferma documentata delle "pesantissime difficoltà" che ha quel magistrato, quando lo si costringe ad entrare dentro lo scenario del mio legittimo sospetto.Quando, il 19 luglio dell'anno 2003, ti ho contattato per parlarti del mio terribile sospetto, che poi ho meglio argomentato in un nostro successivo incontro a Palermo nel tuo ufficio presso la Polizia Postale, ti dissi che da voi familiari m'aspettavo la pretesa della verità, senza per questo essere costretti a fare una scelta di campo fra me e quel Magistrato.&lt;br /&gt;Se esiste ancora almeno un pezzo importante della magistratura in cui ho creduto, che è quella a cui tuo padre e tanti altri uomini delle Istituzioni hanno donato la loro vita, una delle tre possibili verità deve venir fuori con esemplare e cristallina trasparenza.&lt;br /&gt;La prima ipotesi, a mio avviso vedrà acclarate le mie ragioni e ci condurrà con estrema naturalezza per mano al movente, allo scenario ed ai protagonisti delle Istituzioni che ordinarono la strage di via D'Amelio per ragioni politiche e quindi di Stato.&lt;br /&gt;La seconda ipotesi, è quella che potrebbe vedermi protagonista d'una calunnia contro qualcuno e contro le Istituzioni democratiche; in questo caso non meriterei alcuna clemenza, né umana che giudiziaria (sic.).&lt;br /&gt;La terza ipotesi, che alla luce dei fatti storici e giudiziari appare la più debole, è quella che pezzi importanti della Procura di Palermo, (intendo di quella che ha operato dall'anno 1982 fino all'anno 2000), abbiano storicamente sbagliato tutti in buona fede. Tale opzione ermeneutica, per essere sostenibile, postula che si faccia chiarezza in modo preciso sulla condotta e sulla motivazione delle erronee ragioni dell’agire di dette istituzioni per dare modo a tutti i cittadini di avere ancora fiducia nelle Istituzioni.Il difensore di quel Magistrato, per bloccare le indagini contro il suo cliente, non ha esitato a evidenziare l'amicizia che ha con la vostra famiglia e che aveva con tuo padre. Fermo restando il suo legittimo ruolo di difensore, non credo sia giusto che voi vi siate saziati solo del convincimento professionale d'un avvocato che, proprio perchè amico di tuo padre a mio avviso, aveva il dovere di capire. Egli sapeva benissimo a cosa miravano le mie documentate contestazioni al suo cliente quando il riferimento di esse si dirottava inesorabilmente a quel 16 luglio 1992 e ad altri fatti a quello collegato; nondimeno, egli ha continuato ad opporsi duramente alla mia richiesta d'indagini, chiedendo l'immediata archiviazione della mia querela contro il suo assistito. (sic.)&lt;br /&gt;Questa argomentata lettera aperta, promuove la speranza che voi tutti, parenti delle vittime facciate un passo avanti, chiedendo con forza che la Magistratura rimuova "le concezioni esecutorie" e metta in moto l'ipotesi investigativa, indicata dallo scrivente, che ha grandissime probabilità di portarci a quel movente che accerta definitivamente la verità, sulla strage di via D'Amelio, senza offendere l'intelligenza umana.&lt;br /&gt;Per capire basterà leggere attentamente la relazione conclusiva e le indagini fatti dalla Commissione Antimafia, in ordine ai fatti che riguardano la mia storia e leggere la Sentenza N3/2000 (N.9/98 R.G.C.A.), Presidente dott. Claudio Dell'Acqua: solo dopo si comprenderà perchè non posso arrendermi agli errori del Magistrato, ai suoi “non ricordo” e/o alle sue contraddizioni ed alle sue affermazioni che non corrispondono ai fatti; affermazioni che ho contrastato documentalmente, in sua presenza e senza che lui e/o il suo avvocato reagissero in qualche modo innanzi al GIP di Caltanisseta; chi vuole capire in questo sito Web, troverà tutto quello che serve.Grazie ai due procedimenti penali scaturiti dai miei scritti (esposto dd. 19.12.2001 e comunicato stampa dd. 29.4.2002), ho ormai imprigionato a verbale le sue dichiarazioni rese in sede giudiziaria, tanto nella sua qualità d'imputato, che quelle dallo stesso rese quale testimone e parte offesa: quei troppi errori, oggi malamente "giustificati" in sede giudiziaria, unitamente alle omissioni del Questore e del Prefetto di quel tempo (anno 1993), tracciarono il percorso della morte civile dalla quale mi salvò un Magistrato che Istituzionalmente ha il volto di tuo padre: costui si chiama Luigi Patronaggio.&lt;br /&gt;Ma c'è ancora di più. Dopo che il Presidente della Commissione Antimafia inviava, fra gli altri, anche alla Procura di Palermo, l'esito delle indagini Giudiziarie e le sue conclusioni che, unitamente alla mia lunghissima deposizione in sede Processuale ed a quella di altri testi, chiamavano in causa la dirigenza di Fincantieri, il Magistrato in oggetto, (rientrato in scena al posto (sic.) del valoroso Dottor Luigi Patronaggio costretto ad uscire di scena per fatti che Lui potrebbe spiegare meglio di me), aveva il dovere di approfondire quelle indagini e perseguire proprio quei reati che, la predetta istruttoria parlamentare evidenziava in modo preciso e clamoroso.&lt;br /&gt;Ma lui, l'esperto di questioni mafiose e criminali di quella Procura, continuò a seguire la propria "ipotesi investigativa". (sic.)&lt;br /&gt;L’indagine basata su "tale ipotesi accusatoria" ha finito, nei fatti, per salvare i dirigenti Fincantieri, non consentendo alla Corte D'Assise (era in pieno svolgimento il Processo contro i Galatolo ed i loro compari criminali) di comprendere efficacemente il livello compromissorio fra la dirigenza di Fincantieri e "cosa nostra"; a pag. 165 della sentenza N. 3/2000 (N. 9/98 R.G.C.A.) i Giudici fra le altre dure considerazioni, scrissero: il PM ha prodotto gli altri documenti sequestrati dalla Commissione Parlamentare Antimafia, ma mancano quelli precedenti trasmessi dall'azienda a tale autorità; documenti questi ultimi che sarebbero stati altrettanto utili sopratutto ai fini d'una più approfondita verica delle fasi iniziali dell'operazione (delle tavole N.d.A.). Ad ogni modo, anche grazie alle altre risultanze dibattimentali è possibile rendersi conto di come anche la versione consegnata dal citato "promemoria", benchè più aderente alla documentazione "ufficiale" di quella fornita dall'ingegnere Cipponeri, incorra in una serie di rilievi e presenta tante di quelle incongruenze da risultare del tutto inattendibile e tale da alimentare sospetti reali sui contorni dell'operazione.”Ancora una volta, "l’ipotesi accusatoria" formulata da quel Magistrato non aveva aiutato la verità ad emergere in tutta la sua portata; eppure, se quel Magistrato lo avesse voluto, poteva, nella sua qualità di parte processuale imparziale, produrre la relazione della Commissione Parlamentare Antimafia, frutto di adeguate indagini Giudiziarie ordinate dal Presidente ed approvata all'unanimità (anche da parte di quei Commissari,Senatori e Parlamentari palermitani che militando nella sinistra storica ben conoscevano e ben tacevano sulla mia scomoda storia) nel gennaio del 1999, nella quale i Giudici avrebbero potuto leggere in modo compiuto e cristallino cosa era veramente accaduto sia in ordine all'operazione tavole (Esposto del 29 giugno 1992), sia in ordine alla querela nei miei confronti che il direttore Antonino Cipponeri aveva già ritirato di sua spontanea volontà un anno prima (gennaio 1998), senza essere indotto a ciò da parte di alcuno, che alla clamorosa convergenza d'intenti che si legge negli atti e nell'agire di "cosa nostra", Fincantieri e pezzi importanti delle Istituzioni per ottenere il mio licenziamento...(sic.)Lo stesso PM però, molto ligio al suo dovere e ottimamente preparato professionalmente, mette a disposizione dei Giudici il contributo del "pentito" Giusto Di Natale, che cominciò a collaborare nel febbraio 1999....è cioè un mese dopo che la Commissione Antimafia relazionava e informava ufficialmente la Procura di Palermo, anche sulle indegne omissioni emerse fra alte figure Istituzionali, Prefetto e Questore (sic.) contro le mie ragioni ed a favore dei dirigenti Fincantieri e di "cosa nostra"!...&lt;br /&gt;Il pentito ex imprenditore parla del "pizzo" impostogli dai Galatolo ma tace delle sue relazioni interne all'azienda dove prestava l'attività di costruttore edile (sic.).&lt;br /&gt;Dunque il Magistrato non informava il Tribunale dell'esito delle indagini della Commissione Antimafia, (le stesse indagini che lui avrebbe dovuto attivare nel mese di luglio del 1992, se tuo padre restava in vita e che la Procura di Palermo non ha mai fatto sic.) che rendevano palese lo scenario compromissorio fra Fincantieri e "cosa nostra", ma utilizzava altri successivi strumenti d'accusa come l'incerta attendibilità del "pentito" dell'ultima ora per confermare la sua attività accusatoria, che appare tesa a fare emergere quella discutibile verità che salva Fincantieri ed i suoi compari della politica.&lt;br /&gt;Se è vero, come lo è, che anche un mafioso quando svolge attività imprenditoriali in altre zone governate da altri "suoi pari" deve riconoscere alla famiglia interessata una somma così detta "pizzo", perchè mai i dirigenti Fincantieri non hanno mai denunciato tale prassi criminale che avrebbe dovuto vedere vittima anche la stessa azienda?..&lt;br /&gt;E perchè Fincantieri s'è scagliata tanto indegnamente e fino alle estreme conseguenze contro quel suo leale dipendente, che inizialmente (anno 1982) è entrato dentro l'infernale scenario esistenziale, nel solo intento di solidarizzare con quello che appariva il coraggio umano e imprenditoriale del massimo esponente dello stabilimento di Palermo?...&lt;br /&gt;Se i Giudici avessero avuto il giusto quadro compromissorio del contesto aziendale operante all’interno della Fincantieri, si sarebbero posti questo logico interrogativo e di ciò avrebbero chiesto conto anche al pentito Giusto Di Natale, che dall'anno 1995 svolgeva attività imprenditoriale ed era pertanto gradito dentro il contesto Fincantieri.Giusto Di Natale, dopo esser caduto nelle maglie della legge, per paura delle minacce di morte dei suoi accoliti "umani e culturali" che pretendevano il pagamento del "pizzo" concordato, accusa solo i suoi compari criminali: questa "testimonianza" nei fatti diviene funzionale a salvare Fincantieri e la sua dirigenza palermitana, perchè sbilancia e/o meglio non rafforza le dichiarazioni penetranti e veritiere, ma scomode (sic.) del "pentito" Onorato Francesco, sapendo che a pag. 141 della sentenza, si legge che:&lt;br /&gt;così come assai significative risultano le indicazioni del collaboratore (Onorato Francesco) in ordine alle molteplici convivenze nella Fincantieri e nel sindacato che favorivano l'operato dei Galatolo ed i loro interessi.&lt;br /&gt;Diffondendosi su tali tematiche, egli non ha mancato di fare i nomi dei collusi, ha descritto per esperienza diretta situazioni in cui i funzionari dell'azienda si erano mostrati pronti ad esaudire i desideri dei Galatolo e ha fra l'altro aggiunto, di avere appreso, più recentemente in carcere da Pino Galatolo, che anche il direttore era dalla loro parte. Le informazioni in questione risultano talvolta riscontrate dalle dichiarazioni del Basile e dalle altre emergenze già esaminate in altri casi perfettamente compatibili con il complessivo quadro probatorio, essendo peraltro logico che l'Onorato, avendo operato nello stesso ambiente mafioso dei Galatolo, abbia potuto acquisire conoscenza su sviluppi e su retroscena ignorati o solo in parte percepiti da Basile.&lt;br /&gt;Se il Tribunale, fosse stato informato dell'esito delle indagini giudiziarie compiute dalla Commissione Antimafia, avrebbe potuto riconoscere il risarcimento per i danni d'immagine a Fincantieri?... Si sarebbe potuta consumare tanta indecenza Giudiziaria?...&lt;br /&gt;Ma poi, a seguito delle dichiarazioni e dei nomi indicati dal "pentito" Francesco Onorato, quali indagini, che hanno dignità di tale definizione, ha fatto quel PM?..&lt;br /&gt;Quando il Magistrato oggetto del mio sospetto, nella qualità di persona offesa, in sede Giudiziaria, in palese difficoltà ha dichiarato che:"gli appare poco credibile, il fatto che, Paolo Borsellino poteva essere interessato al mio Esposto perchè ormai lui viveva solo per scoprire chi aveva ordinato la strage di Capaci" ha confermato di sapere (sic.)che sospettavo di lui e sottolineato, inconsapevolmente, un movente importantissimo.&lt;br /&gt;L'Esposto in oggetto, in quel contesto storico, entrava nel cuore dello scenario tangentistico e criminale delle Partecipazioni Statali in Sicilia (sic.).&lt;br /&gt;Con quell'Esposto si mettevano Fincantieri, il sindacato e la politica consociata di fronte alle proprie responsabilità in ordine a quella trasversalità politica che corrompe il sistema democratico e riconosce ruolo politico alle "funzioni regolatrici" del crimine nella nostra terra, ed sud del nostro Paese più in generale.&lt;br /&gt;L'Esposto del 29 giugno 1992, non metteva in piena visibilità solo i fatti stigmatizzati e documentati in esso, ma apriva scenari compromissori mai esplorati, come quelli della SPA Anonima Cantieri Navali di Palermo (sic.), la subdola circostanza che vide passare nelle mani dei mafiosi, un terreno da un decennio richiesto a qualsiasi prezzo da noi lavoratori, nel quale volevamo costruirci le case in Cooperativa con i mutui Regionali: quel terreno, abbiamo saputo poi da notizie stampa, fù poi venduto (così come si ventilava già agli inizi degli anni 80 ) a Camillo Graziano (cognato del "pentito" Onorato e figlio di costruttori legati a "cosa nostra" ed al mafioso Alfano per la cifra di circa un miliardo e mezzo delle vecchie lire: i due l'ebbero espropriato, 15 giorni dopo dal Comune di Palermo, (sic.) per il doppio della cifra forse mai pagata, (sic.) a Fincantieri .&lt;br /&gt;Stiamo parlando di quei Casermoni senza pace, siti in costruzione da più d'un decennio in via Ammiraglio Rizzo a Palermo, che da sempre sono oggetto di dispute Giudiziarie, che inizialmente videro protagonisti, l'allora Sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, "mio buon amico"(sic.), ed il suo vice Lo Vasco; fatti che ad un Magistrato attento ed onesto e/o a tuo padre, avrei potuto spiegare e documentare pittoricamente se fosse rimasto in vità: elementi inconfutabili che avrebbero costretto tuo padre ad interrogarsi, oltre che ai motivi che avevano sempre vanificato le denunce di noi lavoratori, anche sul perchè quella Procura aveva indagato sù quelli che appaiono (sic.)"gli stupidi acquirenti" e mai i "presunti venditori" (Fincantieri) che tempestivamente aveva venduto (forse) ai mafiosi: il forse e d'obbligo perchè radio cantieri navali da un decennio diceva che quel terreno era una contropartita ai servizi resi da "cosa nostra" a Fincantieri: e, "dulcis in fundo" quella che appare una stupida (sic.) transazione fatta a danno dell'interesse patrimoniale dell'azienda e quindi anche dei contribuenti, avvenne anche con la reggenza, Antonino Cipponeri. (sic.)&lt;br /&gt;Ma non era finita lì, c'era ancora di più ed andava in scena proprio in quei giorni: lo scempio ambientale di cui presentai denuncia all'autorità di merito, poco meno d'un anno dopo (1993 documentando il tutto con inoppugnabili foto) e la sparizione dell'amianto eseguito da "cosa nostra" per conto di Fincantieri... Ma, questa è una ciliegina che non voglio bruciare; al momento opportuno e nella sede politico istituzionale, se potranno esistere le condizioni, spiegherò come hanno fatto, prima la Procura che in quel caso aveva il volto di una donna in carriera e poi il Pretore che ha pure il volto di una donna in carriera a sbagliare, facilitando le conseguenze Processuali a Fincantieri ed a salvare "cosa nostra" dalle sue responsabilità.&lt;br /&gt;Per capire quanto fu, è forse, quanto ancora è potente quel "governo invisibile" che s'impone alle leggi Democratiche ed alla nostra Costituzione, dovresti documentarti sulle storie di tanti onesti e valorosi Magistrati: Agostino Cordova, Giuseppa Geremia, Michele Coiro, Procuratore Capo a Roma, e tanti altri, ai quali proprio subito dopo quel contesto storico fu letteralmente impedito di recitare il proprio ruolo Istituzionale.&lt;br /&gt;Spero che Tu conosca il valoroso ex Giudice Istruttore e poi Senatore della Repubblica, Ferdinando Imposimato, che nella qualità di commissario della Commissione Antimafia, nell'anno 1993-94, entrò nel cuore dei rapporti economici esistenti tra imprenditori, politici e criminalità, con una relazione conclusiva che proprio in quella massima sede politico istituzionale, mai venne discussa.&lt;br /&gt;Fra i maggiori oppositori al Senatore Imposimato troviamo proprio quelli che in quel tempo si sono fatti spazio nei palazzi del potere, imponendosi nella qualità di antimafiosi per eccellenza. (sic.)&lt;br /&gt;Quando il mio percorso esistenziale per la prima e l'unica volta incrociò la strada di tuo padre, eravamo già in piena tangentopoli. In quel momento storico Iri, Eni, imprese controllate dalla Fiat ed altre componenti del potere economico nazionale, erano impegnatissimi sul fronte dell'alta velocità (TAV. SPA costituita il 19 luglio 1991). Per quest'altro pesantissimo indizio, vorrei consigliarti di leggere "Corruzione ad Alta Velocità, edito da KOINè e scritto da F. Imposimato, G. Pisauro e S. Provvisionato.&lt;br /&gt;I Magistrati citati ed i tanti altri di cui non abbiamo notizie in "virtù" del potere del "governo invisibile" (sic.), furono fermati ed isolati ma, ti chiedo:  chi, dopo la strage di Capaci e in quel momento storico, se non la morte, poteva fermare Paolo Borsellino?&lt;br /&gt;Tu stesso, m'hai confermato che non ha mai trovato fra le cose di tuo padre quel dossier-esposto che lui mi chiese in copia la sera di giovedì 25 giugno, nell'atrio della Bliblioteca Comunale, dopo che ne aveva preso visione.&lt;br /&gt;La foto di tuo padre, testimonia la presenza dell'Esposto dossier che ricevette dalle mie mani, la sera del 25 giugno 1992: in quel momento aveva già finito di leggerlo e lo aveva poggiato sul tavolo: le immagini tv invece debbono testimoniare, la mia presenza alle sue spalle e la sua attenta lettura del documento che gli avevo consegnato.&lt;br /&gt;La sorte ha portato alla mia attenzione una lunga sequenza di indizi per affrontare la disperata ricerca della verità su via D'Amelio in ordine alla concreta possibilità della presenza del mio esposto tra i documenti, che tuo padre aveva con sé al momento della morte, ovvero anche alla possibilità che sulla sua mai trovata agenda rossa fossero contenuti appunti di merito; da ultimo, attraverso notizie stampa, oggi sappiamo di un'altro importante e pesante indizio che vede protagonista un Capitano dei Carabinieri.&lt;br /&gt;Da notizie stampa, ho appreso che questi, presente sul luogo della strage di via D'Amelio nell’immediatezza del fatto, affermerebbe d'aver trovato e consegnato la borsa di Paolo Borsellino a tre Magistrati fra i quali figura il Magistrato oggetto del mio sospetto: questi nega la circostanza.Del pari detta circostanza, viene negata da altro Magistrato il quale, guarda caso, già nell'anno 1982, poteva ben agire contro la presenza criminale dentro lo stabilimento Fincantieri di Palermo. Ma quelli erano i tempi in cui il Procuratore Generale Pizzillo aveva consigliato a Rocco Chinnici di onerare Giovanni Falcone di procedimenti per furti, scippi e rapine, prima che quest'ultimo riuscisse a mettere in ginocchio l'economia siciliana. (sic.)&lt;br /&gt;Per contro, Giuseppe Ayala, conferma quanto affermato dal Capitano dei Carabinieri che ancora oggi, come da notizie stampa, deve però spiegare il comportamento tenuto nell’immediatezza della strage di Via D’Amelio proprio in ordine alla borsa di tuo padre.In questi ultimi mesi sono emersi altri fatti che vedono ancora protagonista il Capitano Giovanni Arcangioli il quale sarebbe stato ripreso da immagini tv mentre tornava a riporre la borsa di tuo padre dentro l'auto blindata; ma, nessuno ci ha ancora spiegato perchè si è cominciato indagare, sull'agenda e la borsa di tuo padre, solo dopo 13 anni pur essendo stati, questi incontestabili sospetti avanzati, subito dopo la strage, da voi familiari.&lt;br /&gt;In questi ultimi anni, rileggendo i miei quaderni a futura memoria, mi sono insistentemente chiesto: Ma può rispondere al vero che la riduttiva e/o limitata ipotesi investigativa formulata da quel Magistrato nell'anno 1982, che nei fatti, salvò “l'apparentamento" fra "cosa nostra" e Fincantieri, fu possibile solo dopo che uscirono dalla scena Istituzionale ed esistenziale, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e Rocco Chinnici?...In quel tempo, (durante l'importante attività investigativa in merito ad un duplice omicidio di mafia) quel Magistrato aveva a sua disposizione tre punti di forza investigata di notevole importanza:&lt;br /&gt;l'arresto in quasi fragranza di reato, di due killer di "cosa nostra" Francesco Bonura e Stefano Fontana, arrestati poco dopo che avevano portato a termine insieme ad altri loro pari l'assassinio di due giovani in via G.E. Di Blasi;&lt;br /&gt;la denuncia per minacce da parte del direttore di Fincantieri Giuseppe Cortesi, che aveva fatto scattare l'arresto dei boss e dei loro comagni di merenda;&lt;br /&gt;una lettera anonima,(pubblicizzata dai giornali "L'Ora" ed il Giornale di Sicilia") che fu utilizzata impropriamente nel processo contro i due killer, ma mai, investigata negli inequivocabili legami indicati fra i due killer e gli attori criminali e pseudo imprenditoriali, che di fatto già da molti anni avevano consolidato il loro potere e controllavano le attività produttive dentro lo stabilimento di Fincantieri a Palermo.&lt;br /&gt;Il Processo contro i due killer si concluse con la loro assoluzione; furono condannati solo per le armi che trovarono nella loro auto.&lt;br /&gt;I coraggiosi poliziotti che li avevano arrestati dopo un pericoloso inseguimento, scaturito subito dopo l'agguato mafioso, furono additati dai potenti avvocati dei killer, come "personaggi in cerca d'autore" perchè (ed avevano ragione) insistevano duramente nel confermare, che quei due erano fra i killer che avevano ucciso i due giovani....&lt;br /&gt;E’ bene ricordare: per la strage di via Isidoro Carini (Generale Dalla Chiesa) e per quella di via Pipitone Federico (Rocco Chinnici), è stato condannato Vincenzo Galatolo (sic.).Quella lettera anonima che, chiedeva espressamente d'esser portata a conoscenza del Generale Dalla Chiesa, essendo divenuta un atto pubblico perchè inserita in un Processo, non poteva sfuggire all'attenzione del Generale, e più specificamente del Giudice Istruttore Rocco Chinnici: e dunque molto probabile che i due fossero interessati agli sviluppi del mafioso, duplice omicidio avvenuto in via G. E.Di Blasi.&lt;br /&gt;E bene sapere che, il Magistrato che forma il pesante dubbio in questi righi, fù negli anni successivi Processato per reati commessi contro l'onorabilità di Giovanni Falcone...&lt;br /&gt;Ma c'è ancora molto di più: mercoledì 13 dicembre 2005, seguendo la trasmissione televisiva "Ballarò" ho potuto ascoltare un (più volte) ex Ministro della Repubblica che, per fregiarsi di "amicizia" con tuo padre, ha affermato che 48 ore prima della strage, insieme ad altri due Magistrati, cenò con lui.&lt;br /&gt;Quella notte mi sono insistentemente chiesto: perchè questo ex Ministro della Marina Mercantile, che in quel tempo (1992) era in strettissimi ed ottimi rapporti con Fincantieri ed il suo direttore di Palermo, Antonino Cipponeri e godeva ampiamente della stima dei Galatolo e della loro accozzaglia criminale e imprenditoriale (e forse non solo quella) alla vigilia della strage ebbe tanta attenzione per Paolo Borsellino?...&lt;br /&gt;E possibile che anche lui, nei giorni che precedettero la strage e prima che si decidesse l'infame operazione, fosse stato impegnato nel dissuadere il nostro Eroe dall’approfondire un'indagine, che entrava dentro lo scenario mai seriamente esplorato delle Partecipazioni Statali?....Collegando "questa cena" ad altri fatti accaduti in quegli anni che vedono protagonista l’ex Ministro in oggetto, di cui il più clamoroso è quello che lo vide protagonista nell’episodio del mese di febbraio del 1990 in cui lo stesso Ministro "dissuase" (sic) pubblicamente la Procura di Palermo, dall'indagare all’interno dello stabilimento Fincantieri e nel porto di Palermo in relazione al caso poi noto come "Big Jhon", fatti, peraltro, accertati, anni dopo le mie pubbliche denunce anche giudiziarie, sostenute dai miei compagni di lavoro. Il quadro che si presenta appare più che inquietante.L’ultima iniziativa pubblica mia e dei miei compagni di stabilimento in ordine di tempo era stata l’assemblea sciopero del 2.11.1989 con la quale denunciavamo pubblicamente la presenza ed il condizionamento criminale dentro lo stabilimento navale di Palermo.(sic.)Verrebbe quasi da affermare che quel Ministro, con la sua figura Istituzionale, giustificava e garantiva pubblicamente, l’insindacabilità della Procura di Palermo, quando, anche in presenza dei fatti notificati dall'attività giudiziaria che convergevano clamorosamente con le denunce pubbliche e giudiziarie, già da anni sostenute da noi lavoratori, ultima in ordine di tempo quella del 2 novembre 1989 e cioè circa due mesi prima che scoppiasse il caso "Big Jhon" e le ormai pubbliche accuse notificate dai "pentiti" non intravedeva alcuna ipotesi di reato, che richiedesse l'attivazione di investigazioni tese a chiarire se esistevano convivenze fra sindacalisti,dirigenti Fincantieri e "cosa nostra" sapendo che quella nave era stata ospitata dentro lo stabilimento navale. (sic.)In quei giorni (7.3.1990), risposi pubblicamente al Ministro chiedendogli, a mezzo della stampa, per quale ragione doveva essere ascoltato lui dalla Procura di Palermo e non, invece, i lavoratori dello stabilimento Fincantieri, quotidianamente a contatto con i fatti denunciati ovvero chi, come chi scrive, quei fatti denunciava già da un decennio.&lt;br /&gt;Questa mia pubblica richiesta, come da prassi consolidata non ricevette la risposta del Ministro o l’attenzione della Procura di Palermo, ma le minacce dei mafiosi, l’espulsione dalla FIOM CIGL e, successivamente, anche il licenziamento (sic).Ad arricchire e non a completare l’inquietante quadro tracciato, va aggiunto l’invito al Viminale rivolto dal Ministro dell'Interno a tuo padre mentre si trovava a Roma e stava interrogando Gaspare Mutolo. Invito che si concluse con grave disappunto per tuo padre che, giunto sul posto, non trovò il Ministro, in base alle testimonianze del tenente Canale e dello stesso Mutolo, ma il capo della Polizia Parisi e, "dulcis in fundo" Bruno Contrada.Di questo ex Ministro, poi uscito di scena per fatti giudiziari e rientrato nell'anno 2001, ripresentandosi nella qualità di Senatore Antimafioso (sic.) c'è molto di più da chiarire...&lt;br /&gt;In questi giorni, mentre m'apprestavo a portare i documenti in mio possesso ed i miei scritti a futura memoria in luogo che spero sia sicuro, mi sono imbattuto in una nota del Magistrato che consolida il mio sospetto con la quale invitava il Servizio Centrale Protezioni a portarmi per le ore 16 dell'11 maggio 1998, presso i locali della Criminalpol di Bologna, dove lui si recava per altra attività istruttoria; era rientrato in scena sul caso Fincantieri, al posto del Dottor Luigi Patronaggio.&lt;br /&gt;Quel pomeriggio fui sorpreso dalla sua affabile amicizia, (era totalmente diverso da quel giovedì 16 luglio 1992) e più che a fare il verbale di rito, era tutto preso dall'informarmi d'esser stato ascoltato in Commissione Antimafia, dove aveva detto pane al pane e vino al vino nei confronti del sindacato e di Fincantieri... (sic.)&lt;br /&gt;Ma scusa, gli dissi quella sera a Bologna  perchè nel 1992 pur avendo avuto la mia piena disponibilità, oltre che nell'Esposto anche a verbale, non hai fatto poi estirpato la presenza di "cosa nostra" e le compromissorietà sindacali e aziendali con i criminali che si erano consolidati dentro lo stabilimento navale?...&lt;br /&gt;Lasciamo perdere... tagliò corto quella volta, rispondendomi come chi non vuole parlare dei condizionamenti subiti all'interno della Procura di Palermo.&lt;br /&gt;Il 6 ottobre us., sotto giuramento a Caltanissetta, dopo aver detto cose in evidente contrasto con i fatti accertati, ha anche affermato di non ricordare nulla, mettendo in dubbio anche il fatto d'avermi convocato ed interrogato quel 16 luglio 1992!!...&lt;br /&gt;Quel nuovo atteggiamento (11 maggio 1998), e quella risposta che non ammetteva repliche, anziché sedare l'animo mio,(quel giorno) lo rese più irrequieto: l'uscita di scena di Luigi Patronaggio, al quale speravo di esporre quel dubbio lungo quasi 6 anni, m'inquietava pesantemente. Luigi Patronaggio, uno dei Magistrati più prestigiosi e capaci della Procura di Palermo, lasciava tutto e andava a fare il Pretore a Bagheria per non cedere all'imposizione politica di quella Procura, e lui, il Magistrato oggetto del mio sospetto, nelle dichiarazioni davanti al GIP e al Tribunale di Caltanissetta, quella scelta di dignità Istituzionale l'ha indicata come trasferimento d'ufficio!!... (sic.)&lt;br /&gt;Ma le sospettose ricadute delle "scelte investigative" della Procura di Palermo non erano finite. La più sconcertante, quella più visibile, che fece indignare la città ed allontanare molta gente dalla voglia di riscatto civile è stata la seguente: ancora una volta la Procura della Repubblica di Palermo, che aveva il volto di questo Magistrato, nel presentate le proprie fonti di prova nel processo volto ad accertare la presenza mafiosa all’interno dello stabilimento Fincantieri di Palermo, lasciava fuori dal novero delle persone offese Gioacchino Basile, l'unico che da un ventennio si batteva contro "cosa nostra" ed i suoi padroni politici ed imprenditoriali, l'unico che aveva pagato (insieme a tutta la sua famiglia), i prezzi altissimi, che ne erano conseguiti, veniva escluso dal processo contro "cosa nostra" in quanto non legittimato a costituirsi parte civile....Possiamo dirlo che questo errore somiglia moltissimo ad una beffa?...&lt;br /&gt;Per contro, Fincantieri che per almeno venti anni aveva clamorosamente utilizzato le "funzioni regolatrici" di "cosa nostra", veniva accolta fra le parti offese.&lt;br /&gt;Possiamo dire che tale "ipotesi investigativa della Procura che vedeva protagonista il Magistrato, principale attore del mio sospetto, somiglia troppo all'inganno?....&lt;br /&gt;L'escludermi quale parte civile in quel processo, agevolò le testimonianze false e/o tendenziose tese a screditarmi per salvare il gruppo dei giovani criminali e la dirigenza Fincantieri, senza che per questo potessi reagire in alcun modo all’interno del processo.Questo stato di cose mi richiamò alla mente le parole di Giancarlo Caselli:&lt;br /&gt;Gioacchino, mi disse quella volta devi convenire che dobbiamo necessariamente salvare Fincantieri Nazionale da questa catastrofe giudiziaria... c'è di mezzo il pane di decine e decine di migliaia di lavoratori...&lt;br /&gt;Se questo non significa impunità, per quelli che nei loro ruoli e nelle loro funzioni, imprenditoriali, sindacali e politici, hanno coperto e/o convissuto con "cosa nostra", sono d'accordo con Te... gli risposi quella volta.&lt;br /&gt;Ero profondamente deluso da Giancarlo Caselli: lui dopo aver ricevuto a mezzo raccomandata una lettera di sollecito investigativo, da parte di circa 170 studenti Universitari di Padova che avevano saputo della mia storia e dello scandaloso silenzio politico-istituzionale che la opprimeva. A seguito della lettera sottoscritta da quei studenti universitari, (primi giorni di settembre 1993) qualche mese dopo, (novembre dello stesso anno) mi affidò ad una PM della Procura di Palermo che si rifiutò letteralmente di mettere a verbale le cose che io esposi e lei fece finta di ascoltare. Debbo purtroppo confermare, che quella PM era in palese difficoltà e sfuggiva al suo dovere Istituzionale, rimandando la verbalizzazione di quelle mie dichiarazioni, ad un mio successivo incontro, con Giancarlo Caselli, mai avvenuto...&lt;br /&gt;Quella volta (anno 1996), Luigi Patronaggio, vincendo le mie resistenze (non volevo incontrare quello che m'appariva un "eroe di carta") ci fece incontrare per la prima volta. Giancarlo Caselli, malgrado le tue buone ragioni, merita rispetto... mi disse quella volta, quel Magistrato che, anche umanamente e degno di tali funzioni Istituzionali.&lt;br /&gt;L'uscita di scena del PM Luigi Patronaggio ebbe come effetto quello di lasciare, libertà investigativa "all’ipotesi accusatoria" della Procura di Palermo ed "agevolare" quegli errori del Magistrato in oggetto, che non hanno consentito al Tribunale di accogliere la mia richiesta di parte civile, pur sapendo che quel processo nasceva da altro procedimento penale che mi vedeva vittima ed aveva visto condannato quel Vito Galatolo che la sera dell'8 marzo 1995, insieme ad altri 5 o 6 suoi accoliti, mai identificati, venne a minacciarmi duramente per vendicare Antonino Cipponeri, direttore di Fincantieri... (sic.)Quel giorno più che arrabbiarmi mi vergognai per aver creduto nella Procura della Repubblica di Palermo.&lt;br /&gt;Ero e sono convinto che quelle "scelte investigative" furono imposte a Giancarlo Caselli: solo per questo la mia uscita di scena dal Processo contro i Galatolo e la loro influenza criminale all’interno dello stabilimento Fincantieri di Palermo, si chiuse senza che lo scrivente sporgesse denuncia per tale episodio nei confronti di quella Procura!Il rispetto nei suoi confronti è rimasto integro, anche se i suoi inconsapevoli cedimenti ideologici, hanno, negato speranza alla giustizia. La mia stima per Caselli è testimoniata dal fatto che è stato fra i primi ha sapere del mio, velenoso e motivato sospetto.&lt;br /&gt;Nell'anno 1998 i fatti del 16 luglio 1992, erano ancora saldamente relegati a livello del velenoso dubbio, che non volevo accettare, anche se avevo voglia di liberarmene da tempo: avevo pensato di farlo parlandone con Giancarlo Caselli (anno 1993) ma lui, al momento giusto, mi assegnò ad altro P.M.; poi nell'anno 1994 avevo pensato di poter confidare il mio pernicioso dubbio al Dottor Alfredo Morvillo, cognato di Giovanni Falcone.&lt;br /&gt;Per agganciare il Dottor Alfredo Morvillo mi esposi fino al punto di fornirgli le foto che dimostravano l'esistenza della saletta riservata presso il ristorante "il Delfino" di Sferracavallo a Palermo, indicato da un "pentito" come luogo d'incontro fra Bruno Contrada ed esponenti mafiosi, ma, neppure in tale occasione fui fortunato perchè quelle prove (foto) dovetti consegnarle poi al Capitano dei Carabinieri Bruno: in effetti un primo incontro diretto con Alfredo Morvillo, per quel fatto, l'avevo avuto, ma avevo bisogno di guadagnarmi la fiducia del cognato di Giovanni Falcone prima d'entrare nel merito d'un fatto così delicato e importante.&lt;br /&gt;Quando finalmente nell'anno 1996 incontrai sulla mia strada quel Magistrato che Istituzionalmente ha il volto di tanti nostri eroi, si fece prepotentemente largo la speranza di poter esporre il mio dubbio alla persona giusta; ma volli attendere che si formasse il giusto convincimento attraverso le indagini dallo stesso già iniziate.&lt;br /&gt;C'è tempo, mi dissi quella volta  non è il caso di mettere troppa carne al fuoco... In quei giorni avevo intuito che Luigi Patronaggio era già sotto forte pressione...&lt;br /&gt;A questo proposito mi piace ricordare un momento molto significativo di quei giorni.&lt;br /&gt;Il 19 febbraio 1996, "cosa nostra" nella persona di Vito Galatolo, nell'intento d'intimidirmi e costringermi a ritrattare, incendiò e/o fece incendiare la vetrina del negozio di mia moglie.&lt;br /&gt;Quando mi recai in Procura per verbalizzare la denuncia ed i sospetti che vedevano protagonista il Vito Galatolo, Luigi Patronaggio mi chiese: Gioacchino, ma se come affermi, il negozio l'ha incendiato e/o fatto incendiare "cosa nostra", perchè prima di arrivare tu, nel mio ufficio sono arrivati gli avvocati di Fincantieri per chiarire che l'azienda non ha alcun collegamento con l'atto intimidatorio?!!!.. (sic.)&lt;br /&gt;Prima che Luigi, finisse di commentare l'anomala pressione che somigliava tantissimo alla prima gallina che aveva fatto l'uovo, scoppiammo in una forte e liberatoria risata, senza far seguire alcun commento; finalmente ero tornato alla fiducia ed alla speranza, che la Verità e la Giustizia potessero affermarsi anche contro Fincantieri.&lt;br /&gt;Non sapevo ancora che, attraverso l'errata valutazione di attori importanti della Procura di Palermo, l'arroganza Istituzionale a favore delle Partecipazioni Statali, sarebbe tornata in scena in modo così osceno e scandaloso da costringermi poi per anni, a dissetare l'animo mio "nelle scure acque della rinuncia", per salvare almeno l'amor di Patria.&lt;br /&gt;Fu così, fino al pomeriggio del 25 febbraio 2002, quando nella sala Vivaldi dell'Hotel Majestic sito in via Veneto a Roma la sorte elevò il velenoso dubbio, che da quasi un decennio covava dentro l'animo mio, alla dignità di sospetto fondato in ordine alla strage di via D'Amelio, costringendomi a rivisitare i miei quaderni a futura memoria, a leggere la relazione conclusiva della Commissione Antimafia con le annesse risultanze di quelle indagini che la Procura di Palermo non aveva mai fatto (sic.); leggere il processo nato dalle mie denunce; i processi per la strage di via D'Amelio; i fatti processuali che riguardano Bruno Contrada e per me, l'inconfutabile fatto che costui era in buoni rapporti con Rosario Riccobono e Antonino Pipitone, personaggi con i quali l’ho visto con i miei occhi. La mai chiarita vicenda denunciata da un Capitano dei Carabinieri, che affermava d'aver saputo da un suo confidente della polizia che Bruno Contrada era stato fermato ed identificato, da due poliziotti in via D'Amelio, subito dopo la strage e che quei poliziotti furono poi costretti a strappare la relazione di servizio per ordini superiori. La storiella del covo di "Totò" Riina; l'agenda rossa di cui tuo padre non si separava mai, nella quale potevano esserci anche appunti inerenti il mio esposto-dossier, oltre al fatto che quella borsa poteva contenere lo stesso esposto-dossier ; le dichiarazioni dei "pentiti"... ecc... ma sopra tutto, perchè va contro ogni logica, contro ogni ragione che"cosa nostra" ponesse in essere un'altra strage, proprio mentre lo Stato e le Istituzioni politiche si stavano attivando duramente per reagire, a quella che, c'indicavano come pura vendetta mafiosa (sic): la strage andata in scena Capaci.Caro Manfredi, ti sei mai chiesto perchè, dopo via D'Amelio, il coordinamento delle indagini per le stragi mafiose, fu affidato a quel Bruno Contrada, già da anni molto discusso e sospettato anche dentro la Procura di Palermo?..&lt;br /&gt;Secondo te, che professionalmente devi necessariamente, metterti sempre in posizione critica nei confronti del dubbio e gli scenari che esso pone in essere: è possibile che in quel momento storico e quindi dopo la frettolosa e "urgente strage" di via D'Amelio, il coordinamento delle indagini sia stato affidato a Bruno Contrada a garanzia degli scenari criminali, Istituzionali e politici compromessi nelle stragi?&lt;br /&gt;L'imponderabile non era solo intrinseco nell'attività criminale ma anche nel contenere e/o controllare i dissensi e gli interrogativi di tanti uomini delle Istituzioni e dei cittadini di questo nostro Paese che, dopo via D'Amelio esigevano immediate risposte forti e credibili.&lt;br /&gt;Alla fine di quel maledetto anno le risposte "in parte" arrivarono perchè la parte sana del Paese s'impose alle nefandezze ed alle stragi, che durante l'arco consocativo 1978-1992 si erano consumate impunemente contro gli uomini onesti:contro i Patrioti delle Istituzioni&lt;br /&gt;Ma a quella dell'arresto di Totò Riina e alla telenovela andata a male del "covo" non perquisito immediatamente dopo l’arresto per un errore e/o incomprensione fra le parti Istituzionali, non ci crede nessuno.Un attimo dopo la strage, in via D'Amelio i demoni del potere ad ogni costo, nel far sparire il movente dell'infamia, lasciarono tracce indelebili; dopo l'arresto di Totò Riina, ci lasciarono addirittura la coda.&lt;br /&gt;Se tuo padre si fosse presentato vivo in Procura già il lunedì successivo, 20 luglio (la mattina del 19 luglio gli era stata assegnata (sic...) la tanto richiesta delega su Palermo), poteva leggersi il verbale delle mie argomentate dichiarazioni, seguire e/o partecipare all'interrogatorio del teste da me chiamato in causa, utilizzare i buoni uffici di un noto avvocato che quel teste aveva convinto a rendersi disponibile... e poi via dentro l'infernale scenario delle Partecipazioni Statali, che in definitiva e padre e madre di quel modello politico-economico e sociale che ha consentito fin quì di saziare il potere economico e clientelare dei Sedara, "potenti politici" siciliani che militano anche sul fronte dell'antimafia (sic.),dei loro lacchè imprenditoriali e dei loro luridi servi criminali&lt;br /&gt;E giusto chiedersi: se fosse vero lo scenario ed il contesto che chiamo in causa, perchè "cosa nostra" non eliminò Gioacchino Basile mettendo così in difficoltà gli elementi di prova contro Fincantieri e quindi lo stesso Paolo Borsellino?....&lt;br /&gt;La risposta è semplicissima: così come è stato dimostrato, in quel contesto ambientale controllare ed eliminare il problema Gioacchino Basile, mentre era in vita, era possibile;lo dimostra il fatto che, malgrado il mio già decennale impegno civile contro "cosa nostra" e le mie immense e visibili ragioni, sempre testimoniate dai giornali e dalla tv nazionali e locali, i potenti di turno ed i loro lacchè, erano riusciti a fare dello scrivente un morto civile.&lt;br /&gt;Non era possibile controllare il cadavere e la storia di Gioacchino Basile; specialmente quando su di esso si era accesa l'attenzione di Paolo Borsellino, che aveva a sua disposizione elementi inconfutabili della prova che legava, la mia vita e la mia storia a Fincantieri ed al suo squallido scenario.&lt;br /&gt;Tornando a quel 25 febbraio 2002, il quadro che venne fuori fu molto duro: per questo, il 29 aprile 2002 in occasione dell'ulteriore ingiustizia che subivo ad opera del Magistrato, fonte dei miei sospetti, scrissi e spedii quel comunicato stampa all'ANSA, nel preciso intento di farmi querelare, ed aver poi modo di sentire la sua versione dei fatti e le sue giustificazioni in sede giudiziaria. Mi esposi alla querela perchè l'animo mio, intuiva già che, grazie "alle concezioni esecutorie della legge" a Caltanissetta avrei trovato la stessa accoglienza ,d'un cane che entra in chiesa durante la funzione religiosa: ma, lo scrivente aveva bisogno di capire.... a qualsiasi costo!...&lt;br /&gt;In data 19 dicembre 2001, avevo già querelato il Magistrato, fonte dei miei legittimi sospetti, che aveva chiesto due ingiustificati rinvii a Giudizio contro lo scrivente per due querele infondate e uguali, formulate dallo stesso personaggio: ma, lui nella qualità d'imputato aveva facoltà di non rispondere e di non presenziare in sede giudiziaria.&lt;br /&gt;I due insindacabili errori (a mio avviso abusi giudiziari), attivati dal sospettato contro lo scrivente si conclusero con un nulla di fatto e fui in entrambi i casi assolto: ma c'è di più...&lt;br /&gt;Se fosse possibile, un giorno in luogo Istituzionale sarebbe utile la circostanziata e documentata lettura, di questo classico da scuola che oltre a vedere protagonista la Procura di Caltanissetta e quelle "concezioni esecutorie della legge" che rischiano di demolire ulteriormente la nostra fiducia nelle Istituzioni, notifica anche la non emissione delle motivazioni della sentenza di assoluzione dello scrivente, emessa due anni fà dalla D.ssa Saguto del Tribunale di Palermo che deve necessariamente motivare, che quel Processo contro Basile non si doveva fare: quelle motivazioni ci consentirebbero di dimostrare che quel Magistrato era andato oltre l'errore insindacabile, per motivi che appaiono inquietanti (se l'oggetto di questa lettera non sarà ampiamente chiarito): un Basile, condannato per diffamazione sarebbe stato un problema molto meno serio. (sic.)&lt;br /&gt;A me riesce difficile pensare che le difficoltà d'ufficio, della D.ssa Silvana Saguto siano artatamente costituite per aiutare quel Magistrato che difese le debolissime ragioni, d'un imprenditore che si dice vittima innocente del racket mafioso. Però al di là della stima che nutriamo per le persone, dobbiamo ammettere che troppe volte la prudenza, è stata storicamente la peggiore nemica della verità.&lt;br /&gt;La mia argomentata e documentata querela fu archiviata perchè le scelte investigative del Magistrato sono insindacabili, anche in presenza della testimonianza scritta d'un poliziotto che attesta cose diverse, che però i PM ed il GIP hanno giustificato accogliendo la tesi dell'imputato (il Magistrato in oggetto) che ha affermato di avermi detto quelle cose perchè è un mio amico, agganciandosi al fatto che ci diamo del tu...(sic.)&lt;br /&gt;Non si volle indagare sui fatti da me esposti, anche in presenza di fatti gravissimi da me contestati al Magistrato in oggetto, in ordine a via D'Amelio, davanti al GIP.,&lt;br /&gt;La querela, contro il mio comunicato stampa del 29 aprile 2002, che lui fu costretto a farmi dopo ben 83 giorni di riflessione (sic.), per la quale in sede istruttoria mi difesi attaccando (anche qui) in modo assai argomentato e documentato anche in ordine ai miei sospetti su via D'Amelio, sfociò in un Processo che mi vide imputato.&lt;br /&gt;Le due PM che raccolsero le mie dichiarazioni, sia nella qualità di persona offesa che in quella d'imputato, non presenziarono mai al nostro confronto, sia davanti al GIP (tre udienze) che in  sede Processuale, che vide anche in notevole difficoltà il Magistrato che poi ritirò la querela ...Mi chiedo: E possibile che, non volevano ascoltare e vedere?&lt;br /&gt;Caro Manfredi, in ogni sede ed in ogni luogo ho sempre detto la verità: e quando, senza averlo espressamente richiesto, ho constatato la piena disponibilità del Magistrato (fonte principale del mio sospetto) a ritirare la querela ma, solo dopo che avesse avuto la certezza che avrei accettato la sua remissione, colsi la palla al balzo, sia perchè ero stanco della "concezione esecutoria" della Procura di Caltanissetta che alla luce dei fatti di mia conoscenza non ha mai indagato sulle cose che ho posto alla sua attenzione, sia per la funzione strategica che attribuivo alla querela: in sede Processuale avevo ascoltato abbastanza; anche cose non corrispondenti alla verità, dichiarate da quel Magistrato sotto giuramento; perchè dunque, non mettere, quello che oggi è un Sostituto Procuratore Generale a Palermo, nelle condizioni di chiudere in fretta un Processo che gli era scomodo, anche in funzione di parte offesa, evitandomi così, una ingiusta ma, certa condanna, almeno fino alla Cassazione?...&lt;br /&gt;Quando, per saziare la sua volontà di chiudere quel Processo che mi vedeva imputato, ho detto che, mai, ho pensato, che lui potesse essere stato un fiancheggiatore di "cosa nostra". Ho detto la verità: perchè quelli come il Magistrato in oggetto, sono certamente uomini delle Istituzioni, così come lo sono stati i Contrada e quei suoi pari più fortunati di lui, che si sono fin quì salvati, giustificando con il "legittimo errore" e/o infantile convincimento, e i non ricordo, quelle che appaiono prepotentemente, le gravi responsabilità assunte, in ossequio agli ordini eseguiti per conto delle Istituzioni politiche; di più, "quegli errori" sono poi stati premiati, con incarichi prestigiosi ed avanzamenti in carriera... è legittimo dire che i conti non tornano...&lt;br /&gt;I conti non tornano perchè esistono anche quelle "Istituzioni" che hanno il volto della mafia... questo è il volto di quelli che, dentro le Istituzioni, hanno sempre e storicamente utilizzato l'accozzaglia criminale denominata "cosa nostra" per imporre l'uscita dalla scena di quei nostri eroi, che imponendo la legge, mettevano in ginocchio il governo invisibile di quei "poteri forti" che si sono sempre beffati della nostra Costituzione, del nostro Paese e della dignità della nostra gente.&lt;br /&gt;Queste non sono mie considerazioni; sono fatti resi evidenti dalla storia d'Italia.&lt;br /&gt;In assenza di un cristallino chiarimento, le scelte investigative di quel Magistrato, unitamente a quelle di altri suoi colleghi, anche quì non menzionati per motivi strategici, paiono vestite con gli abiti delle omissioni che indicano inequivocabilmente quei "cerchi concentrici Istituzionali" che avrebbero "auspicato" la morte di tuo padre per rimuovere l'ostacolo che impediva alla Procura di Palermo di tornare a sbagliare con scandalosa indecenza, quel mese di luglio 1992.&lt;br /&gt;Un movente, carico d'indizi e di fatti documentali, come quello prospettato dallo scrivente che si sposa con estrema naturalezza con altri inquietanti indizi: i cosiddetti misteri.&lt;br /&gt;La borsa contenente l'agenda rossa; l'errore di aver arrestato Pietro Scotto (sic.) prematuramente bruciando le intercettazioni ambientali; la mancata perquisizione (sic.) del covo di Totò Riina; le convergenti dichiarazioni dei "pentiti" che indicano la giornata del 17 luglio 1992, come quella in cui fu dato l'ordine di uccidere Tuo padre e per questo fu preparata la Fiat 126, ed altri fatti non meno importanti, in altre circostanze avrebbero registrato il massimo impegno delle Istituzioni nel fare chiarezza.&lt;br /&gt;A me piace ancora pensare che la Procura di Caltanissetta abbia sbagliato in buona fede: non voglio pensare cose tristi di quella Procura che non volle assolutamente dare conferma di ricevuta postale agli addetti delle poste, in ordine ad un mio corposo plico, inviato a mezzo raccomandata-assicurata, in data 19 dicembre 2003, che conteneva notizie interessantissime da includere, in ordine ai minimi fatti che avevo già posto alla loro attenzione ed a verbale il 24 novembre precedente, quando si dovette sospendere per altri impegni delle due PM: ma nemmeno questo sfrontato errore e/o messaggio psicologico di quella Procura, mi ha fatto fin qui paura....&lt;br /&gt;Visitando la storia della nostra terra e le responsabilità e/o le difficoltà (sic.) che hanno visto protagoniste le Procure siciliane, (fermo restando il rispetto per l'Istituzione) mi sento nel diritto di non avere più incondizionata fiducia nelle persone di quella Procura della Repubblica: mi hanno trattato malissimo, sia a livello umano che in ordine alla mia credibilità. Così sono stato trattato io che, (posso gridarlo forte e sfido quei Magistrati a dimostrare il contrario) ho combattuto "cosa nostra" e la mafia senza motivi di rivalsa personale, senza doveri professionali (sic.), senza legittime o meschine finalità politiche e/o di potere, senza essere parente di alcuna vittima della mafia è sopra tutto, senza esser servo di alcun potere, ma fedele soldato della nostra Costituzione.&lt;br /&gt;Quando ho appreso che il procedimento penale riguardante la strage di via D'Amelio era stato archiviato, nella qualità di persona offesa (perchè la mia morte civile iniziò subito dopo quella strage), ho chiesto di conoscerne i motivi, mi è stato risposto che avrei dovuto prima spiegare le motivazioni che mi vedevano parte lesa.&lt;br /&gt;Consigliato dal mio avvocato ho deciso di desistere per i motivi che ti lascio interpretare, partendo dalla seguente e credo lucida considerazione: se si fossero fatte le minime indagini di rito, c'era motivo di chiedere a me i motivi che mi vedono parte offesa nella strage di via D'Amelio?... E là dove avessi prodotto istanza argomentata e ulteriormente documentata, quale speranza avrei avuto che la mia richiesta trovasse la dovuta attenzione in una Procura che non aveva fino ad allora, a mio avviso, prestato la benché minima attenzione alle cose ed ai fatti che ho denunciato alla stessa?..&lt;br /&gt;Caro Manfredi, se è vero che,  la moglie di Cesare, deve essere al di sopra d'ogni sospetto... allora dovremmo avere il diritto di sapere la verità: qualunque verità.&lt;br /&gt;Ho titolato con le parole di S. Paolo questa missiva, per rendere evidente che, il mio cammino di verità e giustizia, non ha fin visto alcun vostro concreto e visibile impegno. Se dopo questa missiva, quello che m'appare il vostro sbagliato disinteresse non avrà avuto fine, allora potrà, considerarsi conclusa anche la mia fiducia nella vostra sete di Verità e Giustizia: perchè S. Paolo dice noi...mentre io sono stato solo, nel cercare quella giustizia che, voi familiari, dovreste pretendere più di me, senza fidarvi incondizionatamente, di quelli che svolgono con vantaggio economico e di potere le professioni dentro le Istituzioni è che hanno formulato fin qui (sono passati già quasi 14 anni) quelle ipotesi investigative che non hanno portato a luce la Verità e stanno impigrendo sempre di più, la voglia di Giustizia dei cittadini di questo nostro Paese.&lt;br /&gt;Deve essere chiaro: vi chiedo un'impegno, che vada oltre la ritualità delle buone intenzioni, e cerchi con coraggio vero quella Verità, che può concretamente rendere Onore e Giustizia a tuo padre, ed a tutti i nostri Eroi, senza fidarvi di alcuno.&lt;br /&gt;Per meglio contestualizzare lo scenario che vi assedia, anche fra quelli che potrebbero fregiarsi in malafede dell'amicizia che avevano con tuo padre, per tenervi lontano da me e dalle mie pericolosissime ragioni, utilizzerò anche con voi alcune righe d'una lettera d'epoca rinascimentale che un suddito scrisse a Sua Grazia Cesare Duca di Romagna:&lt;br /&gt;Vi sono ebrei, mio signor Duca, i quali hanno per certo che l'inferno da essi chiamato Sheol, sia confermato a guisa di più livelli disposti a cerchio, e che ciascuno contenga l'esatto contrario della realtà. Dimodo che, l'alto diventa basso e il basso l'alto; la sinistra si fa destra e la destra sinistra; il bene diventa il male ed il male bene; ed il giorno più terso notte oscura...&lt;br /&gt;E per ciò essi dicono che le verità che costituiscono ragioni nella città di Dio si fanno cotal modo assurdità, è questa città di pietra una dimora per demoni le cui voci ci giungono a guisa d'eco....&lt;br /&gt;Caro Manfredi, i 4 anni in cui ho messo in gioco il mio onore rimasto integro, malgrado la querela, le provocazioni "istituzionali" (hanno fatto di tutto per farmi sapere che il mio computer ed i miei telefoni erano sotto controllo) è l'esser stato più che indagato, provocato per anni con l'ipotesi di reato di calunnia (sic.) ad un Magistrato, li dedico a tuo padre, il quale se non avrà Giustizia, non sarà certo per mia rinuncia...&lt;br /&gt;Io ho già dato tanto e sono pronto a dare tantissimo; anche senza di voi: adesso io so quanta paura ha questo sistema “democratico” della mia storia personale, ed a supporto del mio legittimo sospetto ho prove talmente limpide ed inequivocabili, (anche di altri fatti qui non menzionati per motivi d'opportunità) che metterebbero in difficoltà anche coloro che potrebbero pensare d'incasinarmi in un labirinto Kaftiano, con il solo e semplice pretesto, "della concezione esecutoria della legge".Il copione di questi ultimi 4 anni è stato uguale a quello che ho vissuto nei 20 anni precedenti: sono ormai 24 gli anni che a tutti i livelli, Istituzionali e politici, m'ignorano, m'isolano, mi tradiscono, mi calunniano e tentano di far di me un morto civile: ma, sono sempre quì, e sempre più deciso ad andare incontro alla Verità ed alla Giustizia.&lt;br /&gt;Per quello che mi riguarda, continuerò la ricerca di quella possibilissima verità, che se non darà Giustizia a tuo padre ed ai cinque poliziotti massacrati con lui, segnerà almeno storicamente l'infamia di quei sciacalli che con i copioni delle stragi per mano criminale, avrebbero potuto tradire la nostra Costituzione ed ucciso i nostri sogni di libertà...&lt;br /&gt;Da solo, sono pienamente consapevole che, anche laddove, (così come notifica inesorabilmente tutto il chiarissimo e luminoso quadro probatorio) avessi piena e conclamata ragione, non potrò mai vincere questa battaglia; il problema è politico è mette in discussione, un pezzo importantissimo dell'economia statalista, l'ordine pubblico su parti importanti del territorio italiano per motivi occupazionali e l'onore stesso dello Stato...&lt;br /&gt;La tenacia di Leopoldo Notarbartolo, che difese la memoria di suo padre, cercando la verità da solo e fra mille ostilità, spero appartenga anche a te.&lt;br /&gt;Un secolo fa, per rendere almeno Giustizia morale a Suo padre, lui scrisse e fece stampare 1000 copie di un libro-documento per opporsi all'ignavia del tempo ed all'oblio dell'ingiustizia delle nostre Istituzioni: senza l'impegno e la tenace testimonianza di quel degno figlio, oggi non si conoscerebbe la storia di quel Galantuomo ed Eroe d'altri tempi.&lt;br /&gt;Da quel 1 febbraio 1893 al 19 luglio 1992 era passato un secolo, ma non era cambiato nulla; e dopo quasi 14 anni da via D'Amelio ci appaiono ancora uguali, il copione, lo scenario, i protagonisti e gl'interessi.&lt;br /&gt;Mostri e demoni sono immobili e silenti sotto le acque marce delle palude in attesa di scattare fuori per distruggere la mia credibilità e la mia onorabilità; non al primo errore ma, addirittura alla prima parola fuori posto, che anche lontanamente somigli all'errore. I più viscidi ed attivi si trovano fra quelli che hanno costruito le loro fortune politiche e professionali speculando sul sangue dei nostri Eroi.&lt;br /&gt;Per quello che mi riguarda, fino alla fine dei miei giorni continuerò a testimoniare alla gente ed alla storia, che noi siciliani, ed i cittadini del sud più in generale, siamo vittime accerchiati da infami demoni che vivono anche dentro di noi e si nutrono delle nostre paure e delle nostre meschine convenienze.&lt;br /&gt;Che, viviamo tutti dentro un inferno che altri, storicamente, hanno strutturato fin dentro l'animo della moltitudine, per renderla insensibili al male, ed anzi viverlo e/o condividerlo (nascosti dietro il siparietto dell'ipocrisia) per paura dei "mali peggiori" che potrebbero evidenziarsi con la ricerca del bene comune.&lt;br /&gt;I demoni del "potere ad ogni costo" hanno tutte le chiavi per aprire le porte dell'animo della gente e, al momento giusto, sanno di poterci entrare dentro e gestirle, fino ad indurle a convivere pacificamente con i dubbi ed i sospetti più aberranti.&lt;br /&gt;Immediatamente dopo la pronuncia della sentenza che mi vide assolto dal giudizio per remissione della querela da parte del Magistrato oggetto del mio fondato sospetto, (6 ottobre 2005) ho iniziato a pensare a questa lettera aperta, per rispondere, a quella che m'appare come una VS/sbagliata assenza, dalla ricerca di Verità e Giustizia per tuo padre ed i cinque poliziotti della sua scorta.&lt;br /&gt;Più che attendere la sempre rinviata uscita del film televisivo, (sic.) (che Fincantieri ha preteso di controllare e "chiesto" di tagliare in ogni riferimento ad essa, con la pronta ubbidienza della la Rai) e si tornasse a parlare di questa mia storia, del ritorno in scena di "questa comparsa impolverata" ho voluto attendere l'esito elettorale di tua zia per non incidere negativamente, sulla sue umane aspirazioni....&lt;br /&gt;Tutto accade mollemente e senza apparenti clamori, ma è fuori d'ogni dubbio, che le falsità e i depistaggi per ottimizzarsi hanno bisogno di sfruttare anche la buona fede e la paura d'interrogarsi, dei parenti delle vittime, aggrediti anche dalle attenzioni di molti attori Istituzionali, politici e imprenditoriali dello Stato, che quella strage avrebbero potuto auspicare, per salvaguardare il loro potere ed i loro infami interessi.&lt;br /&gt;Dopo la mia intervista-denuncia pubblicata dal giornale "La Sicilia" del 13 aprile us. ed il rombante silenzio che ne è seguito, sono serenamente convinto, che a questa lettera aperta non seguirà, alcun impegno che metta in cammino una chiara e vera attività giudiziaria, tesa a dare onore alla Verità (qualsiasi verità), che metta fine a quei "convincimenti" che non convincono nessuno ma, saziano i Don Abbondio di turno.&lt;br /&gt;Stampa, tv e Procura di Palermo, attorno ai resti d'un farabutto criminale, arrestato dopo 43 anni di latitanza a casa sua (sic.) ed ormai da tutti poco utilizzabile, appaiono impegnate a costruire fantastiche verità, che nello stile di Oscar Wilde, sembrano voler oscurare un passato che invece, vuole tornare prepotentemente in scena per dare Giustizia ai nostri Eroi. Non so se piangere o ridere, quando vedo in tv e leggo sulla stampa della formidabile attività investigativa che si è attivata attorno al "covo" dell'ex latitante (sic.) Bennardo Provenzano... pensa un po’, caro Manfredi, cosa avremmo scoperto se un decimo di quella che appare come ridicola propaganda attività giudiziaria, fosse stata attivata subito dopo l'arresto, nel " covo" del sano, attivissimo ed infame, "Totò" Riina... (sic.)Non riesco proprio a convincermi, che pezzi importanti di quella Procura di Palermo, che non riuscirono a conquistarsi la fiducia e la stima di tuo padre e di Giovanni Falcone, oggi siano protagonisti Istituzionali degni di credibilità:i conti non mi tornano...&lt;br /&gt;Gioacchino Basile non ha mai tradito nessuno, nemmeno con la rinuncia.... è non lo farà certo nei confronti di tuo padre e dei cinque poliziotti della sua scorta ad essi debbo la certezza che non convive con il dubbio, affinché altri Magistrati degni di tali conferimento Istituzionale ed altri uomini e donne delle forze dell'ordine possano svolgere il loro dovere, senza dubitare della lealtà del nostro Stato che Essi, servono quotidianamente, nell'interesse dei cittadini e della nostra Costituzione Democratica.&lt;br /&gt;Consapevole dei miei limiti (sono un uomo solo) è certo che, ben difficilmente la filosofia del potere, consentirà spazi al coraggio della ragione, che si fa Verità e rende Giustizia ai nostri eroi, ti confermo fin d'adesso, che questa lettera aperta navigherà attraverso il mio sito Web costruito ad oc. a vele aperte incontro alla storia ed alla gente del mondo, e che nello stesso sito web caricherò tutta la documentazione del caso che ineluttabilmente dimostra, la forte serenità delle mie ragioni.&lt;br /&gt;PS: mi piace chiosare questa lettera, aggiungendo un'altro inquietante elemento strutturale che rischiava di sfuggirmi: (sic.):&lt;br /&gt;qualche mese dopo, la strage di via D'Amelio in ordine all'Esposto del 29 giugno 1992, fui convocato da un Brigadiere della guardia di Finanza, negli uffici di Piazza Sturzo al quale delucidai ulteriolmente le cose che avevo documentato ed argomentato nell'Esposto in oggetto... quel Brigadiere, vedendomi fiducioso e disponibile a mettere a verbale fatti e circostanze che arricchivano l'esposto, per frenare il mio fiducioso entusiasmo, mi disse chiaro e tondo che quelle "indagini" erano un palliativo per costruire un Processo fiscale.&lt;br /&gt;Signor Basile, mi disse se ci fosse stata un minimo di volontà vera di scoprire cosa c'è dietro a questo affare, le indagini da fare dovrebbero essere altre ed io non dovrei essere solo; quindi non s'illuda...&lt;br /&gt;Ma, non ci volli credere. Nemmeno quando mi disse che la delega alle indagini gli era stata affidata da un Magistrato della Procura presso la Pretura di Palermo, di cui mi disse il nome che ben ricordo ed è, ben segnato nei miei quaderni a futura memoria.&lt;br /&gt;Mi piaceva credere che si stava indagando sotto traccia a fatti meno importanti che non mettessero in allarme la palude. Dio mio, quanto ci fà sbagliare il credere senza riserve, negli uomini che si dicevano amici di tuo padre: come potevo dubitare del Magistrato di cui s'era fidato tuo padre; di quello che all'indomani della strage organizzo altri suoi colleghi per chiedere le dimissioni del Prefetto e del Questore di quel tempo!!!..&lt;br /&gt;Quel Brigadiere della guardia di Finanza, m'aveva detto la verità ed "il teatrino degli errori" grazie alla insindacabile "concezione esecutoria della legge" stava per partorire "l'errore fondamentale" che metteva al sicuro "l'errore procedurale" dalle pericolose e scomode ulteriori dichiarazioni dello scrivente.&lt;br /&gt;L'anno successivo o più avanti nel tempo (non posso essere preciso perchè non ho ad immediata portata di mano i miei quaderni a futura memoria, constatato che, malgrado i forti elementi probatori e addirittura le prove che avevo prodotto,non si erano scalfivate per niente le relazioni "imprenditoriali" e i convenienti intenti fra azienda e "cosa nostra", mi recai nella Procura presso la Pretura di Palermo per chiedere notizie sull'esposto del 29 giugno 1992, al PM che mi era stato indicato dal Brigadiere della guardia di Finanza.&lt;br /&gt;Individuata la segretaria del PM ... le dissi gentilmente, che volevo parlare con il dottor .... la stessa gentilmente e pienamente disponibile,dopo che mi presentai ed ebbi accennato al motivo della richiesta, entrò nell'uffico del dottor... per annunciarmi; tutto lasciava presagire, che da lì a poco sarei stato ricevuto dal PM.... ma, l'annunciatrice tardò ad uscire, ed io cominciai ad inquietarmi.&lt;br /&gt;Uscita dalla stanza del PM, quella signora era totalmente cambiata... era un'altra persona.&lt;br /&gt;Il Dottor... adesso non può riceverla. Ma comunque per avere luogo l'incontro, lei deve fare istanza... anzi per essere più precisi l'istanza deve farsela fare da un avvocato ed il Dottor ... mi ha precisato che in ordine agli impegni che ha in corso, in ogni caso l'incontro non potrà avvenire prima di almeno tre mesi... è utile ricordare che, informai di questo fatto "un mio amico" (sic.) avvocato, che si rifiutò di scrivere, quella inutile istanza...&lt;br /&gt;In questi ultimi anni, indagando sui fatti odierni, dal teste che chiamavo in causa in quell'esposto e da un mio amico giornalista ho saputo che l'esposto del 29 giugno 1992, in effetti scaturì in un processo fiscale, contro Antonino Cipponeri ed altri.&lt;br /&gt;In buona sostanza, quel Processo svuotava l'importanza penale ed i profondi contenuti di quell'esposto, ed escludeva dal Processo anche in qualità di teste, l'estensore dello stesso che si dichiarava anche parte offesa, perchè avevo scoperta la verità, seguendo la rozza traccia della falsa testimonianza di Antonino Cipponeri nel mio Processo del lavoro.&lt;br /&gt;Eppure, sia davanti al PM della Procura Antimafia di Palermo, sia davanti al Brigadiere della guardia di Finanza e sia nell'esposto, mi dichiaravi sempre parte offesa, per quel mentire sotto giuramento di Antonino Cipponeri, che poteva arrecarmi danni patrimoniali.&lt;br /&gt;Nei documenti di questo sito web, puoi tu stesso constatare che concludevo l'esposto, dicendo che intendevo essere avvisato in caso di archiviazione... (sic.)&lt;br /&gt;"Minchia" è fammelo dire, questi non solo non m'hanno ascoltato come parte offesa in quel Processo che somiglia troppo ad una farsa,ma nemmeno come teste estensore di quell'esposto documentato nelle circostanze e nelle fatture... (sic.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Possiamo dirlo che tutto concorre a fare apparire prepotentemente uno scenario che si difende dal rischio, di correggere l'errore procedurale e "l'errata ipotesi investigativa" determinati dalla "concezione esecutoria") di quei Magistrati?..&lt;br /&gt;Di ciò non ho certezza, ma vogliamo scommettere che, se vado a leggere nei miei quaderni a futura memoria, la data del giorno in cui mi recai nella Procura presso la Pretura di Palermo, essa corrisponde con il momento storico in cui andava in scena quel Processo, che i fatti fanno apparire come una farsa?!!..&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gioacchino Basile&lt;br /&gt;posta elettronica: gioacchino_basile@tin.it&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8577004451338754756-6930764912633264468?l=gioacchinobasile.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/feeds/6930764912633264468/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8577004451338754756&amp;postID=6930764912633264468' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/6930764912633264468'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/6930764912633264468'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/2008/04/lettera-aperta.html' title='Lettera aperta'/><author><name>Giocchino Basile</name><uri>http://www.blogger.com/profile/02927092151441947961</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_9qVypSHQU8k/SAjEpgWge_I/AAAAAAAAABI/NWdS1O1_Ii8/s72-c/strage.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8577004451338754756.post-6044406016892105806</id><published>2008-04-18T08:53:00.001-07:00</published><updated>2008-04-18T08:53:26.351-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Rassegna stampa'/><title type='text'>Comunicato Stampa Ansa (ottobre 2003)</title><content type='html'>Comunicato Stampa (Ansa) ottobre 2003&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Spett.le dottor Pier Luigi Vigna,&lt;br /&gt;con le stragi di Palermo nell’anno 1992, "cosa nostra" esercitò le sue infami funzioni regolatrici, al servizio di quei poteri che, assicurano ai Palazzi romani, fedeltà e ordine sociale in cambio della totale assenza di controlli e di legalità, in ogni comparto della gestione delle pseudo attività produttive dello statalismo affaristico e delle risorse assistenziali, pilotate attraverso la lottizzazione politica, per controllare ed impedire ogni accennò alla trasparenza ed alla emancipazione culturale e morale della mia gente.Detto questo e consapevole che, adesso la mia vita e la “ritrovata” serenità della mia eroica famiglia andranno a farsi benedire, (conosco bene il contesto) La voglio portare pubblicamente a conoscenza del fatto che, da ben 8 mesi ho informato con lettera scritta la Procura di Caltanissetta, che sono in grado di fornire dettagliate argomentazioni, importanti indizzi ed inconfutabile documentazione che potrebbero dimostrare in tutto il suo pittorico scenario, quel contesto che decise la strage di via D’Amelio, e che partendo da questo contesto si potrebbe arrivare agevolmente a quelle responsabilità, che l’attività Giudiziaria ha illuminato solo nella parte fiancheggiatrice di quella strage; ma nessuno sente ancora il bisogno di ascoltarmi... (?)Ancora una volta le parole e gli onerosi intenti esistenzialmente d’un uomo, (posso gridarlo forte è senza paura d’essere smentito) che si è battuto e si batte contro l’infamia criminale e l’accozzaglia politica che ne utilizza le funzioni regolatrici, solo ed esclusivamente per motivi ideali, sembra valere molto meno, di quella dei professionisti della politica e dei "pentiti".Sembra una storia vecchia quanto la mia storia: ma spero che stavolta non mi ci vogliano altri 15 anni ed il “pentito” di turno per rendere Giustizia a quegli Eroi che appartengono alla gente comune; l’unica componente del sistema Stato, di cui si ha la certezza, che non li abbia mai traditi..L’augurio che mi rivolgo e che rispettosamente rivolgo a Lei (che certamente è stato già informato dal mio amico Giancarlo Caselli e dal Dottor Luca Tescaroli) ed alla Procura di Caltanissetta è quello che il vostro silenzio sia finalizzato a quell’interesse investigativo che non teme di guardare a fondo la verità che decise l’infame strage di via D’Amelio...Non so se sto sbagliando è quanto sto sbagliando: so solo che, Voi signori Magistrati dovete rendervi conto che il cittadino, l’ex operaio e sindacalista, l’uomo tradito anche da pezzi importanti delle Istituzionicostretto a vivere l’esilio, Gioacchino Basile, fino a prova contraria merita un po’ di rispetto.Se invece si stesse costruendo il copione palermitano e siciliano più in generale che attraverso il tatticismo esilarante, vede sempre la verità prigioniera del silenzio e della calunnia per nascondere le debolezze Istituzionali d’ogni tempo e d’ogni colore politico è bene che si sappia: stavolta non sarà così... stavolta, qualsiasi cosa mi accada non solo la strage di via D’Amelio avrà Giustizia; ma partendo da essa si potranno finalmente capire quali sono i profondi malesseri del sud del nostro Paese: altro che quell’infame di “Toto Riina” e dei suoi accoliti criminali..Sono è resto a VS/ disposizione per documentarVi ed argomentarVi, quella verità che solo per rispetto alla mia ed altrui onorabilità, continuo a condizionare alle VS/ indagini di merito.&lt;br /&gt;Gioacchino Basile.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8577004451338754756-6044406016892105806?l=gioacchinobasile.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/feeds/6044406016892105806/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8577004451338754756&amp;postID=6044406016892105806' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/6044406016892105806'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/6044406016892105806'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/2008/04/comunicato-stampa-ansa-ottobre-2003.html' title='Comunicato Stampa Ansa (ottobre 2003)'/><author><name>Giocchino Basile</name><uri>http://www.blogger.com/profile/02927092151441947961</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8577004451338754756.post-2129452728764059859</id><published>2008-04-18T08:52:00.001-07:00</published><updated>2008-04-18T08:52:56.881-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Rassegna stampa'/><title type='text'>Dossier scritto da Umberto Santino</title><content type='html'>Umberto Santino, Perché questo dossier&lt;br /&gt;Questo dossier nasce da molteplici esigenze. La prima è di raccogliere una documentazione preziosa, attualmente dispersa, riguardante la presenza della mafia al Cantiere navale di Palermo, dalle denunce dell'operaio e sindacalista Gioacchino Basile all'inchiesta condotta dalla Procura di Palermo che nel luglio del 1997 ha portato all'arresto dei mafiosi e dei loro complici operanti nel Cantiere.&lt;br /&gt;La seconda esigenza è di ripercorrere un itinerario esemplare che va oltre la vicenda individuale. Gioacchino Basile ha cominciato a denunciare la presenza mafiosa nel Cantiere nel 1987 e da allora ha vissuto un vera e propria via crucis, le cui stazioni principali sono state l'espulsione dalla CGIL, il licenziamento della Fincantieri e ora il forzato esilio lontano da Palermo, per sfuggire alla ritorsione mafiosa. Questa vicenda non è casuale ma è indice di qualcosa di più ampio che riguarda le condizioni in cui si è svolta la lotta antimafia dagli anni '80 fino ad oggi.&lt;br /&gt;La terza esigenza è di porre all'attenzione il problema del Cantiere navale, che rischia di essere smantellato nell'indifferenza generale, come se si trattasse di una questione privata di lavoratori e sindacalisti.&lt;br /&gt;La mafia al Cantiere&lt;br /&gt;La presenza della mafia al Cantiere navale non è un fatto nuovo. Manca una storia del Cantiere (ed è una gravissima lacuna, dato che esso è stato e rimane fino ad oggi la più importante industria di Palermo e una delle più consistenti realtà produttive della Sicilia e del Mezzogiorno) ma sulla presenza mafiosa e sul ruolo dei lavoratori del Cantiere nella lotta contro la mafia qualcosa sappiamo.&lt;br /&gt;Se già nell'ultimo decennio del secolo scorso, prima e durante la vicenda dei Fasci siciliani (1892-1894), gli operai della Navigazione generale dei Florio, il maggiore stabilimento industriale dell'isola, cominciano ad assumere un ruolo autonomo, rompendo con il paternalismo padronale e costituendo il primo nucleo del «movimento socialista internazionalista», è negli anni che precedono l'avvento del fascismo che i lavoratori sperimentano le prime forme di collaborazione con il movimento contadino, allargando il fronte antimafia. Nel 1920, cadono per mano mafiosa i principali artefici di quella politica unitaria. Il 1° marzo a Prizzi viene ucciso Nicolò Alongi, dirigente del movimento contadino, e il 14 ottobre a Palermo viene assassinato Giovanni Orcel, segretario federale della FIOM. Quei delitti, come tantissimi altri, sono rimasti impuniti.&lt;br /&gt;Ricordiamo l'impegno e il sacrificio di Alongi e Orcel perché troppo spesso negli ultimi anni si è parlato di un'attività antimafia cominciata solo da poco, in pratica dopo l'assassinio di Dalla Chiesa o dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Invece abbiamo alle spalle una lotta contro la mafia lunga almeno un secolo, che fino agli anni '50 si è caratterizzata come specifico della lotta di classe in Sicilia e come movimento di massa, con centinaia di migliaia di persone continuativamente mobilitate, e dagli anni '80 ad oggi, in un contesto profondamente mutato, ha dato vita a grandi manifestazioni dopo i delitti più eclatanti, ma poi si è risolta nell'impegno quotidiano di pochi.&lt;br /&gt;Nel secondo dopoguerra il Cantiere navale è in prima linea nella lotta contro la mafia che ha come protagonista il movimento contadino. Nel gennaio del 1947, l'anno più duro nello scontro con la mafia, al Cantiere navale i mafiosi, capeggiati dal boss dell'Acquasanta Nicola D'Alessandro, sparano sugli operai che non tollerano la presenza mafiosa nel Cantiere e chiedono l'allontanamento del direttore della mensa Emilio Ducci, appoggiato dai mafiosi. Vengono feriti gli operai Francesco Paolo Di Fiore e Antonino Lo Surdo. Va sottolineato: i mafiosi erano dentro il Cantiere, gestivano la mensa, controllavano le assunzioni, con il pieno consenso del padronato.&lt;br /&gt;Cosa è avvenuto negli anni più recenti, una volta sostituito il padronato privato con il pubblico? I mafiosi hanno spadroneggiato nel Cantiere gestendo i subappalti, ma ciò non sarebbe potuto accadere senza il consenso, e la convenienza, della Fincantieri. I Galatolo hanno potuto gestire subappalti e indotto unicamente perché alla Fincantieri, che è un'azienda di Stato ma si è comportata né più né meno come un qualsiasi imprenditore colluso o convivente, conveniva accaparrarsi manodopera a basso costo, ridurre l'organico del Cantiere e incrementare l'attività di microaziende satelliti.&lt;br /&gt;I rappresentanti della Fincantieri hanno negato e continuano a negare la presenza della mafia, e tale comportamento somiglia da vicino a qualcosa che si chiama omertà. Non comprendiamo in base a quali elementi rappresentanti delle istituzioni hanno avvallato le dichiarazioni dei dirigenti dell'azienda: sono disinformati o difendono la Fincantieri per una sorta di «ragion di Stato»?&lt;br /&gt;Quel che è certo è che la Fincantieri non è un caso isolato. Le grandi aziende, private o di Stato, hanno una lunga tradizione di convivenza con la mafia e l'intervento pubblico dagli anni '50 in poi ha avuto una funzione decisiva nella configurazione della mafia come borghesia di Stato. Le recenti rivelazioni di mafiosi collaboratori di giustizia non fanno che confermare cose che si sapevano già e contro cui non si è lottato adeguatamente quando succedevano ed erano visibilissime, almeno per chi voleva tenere gli occhi ben aperti.&lt;br /&gt;Per analizzare l'attività di gruppi mafiosi all'interno o nei paraggi del Cantiere navale non occorre scomodare la cosiddetta «mafia imprenditrice», espressione con cui si voleva indicare un fantomatica mutazione della mafia da parassitaria a produttiva avvenuta negli anni '70: in quegli anni ci sarebbe stato il passaggio da una «mafia tradizionale», in competizione per l'onore e il potere, a una «mafia imprenditrice» che avrebbe scoperto solo allora la competizione per la ricchezza.&lt;br /&gt;In realtà, come ho avuto modo di chiarire in molti scritti, meno fortunati di quella gratuita ricostruzione, l'evoluzione del fenomeno mafioso è un intreccio di continuità e innovazione, per cui aspetti arcaici, come la «signoria territoriale», si coniugano con aspetti postmoderni, come l'uso di mezzi telematici per riciclare il denaro sporco. Ancora più gratuito lo stereotipo che vorrebbe un'antica mafia buona soppiantata da una mafia cattiva: i mafiosi che sparavano sui contadini e sui sindacalisti non erano meno spietati dei «corleonesi». Ma tant'è: «vecchia mafia» e «nuova mafia» sono stereotipi talmente radicati che anche adesso più d'uno non perde l'occasione per avventurarsi in un'ennesima scoperta dell'America, ignorando che la mafia è un sistema adattivo, dotato di un alto grado di elasticità, senza per questo essere un mutante alla deriva. Essa si adegua ai cambiamenti sociali ma non rinuncia all'uso della violenza, semmai dopo gli effetti boomerang dei delitti più eclatanti vi ricorre con maggiore oculatezza; svolge attività legali ma rafforza quelle illegali; si internazionalizza ma mantiene forte il legame con le radici territoriali.&lt;br /&gt;Stando con i piedi per terra, le imprese operanti al Cantiere navale controllate dalla mafia sono miniimprese e se si confrontano i loro fatturati con le capacità di accumulazione della famiglia Madonia, che ha un ruolo rilevante nel traffico internazionale di droghe e dirige il mandamento in cui ricade il Cantiere, risulta ancora una volta ribadita la vocazione della mafia che nell'esercizio della signoria territoriale si inserisce in tutte le attività che si svolgono in una area determinata e ulteriormente confermata l'ipotesi della mafia attuale come mafia finanziaria e della prevalenza dell'accumulazione illegale: solo una parte dei capitali accumulati viene utilizzata per gestire attività imprenditoriali, come queste del Cantiere e le altre che risultavano dalla ricerca pubblicata nel volume L'impresa mafiosa. Il resto fluisce nei circuiti finanziari (la liberalizzazione della circolazione dei capitali e la globalizzazione favoriscono la simbiosi tra capitali illegali e legali) o viene reinvestito in attività illecite.&lt;br /&gt;I perché dell'isolamento di Basile&lt;br /&gt;Gioacchino Basile non è come qualcuno vorrebbe un solista ma un isolato. Il primo documento con cui denuncia il ruolo dei mafiosi nel Cantiere è un esposto alla Procura di Palermo, del maggio del 1987, firmato da 120 lavoratori. Successivamente Basile ha avuto un ruolo nell'organizzazione sindacale, è stato eletto nel Consiglio di fabbrica, ma ciò non è valso a fare della sua battaglia una battaglia collettiva, con il sindacato in testa, come ai tempi del movimento antimafia di massa. Basile si è trovato solo, sempre più solo, perché lui è rimasto dov'era e tutti gli altri hanno fatto più di un passo indietro.&lt;br /&gt;Isolato dal sindacato, isolato dal Partito Comunista (nel dossier pubblichiamo una lettera ai dirigenti nazionali del PCI che non ebbe risposta), isolato anche dagli altri operai, almeno da un certo punto in poi. Sappiamo quanto poco affidabile sia la televisione, con la sua capacità di ridurre tutto a una poltiglia di frasi fatte e luoghi comuni, ma certo le cose che dicevano, e quelle che non dicevano, gli operai intervenuti a una recente trasmissione erano dettate da qualcos'altro che il panico del microfono.&lt;br /&gt;Per qualche tempo accanto a Basile sono stati alcuni partiti politici, soprattutto la Rete, e alcuni soggetti della società civile, soprattutto l'associazione Coordinamento antimafia. Purtroppo era un periodo in cui la frammentazione era giunta al massimo, le contrapposizioni erano molto forti e ciò non ha consentito una solidarietà attiva più ampia e adeguata alla gravità della situazione.&lt;br /&gt;Esemplare la vicenda del fallimento della convenzione antimafia proposta dal Centro Impastato nel 1988, quando a Palermo il problema era essere o meno sostenitori toto corde delle «giunte di primavera», che cercavano di avviare un processo di rinnovamento ma contenevano gravi contraddizioni, come la centralità della DC e la presenza di uomini di Lima tra gli assessori, tra cui figuravano anche personaggi come Vincenzo Inzerillo, già allora «chiacchierato» e successivamente incriminato per associazione mafiosa. La convenzione fallì per l'atteggiamento di parte della società civile ma soprattutto per le gravi carenze delle organizzazioni sindacali.&lt;br /&gt;Il nostro intento, pubblicando questo dossier, è chiaro: invitiamo a ripensare quelle vicende, in cui si inserisce la vicenda Basile. Invitiamo i sindacati, i partiti, la società civile: chi è stato a fianco di Basile e da un certo punto in poi non c'è stato più; chi non c'è stato e vuole esserci, attribuendo alla sua vicenda il significato emblematico di spia di un'intera stagione, non definitivamente tramontata.&lt;br /&gt;Chiediamo a tutti un atto di maturità che gioverebbe a superare la situazione attuale. Finora siamo riusciti a stringere le fila solo nei momenti di grande emozione suscitata dai delitti più eclatanti (Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino), per ritornare qualche tempo dopo alla dispersione e all'insularità. Discutere di ciò che è accaduto è necessario se non vogliamo ripetere gli stessi errori e deve essere la precondizione per rilanciare un lavoro unitario. I problemi che pone il Cantiere possono costituire la base di tale impegno.&lt;br /&gt;Il Cantiere ha un futuro?&lt;br /&gt;La vertenza attuale con la Fincantieri è a un punto decisivo. Il Cantiere rischia di essere ulteriormente ridotto e svenduto. La Fincantieri vuole smantellarlo e passare la mano; il governo nazionale è intervenuto con molto ritardo, ma è fin troppo chiaro che non ha una politica per il Mezzogiorno; quello regionale ha avallato il piano Fincantieri, ha disertato gli incontri e solo negli ultimi giorni ha dato qualche segnale di disponibilità; la Provincia e il Comune hanno dichiarato di essere a fianco dei lavoratori ma non è più il momento di solidarietà verbali. Il problema Cantiere non è una qualsiasi vertenza sindacale ma è un nodo essenziale per Palermo, per la Sicilia e per l'intero Mezzogiorno, un banco di prova su cui si verifica chi è amico a parole e nemico di fatto, e se le solidarietà sono solo formali o danno vita ad atti concreti. Gli operai hanno già avviato iniziative per incontrare e coinvolgere la città (anche se poi in alcune manifestazioni si sono registrati episodi che rischiano di aggravare l'indifferenza e di allontanare i cittadini). Con questo intendimento abbiamo lanciato un appello che vuole trasformare la vertenza-Cantiere in vertenza-Città. Abbiamo raccolto le prime adesioni e vogliamo sperare che non siano solo sulla carta.&lt;br /&gt;Siamo solo ai primi passi e sappiamo che sarà dura: per la forza dell'avversario, per le ripercussioni dei processi di globalizzazione ed europeizzazione, per la forza di vecchi vizi duri a morire. Vogliamo ugualmente provarci. A partire da alcuni risultati che tutto sommato si è riusciti a conseguire: le denunce di Basile hanno trovato uno sbocco sul piano giudiziario; la città è cresciuta, anche se ci sono segnali contraddittori; a livello istituzionale è possibile stringere alleanze.&lt;br /&gt;L'unanimismo non serve, anzi è dannoso, ma un ampio schieramento oggi è possibile. A patto che ognuno faccia per intero la propria parte.&lt;br /&gt;Ps: Il Dossier in oggetto risulta da molti anni esaurito.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8577004451338754756-2129452728764059859?l=gioacchinobasile.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/feeds/2129452728764059859/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8577004451338754756&amp;postID=2129452728764059859' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/2129452728764059859'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/2129452728764059859'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/2008/04/dossier-scritto-da-umberto-santino.html' title='Dossier scritto da Umberto Santino'/><author><name>Giocchino Basile</name><uri>http://www.blogger.com/profile/02927092151441947961</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8577004451338754756.post-6449828715593738707</id><published>2008-04-18T08:51:00.002-07:00</published><updated>2008-04-18T08:52:15.320-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Documenti'/><title type='text'>Dottoresse Fazi e Filoni</title><content type='html'>Spett.li D.ssa Maria Gabriella Fazi e D.ssa Simona Filoni;&lt;br /&gt;Procura della Repubblica c/o Tribunale di Caltanissetta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Li 20 febbraio 2003&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggetto: riflessioni, dubbi e tentazioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Spett.li D.ssa Maria Gabriella Fazi e D.ssa Simona Filoni,&lt;br /&gt;quando nel tardo pomeriggio, di quella maledetta domenica 19 luglio 1992, appresi dalla tv, della strage di via D’Amelio, la notizia, non penetro l’animo mio solo in termini d’intenso dolore, così come era stato le tantissime altre volte che l’infamia criminale s’era resa operativa contro i migliori uomini delle Istituzioni ma, anche come un’atroce beffa, che intuivo ma, non riuscivo ad interpretare con la forza della ragione; era un sentire la beffa, un pensare di comprenderne le ragioni, che però non riuscivano a liberarsi dalla sensazione di essere forzate dalle mie forti emotività.&lt;br /&gt;( La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto &lt;&lt; al momento giusto &gt;&gt;.&lt;br /&gt;E. Canetti, la provincia dell’uomo.)&lt;br /&gt;Dopo quella maledetta strage, il contesto che combattevo con le sole armi delle mie solari ragioni, si organizzo è riuscì a distruggerle con le modalità che potrò spiegarvi è che, potrete verificare dagli atti e dalle indagini della Commissione Antimafia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla fine del mese di agosto dell’anno 1993, mi trovavo a Filaga (PA) nella qualità di relatore insieme all’ON. Fausto Bertinotti ed un VS/collega di cui non ricordo al momento il nome, in un dei consessi di studio previsti nello “Stage” organizzato dal movimento politico “LA Rete”; quel giorno fra le altre cose, spiegai ai giovani presenti, chi ero, cosa avevo fatto ed i problemi che da solo mi trovavo ad affrontare: immediatamente scatto l’affetto e la solidarietà di quei giovani arrivati dal nord Italia, (la maggioranza di essi erano studenti Universitari di Padova) che subito dopo si mobilitarono e scrissero un’accorata lettera al Procuratore Dottor Giancarlo Caselli.La sottoscrissero in 168, (praticamente tutti) e la inviarono immediatamente in Procura: la cosa, che metteva in difficoltà la credibilità della Procura di Palermo, incontrò “la timida” opposizione dei professionisti dell’antimafia ma, ciò non riuscì a fermare la volontà dei ragazzi.&lt;br /&gt;La tarda mattina di sabato 27 novembre 1993 due poliziotti, mi notificarono un decreto di citazione del PM, Dottoressa (............), che alle ore 17 del 16 dicembre successivo m’ascoltò, in ordine a quella lettera al Procuratore Giancarlo Caselli, nella quale si chiedeva di far luce sulla mia terribile storia, che andava indisturbata in scena, proprio nel momento storico nel quale sembrava che le Istituzioni volevano combattere seriamente la mafia e la criminalità organizzata.In questi giorni ho rivisitato i miei quaderni a futura memoria è sono in grado di fornirvi le interessanti notizie dettagliate, che riguardano i sofferti incontri con questa VS/collega, che forse come me subiva un potere poco trasparente; poi il 17 luglio 1995, andò via da Palermo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questi fatti unitamente, a quelli che avevo vissuto in prima persona fin dal mese di maggio del 1982; quelli che si succedettero dopo che finalmente la Legge dello Stato si era fatta largo dentro la palude dello stabilimento palermitano di Fincantieri è quelli, che si sono succeduti fino a tutto l’anno 2001, hanno sempre reso irrequieto l’animo mio ma, non ho trovato mai fino a questi giorni, luogo e persone che potessero dargli pace in modo sereno è senza espormi alla strumentale “offesa altrui” con le conseguenti querele che per lunghi periodi annullano le mie serene ragioni.&lt;br /&gt;I malvagi e gli stolti, anzi chè guardare la luna, guardano e costringono gli altri, a guardare al dito che la indica.&lt;br /&gt;Antico proverbio cinese, che forse mi sono preso l’arbitrio di dilatare.&lt;br /&gt;Il 14 febbraio 1996, la sorte mise finalmente sulla mia strada un Magistrato, scevro da condizionamenti politici e ambientali, il Dottor Luigi Patronaggio; pensavo di parlare e approfondire con lui di questi fatti è dei dubbi che mi tormentavano sulla strage di via D’Amelio ma, solo in una successiva fase è solo dopo, che lo stesso si fosse reso pienamente conto del contesto implicato, che combattevo già da ben 14 anni: ma, anche lui dovette prendere atto, che..... (?)&lt;br /&gt;Il rientro in scena del PM Vittorio Teresi ed i risultati Giudiziari conseguiti furono molto deludenti: eppure non mancava la mia disponibilità nel non fare sconti ad alcun attore, ne tanto meno le notizie anche giudiziarie sulle quali lavorare per attenzionare, senza molta fatica o difficoltà alcuna “il contesto” che garanti per un vent’ennio il controllo mafioso e criminale, del più importante complesso industriale della Sicilia: il cantiere navale di Palermo.&lt;br /&gt;Il 25 febbraio 2002 nella sala Vivaldi dell’Hotel Majestic sito in via Veneto 50 a Roma, ebbi l’amara conferma di quello, che già dalle parole di alcuni Parlamentari, intorno all’anno 2000, avevo capito: il Dottor (.............) in sede di Commissione Antimafia aveva dovuto ammettere che non si erano mai fatte indagini sulle infiltrazioni criminali dentro lo stabilimento Fincantieri di Palermo...(?)Quel giorno fù messo in cantiere, un progetto cinematografico sulla mia storia; mi trovavo riunito in quella sede con il Sottosegretario al Ministero degli Interni On. Alfredo Mantovano, il Dottor Donadio, VS/collega Magistrato, che svolse le indagini exstragiudiziali per conto della Commissione Antimafia in ordine alla mia storia, un Regista del cinema di cui non ricordo il nome, i produttori cinematografici, i fratelli Verdecchi Vincenzo e Alessandro e due loro sceneggiatori di cui, solo di uno ricordo le generalità, lo scrittore Carmelo Pennisi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Finita quella lunga riunione, durante il viaggio che mi riportava a casa, rivolsi il ricordo ai miei inquietanti ed irrisolti dubbi; rivisitai così il teatro, le scene, gli attori, le comparse ed i momenti topici legati alla mia storia, (che per molti anni avevano sconvolto la serenità dei miei pensieri) e li sposai: con l’ultima certezza, al contesto Processuale partorito dalla Procura di Palermo è ad una traccia, che fino all’anno 2001 avevo sentito parlare ma, che non avevo avuto ancora modo d’intercettare:&lt;br /&gt;Ebbi così davanti agli occhi uno scenario, che pittoricamente notificava tutti gli elementi del terribile sospetto, che non avevo mai voluto accettare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di tutti i delitti mafiosi, che colpiscono il cuore sano delle Istituzioni a Palermo, grazie ai “pentiti” si sono forse trovati gli esecutori ma, mai i due elementi essenziali per andare incontro alla verità: il movente ed i mandanti...&lt;br /&gt;&lt;&lt;Bisogna fare come gli animali che cancellano ogni traccia davanti la loro tana.&gt;&gt;&lt;br /&gt;(Montaigne)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono passati ormai 21 anni dal giorno che la sorte m’indusse, anzi mi costrinse ad affrontare, il terribile viaggio senza ritorno dentro la realtà profonda delle cose, che impediscono il riscatto morale e civile della mia comunità: oggi, grazie all’aiuto economico dello Stato, ho assicurato un futuro dignitoso alla mia famiglia e potrei ben dire basta ed arrendermi alla stanchezza, alla mia solitudine ed all’impotenza delle mie ragioni ideali: anche, il buon Seneca, criticherebbe duramente la mia perseveranza nel credere, che può esistere la Giustizia in questa vita.&lt;br /&gt;Ma, non sono mai stato un vile, è non lo sarò nemmeno adesso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per questo, nutrito dalla speranza che m’avete ispirato; è forte del fatto che, anche nel caso Voi non siate i Magistrati che i miei occhi hanno visto, la sorte ha costruito le condizioni per fuggire, senza sensi di colpa nei confronti dei miei familiari, da un’esistenza troppo sofferta, Vi chiedo: nel caso che, dalle VS/autorevoli indagini, (così come sono serenamente convinto) risultasse, che anche in ordine all’Esposto del 1992 e gli eventi successivi collegati allo stesso riferimento eziologico, le mie critiche al Dottor Vittorio Teresi dovessero risultare fondate e le sue giustificazioni non riuscissero ha saziare la VS/voglia di capire: è possibile trovare la modalità formalmente corretta, che mi consenta di sottoporre serenamente, alla VS/attenzione i miei dubbi e le mie riflessioni, senza per questo attentare all’onorabilità di alcun attore?&lt;br /&gt;Voi m’insegnate che, i più difficili enigmi sono stati risolti sempre grazie a quelle che sembravano piccole intuizioni ed alla tentazione di verificarle con attento coraggio.&lt;br /&gt;Non vi esporrò un giallo d’autore ma, fatti concreti, che dopo le VS/ accurate indagine potrebbero assumere la dignità di movente, che con estrema naturalezza ci conduce dentro l’infernale contesto, che quanto meno diede l’imput alla strage di via D’Amelio per uccidere un uomo che si lasciava governare solo dalla sua Onorabilità di uomo e di Magistrato: un VS/collega che come tutti gli altri Magistrati degni di tali funzioni, sono caduti sul fronte mafioso e criminale, dopo esser stati isolati ed aver vissuto con estremo disagio il loro ruolo Istituzionale dentro quella Procura.&lt;br /&gt;Cordialmente&lt;br /&gt;Gioacchino Basile&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8577004451338754756-6449828715593738707?l=gioacchinobasile.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/feeds/6449828715593738707/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8577004451338754756&amp;postID=6449828715593738707' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/6449828715593738707'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/6449828715593738707'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/2008/04/dottoresse-fazi-e-filoni.html' title='Dottoresse Fazi e Filoni'/><author><name>Giocchino Basile</name><uri>http://www.blogger.com/profile/02927092151441947961</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8577004451338754756.post-6953823962118400745</id><published>2008-04-18T08:51:00.001-07:00</published><updated>2008-04-18T08:51:46.573-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Documenti'/><title type='text'>Luca Tescaroli</title><content type='html'>22 maggio 2003&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Spett.le Dottor Luca Tescaroli,&lt;br /&gt;rivolgo alla Sua leale attenzione quanto segue; sono preoccupato dal silenzio, che da 3 mesi fà seguito alla lettera (quì allegata) che come s’evince dalle ricevute Postali ho spedito alle Sue colleghe della Procura di Caltanissetta in data 20 febbraio 2003.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Senza nulla togliere al rispetto personale ed Istituzionale per le Sue colleghe, da circa due mesi, giorno e notte mi chiedo:&lt;&lt; perchè le fondate ragioni dei sospetti, d’un fatto così grave non vengono colti immediatamente dai Magistrati?..&gt;&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le Sue colleghe sanno, che sono un uomo a rischio, sanno pure che, là dove avessi ragione la mia vita varrebbe ancora molto meno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le mie battaglie contro “cosa nostra” è contro l’infame corollario che, ne utilizza le funzioni regolatrici per gestire senza alcuna opposizione sociale, le nefandezze socio-economiche, ambientali è politiche; sono costellata da troppe omissioni Istituzionali, che nei fatti hanno sempre agevolato le attività criminali e coperto le responsabilità, di quegli attori sindacali, politici ed economici, che si sono avvalsi di quelle funzioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi piace pensare che le Sue colleghe, messe di fronte ad un fatto così grave, siano legittimamente impegnate a cercare di capire se sono degno di credibilità e/o se addirittura la mia risolutezza possa essere governata da fini meschini ma, le chiedo:&lt;&lt; là dove questa ipotesi dovesse essere riscontrata, non sarebbe più facile per Esse verificarla, dopo aver imprigionato le mie dichiarazioni dentro gli inoppugnabili verbali giudiziari?...&gt;&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il mio, è un fortissimo convincimento; un maledetto sospetto, che posso argomentare e documentare grazie all’attenta rilettura dei miei appunti: posso anche spiegare con estrema serenità perchè solo a distanza di 9 anni dalla strage di via D’Amelio ho saputo e potuto cogliere pittoricamente il quadro, che mi tormenta giorno e notte: uno scenario che più cerco di sbiadire con i colori della ragione è più quest’ultima mi piange davanti, chiedendo Giustizia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non chiedo l’impossibile, ne tantomeno ho l’intenzione di mettere in discussione la mia e/o altrui onorabilità: chiedo solo d’essere ascoltato serenamente (finchè sono in vita) per mettere a verbale le cose che ho da dire, per (là dove avessi ragione) garantire Giustizia a Paolo Borsellino ed ai Poliziotti, uccisi quel maledetto 19 luglio 1992 in via D’Amelio, a Palermo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dottor Tescaroli, oltre a pregarLa di contattare le Sue colleghe, la prego anche di notiziare di questi fatti il Procuratore Nazionale Pierluigi Vigna: ritengo d’aver ragione quando penso che, sarebbe cosa buona, che ad indagare i miei fondati e documentati sospetti, fosse una Procura lontana dalla Sicilia; ciò per maggiore garanzia di sicurezza degli attori Istituzionali che debbono esaminare, il contesto ed i protagonisti, che voglio e debbo mettere all’attenzione della Magistratura è, per essere certi che la verità sia cercata, senza quei condizionamenti storici che, in Sicilia già, da Emanuele Notabartolo ucciso il 1 febbraio 1893; a Portella delle Ginestre è fino alle stragi del 1992 a Palermo è stata sempre mortificata ed archiviata nei tuguri dei misteri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Attenderò ancora fiducioso un segno, un atto di concreto è di buona volontà fino al prossimo 19 luglio, poi nessuno potrà accusarmi di nulla e di niente: là dove si continuasse ad eludere questa mia legittima richiesta, sento d’avere il dovere di denunciare pubblicamente i fatti ai cittadini di questo Paese ed a tutti coloro che nel mondo amano la Verità e la Giustizia.&lt;br /&gt;Se, come sono fermamente convinto, fosse vero che, Paolo Borsellino ed i cinque poliziotti sono stati massacrati per difendere le mie ragioni, nulla e niente mi fermeranno; nemmeno l’amica morte...Cordialmente&lt;br /&gt;GioacchinoBasile&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8577004451338754756-6953823962118400745?l=gioacchinobasile.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/feeds/6953823962118400745/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8577004451338754756&amp;postID=6953823962118400745' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/6953823962118400745'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/6953823962118400745'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/2008/04/luca-tescaroli.html' title='Luca Tescaroli'/><author><name>Giocchino Basile</name><uri>http://www.blogger.com/profile/02927092151441947961</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8577004451338754756.post-7917590398517279640</id><published>2008-04-18T08:50:00.002-07:00</published><updated>2008-04-18T08:51:11.718-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Documenti'/><title type='text'>Esposto del 29 giugno 1992 consegnato informalmente al dottor Paolo Borsellino la sera del 25 giugno 1992</title><content type='html'>Esposto denuncia, che dopo espresso sollecito del Dottor Paolo Borsellino la sera del 25 giugno 1992, ho spedito a mezzo raccomandata il 29 giugno1992.&lt;br /&gt;Quella sera il Dottor Paolo Borsellino, mi chiese ed ottenne una copia dello stesso, corredata da tutta la documentazione che formava il dossier.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;al Procuratore della Repubblica di Palermo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;al Procuratore generale presso la Corte D'Appello di Palermo&lt;br /&gt;Epc&lt;br /&gt;al Presidente della Repubblica&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;al Consiglio Superiore della Magistratura&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;al Ministro di Grazia e Giustizia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;al Ministro dell'Interno&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;alla Commissione Parlamentare Antimafia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;alla Commissione Antimafia dell'ARS&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;all'Alto Commissario Antimafia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Pre.mo signor Procuratore della Repubblica,&lt;br /&gt;a seguito d'una testimonianza ampiamente documentata e disponibile nella persona del signor De Lisi Federico, già capo ufficio presso la Fincantieri di Palermo, e in seguito alle dichiarazioni rese sotto giuramento nel processo da me intentato contro la Fincantieri (in seguito al mio licenziamento) dal direttore dello stabilimento, il dottor Antonino Cipponeri, e in conseguenza dei primi concreti riscontri delle denunce da me sempre sostenute riguardo alla gestione dei Cantieri navali, espongo e denuncio quanto segue, nella viva speranza che le mie inquietudini possano trovare il giusto conforto dell'accertamento della verità.&lt;br /&gt;Il mio intento, perdoni l'ardire, è quello di proseguire una battaglia ideale di liberazione dalla mafia che ha avuto inizio all'alba degli anni 70 e che conta oggi i suoi eroi e le sue vittime. Intendo, per quello che posso, contribuire a liberare dall'illegalità una parte importante di Palermo, rappresentata dal suo più grande insediamento operaio, i Cantieri navali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel maggio 87, a seguito d'una ormai palese compromissione sindacale, coperta solo da atti strettamente formali, senza riscontro nel concreto della vita aziendale, l'inquinamento malavitoso appariva consolidarsi giorno dopo giorno, e il diritto alla sicurezza e al lavoro negato dal frequente ricorso alla cassaintegrazione. E a causa del proliferare di ditte che pagavano con salari di fame, i tantissimi lavoratori dell'indotto erano ingiustamente sfruttati. Tutto ciò garantiva alla Fincantieri prezzi bassissimi, agevoli per un mercato che non trova alcuna convenienza nella legalità, a causa del forte monopolio dei paesi orientali nel settore delle riparazioni navali.&lt;br /&gt;Decisi di presentare un esposto a questa Procura della Repubblica con la speraza che si potesse riportare la legalità, lì dove la paura della gente consentiva all'azienda e ai comitati d'affari di oscurare una verità che era sotto gli occhi della città. Quel esposto, che sottoposi all'attenzione dei miei compagni di lavoro, nel giro di pochi giorni, e nonostante le intimidazioni, fu sottoscritto da ben 119 lavoratori.&lt;br /&gt;Purtroppo, almeno da quanto ci è dato da sapere, quel esposto non ha prodotto alcun risultato, se non il fatto che alcune ditte di lì a poco e con grande celerità si trasformarono in cooperative, con i mezzi acquistati presso la famiglia Madonia (queste cooperative , nei primi mesi del 89, dopo una mia denuncia al direttivo Fiom Cgil del 29 dicembre 88, decisero di sciogliersi). L'azienda, per darsi un'immagine più veritiera al problema sicurezza, acquistava circa 30.000 tavole nuove tavole per ponteggi, per i lavori che sarebbero cominciati sulla nave SLOUG, che già si trovava in Cantiere per i lavori di pulizia, condotti da una cooperativa in odor di mafia.&lt;br /&gt;Nel dicembre dell'88 il direttore di quel tempo (Cortesi) lasciava la dirigenza del Cantiere navale di Palermo, e un mese dopo si insidiava ufficialmente l'attuale direttore, Antonino Cipponeri. La nave SLOUG, per la quale erano nel frattempo terminati i lavori (con un disavanzo - a mio avviso da verificare - di 30 miliardi), nel gennaio 89 veniva sguarnita dei ponteggi e subito, fatto questo che apparve molto strano, le tavole smesse dai ponteggi furono composte in agevoli gruppi per essere spostate di lì a poco con mezzi pesanti.&lt;br /&gt;Il fatto ci inquietò moltissimo: di solito il deposito delle tavole non veniva effettuato nel piazzale antistante la portineria, ma in altro luogo meno frequentato.&lt;br /&gt;Proprio in quei giorni, oltre alla costante presenza dei fratelli Raffaele e Vito Galatolo, e a quella di loro parenti (occupati presso ditte o cooperative), notammo la presenza attiva del di loro fratello Vincenzo, che dopo anni di assenza, faceva nuovamente la sua comparsa all'interno del cantiere. Notevole fu in noi lo stupore quando, pochi giorni dopo, vedemmo il Vincenzo Galatolo, coadiuvato dai suoi parenti, trasportare all'esterno del Cantiere, servendosi di grossi TIR, quelle tavole come nuove. Seppure in presenza di compiacenti o paurosi silenzi dei miei compagni della Fiom Cgil, cercai di capire il senso di quella operazione, senza per questo ottenere risposte soddisfacenti; non riuscivo a capire come mai, anche in presenza di una eccedenza, quelle tavole fossero state svendute o regalate mentre quelle vecchie e usurate restavano in Cantiere.&lt;br /&gt;Del prezzo di quell'affare e della effettiva quantità delle tavole in quel tempo non riuscì in un primo momento a sapere abbastanza. Le determinai approssimativamente a 30.000, poiché quella in difetto era la quantità minima stimabile sommariamente.&lt;br /&gt;Le notizie filtrate parlavano di un omaggio coperto da atti formali. Di ciò non parlai mai, giacché fiutavo una trappola da parte di alcuni sindacalisti dei quali non mi fidavo più in alcun modo, temendo un loro tentativo di delegittimazione agli occhi dei compagni di lavoro. L'illegittimità di quell'affare appariva evidente agli occhi di tutti. L'azienda, diciotto mesi prima,aveva speso per quelle tavole circa un miliardo e trecento milioni riferito a tremila metri cubi di legname pari a 40.000 tavole. Un patrimonio aziendale veniva distrutto per assicurarsi la collaborazione attiva delle famiglie mafiose della zona, che a questo dirigente avrebbe garantito le omertà e i silenzi dei quali questo disegno industriale ( la liquidazione dell'efficienza del Cantiere) non può fare a meno.&lt;br /&gt;Questo fatto mi dava la certezza che la Fincantieri, per l'anno 1989, intendeva accedere strumentalmente agli esuberi strutturali che prevedevano il prepensionamento a 50 anni - tanto caro all'indotto che ne avrebbe tratto vantaggio - e per questo fatto il deserto dentro al cantiere, in termini di occupazione, ricorrendo massicciamente alla cassaintegrazione, ottenendo così i famosi 52 miliardi erogati dalla Regione oer il rilancio del cantiere con la "riparazione dei bacini galleggianti".&lt;br /&gt;Nell'agosto dell'89 scrissi su Dopolavoro Notizie una lettera aperta al direttore dello stabilimento (ne allego copia). La lettera era molto critica, ed il contenuto, se ingiustificato, avrebbe dovuto muovere a reazioni formali il destinatario. Vi furono invece reazioni d'altro genere, in presenza di un testimone, che ha già deposto in questo senso nel corso della causa da me intentata alla Fincantieri. Mai vi furono querele. Tutto ciò confermava le mie inquietudini. Non ero però in grado di trovare il giusto supporto documentale. In quel tempo ero Segretario Amministrativo del Dopolavoro Aziendale, e a seguito d quella lettera, fui più volte criticato (al limite della violenza fisica). Nella notte tra il 25 ed il 26 ottobre di quello stesso anno, la sede del Dopolavoro venne devastata, da alcuni vandali, arrestati la notte stessa dai Carabinieri della stazione Acquasanta. Convinsi il responsabile della Stazione dei Carabinieri che non poteva trattarsi d'una ragazzata, e li invitai ad effettuare un sopralluogo. Quando fummo sul posto, egli mi assicurò che, in quanto responsabile dei beni del Dopolavoro, io sarei stato sentito dal Giudice che quello stesso giorno avrebbe giudicato i fermati. Attesi invano tutta la giornata.&lt;br /&gt;------------------------------------------------------------------------------------------------------&lt;br /&gt;(-Ndr maggio 2006 - Quel Maresciallo dei Carabinieri, nell'anno 1990, in occasione dell'operazione "Seat Port" fu chiamato in causa dal "pentito" Joe Cuffaro... ma non era certo di lui che avevo bisogno per farmi un'idea di quel Maresciallo... )&lt;br /&gt;------------------------------------------------------------------------------------------------------&lt;br /&gt;Oggi, dalla certificazione antimafia, in data gennaio 91, prodotta dal Cipponeri nel corso del mio processo sul lavoro (certificazione qui allegata), risulta che l'amministratore unico della Si.PU.RI.NA. e un certo Ingrassia Gaetano, nato ad Amantea il 12 marzo 1951. Questo signore abita a Palermo in via Passaggio S/4, nella zona Sperone-Brancaccio, la stessa zona di provenienza dei teppisti che la notte tra il 25 ed il 26 ottobre 89, devastarono il dopolavoro. Ho saputo della borgata d'appartenenza di costoro da altri componenti del direttivo amministrativo dello stesso dopolavoro, i quali erano anche responsabili sindacali del cantiere. Chissà come è perchè essi ne erano a conoscenza. Quando chiesi al direttivo amministrativo la costituzione di parte civile contro i teppisti, gli stessi personaggi a conoscenza di ciò che ignoravo, pretesero di votare col documento quì allegato che il risarcimento equivalesse alla cifra simbolica di lire 1000&lt;br /&gt;Il 18 ottobre dell'89, presso la sede dell'INTERSID, si era svolto un incontro tra i dirigenti dell'azienda ed i sindacati, riguardanti i carichi di lavoro, molto esigui (a quel tempo dei circa 1700 dipendenti, ben 1100 erano in cassaintegrazione).&lt;br /&gt;Ritenuta insoddisfacente la risposta del sindacato, chiesi che fosse data notizia sull'esito dell'incontro ai lavoratori. I responsabili sindacali tergiversavano, e iniziarono un gioco a scaricabarile; era stato deciso che l'assemblea non si facesse: era chiarissima ormai la subalternità del sindacato o l'incapacità a resistere a un disegno che a tutto oggi rimane inconfessato e inconfessabile.&lt;br /&gt;Il 2 novembre 89 fu organizzata un'assemblea sciopero permanente che, inizialmente, godette della quasi totale partecipazione dei lavoratori. Nel giro di poche ore, tale partecipazione si fece più debole, per la presenza nel cantiere di personaggi in odor di mafia e loro fiancheggiatori e l'opera di persuasione effettuata dai dirigenti sindacali, che paventavano un licenziamento per abbandono del posto di lavoro. Alle ore 12 eravamo rimasti soltanto in cinque. Interrompemmo la protesta alle ore 8,30 del giorno successivo. Il sindacato ci aveva promesso un comportamento più dignitoso.&lt;br /&gt;Sono qui allegati il volantino che distribuimmo ai lavoratori e il comunicato stampa. Il fatto ebbe grande risalto nella stampa locale e nazionale. L'azienda, per motivi d'immagine (e per i 52 miliardi della Regione), corse ai ripari, mettendo anzitempo in lavorazione le commesse Grimaldi, che dovevano avere inizio nel febbraio 90. Con nostro sommo stupore, il mese successivo vedemmo rientrare in Cantiere più di 2000 tavole, certamente non nuove, non quanto quelle vendute in precedenza. Quelle appena arrivate erano vecchie, anche se nell'insieme ancora utilizzabili. Chiesi notizie sul come e il perchè di quell'acquisto, e a quale titolo quelle tavole fossero rientrate in Cantiere. Non ebbi alcuna risposta. Se non telefonate silenziose e minacciose.&lt;br /&gt;La dirigenza aziendale si adoperava intanto per screditarmi e delegittimarmi agli occhi dei compagni di lavoro. L'anno 1990 fa parte della cronaca pubblica, fino al 13 novembre, giorno del mio licenziamento (divenuto allontanamento coatto dopo la sentenza a me favorevole di reintegrazione, pronunciata dal Giudice del lavoro Antonio Ardito.&lt;br /&gt;(-Ndr maggio 2006- nell'esposto riferisco di cronaca pubblica, per confermare che la Procura della Repubblica non poteva non sapere che, l'anno 1990, avvennero i seguenti fatti: arresto dei Galatolo, la nave "Big Jhon" dentro lo stabilimento navale, la mia espulsione dalla Fiom Cgil e le mie denunce pubbliche sempre riprese dai media nazionali e locali: oltre alle tv, gli atti intimidatori sempre denunciati e ben conosciuti anche dal Capo della polizia Parisi ecc...)&lt;br /&gt;Nei primi mesi del 91 fui avvicinato dal De Lisi Federico, al quale chiesi spiegazioni in merito alle modalità formali dell'affare delle tavole. Egli mi spiegò verbalmente l'operazione, e la preoccupazione seria che aveva prodotto nei dirigenti la mia lettera aperta di cui sopra. Fu tale preoccupazione che determinò la scelta di ricorrere nel dicembre dell'89- dopo otto mesi – ad una risibile quanto inverosimile nota credito per erroneo invio. Fu a quel punto che le confidenze del De Lisi confermarono le mie tesi originarie, tanto più che lo stesso ebbe a spiegarmi che l'operazione era stata transata con i lavori effettuati (?) dalla ditta SI.PU.RI.NA.Fu in questo contesto che il mio legale, in sede di audizione dei testimoni, pose all'ingegnere Antonino Cipponeri, soltanto domande inerenti all'affare tavole. Nelle sue dichiarazioni, rilasciate sotto giuramento, il Cipponeri avrebbe affermato palesemente il falso quando sostenne che le tavole furono regolarmente pagate e non transate con il lavoro vero o presunto effettuato dalla SI.PU.RI.NA., negando perfino un rientro seppure parziale, a qualsiasi titolo, delle tavole in questione.&lt;br /&gt;L'ing. Antonino Cipponeri, nel mio processo del lavoro ha esibito i documenti qui allegati: il certificato antimafia di cui sopra, due fatture risultanti in piena conformità con gli appunti del De Lisi, i quali certificano l'avvenuta transazione per il prezzo della vendita delle tavole (una per lire 77.406.405, riferita a metri cubi di tavole 564,33 e una di lire 74.406.216, riferita a metri cubi di tavole 547,36).&lt;br /&gt;Il Cipponeri, sotto giuramento, ne sostenne il pagamento a sessanta giorni. Peraltro, le fatture emesse, rispetto a quelle d'acquisto, sono di un risibile ammontare. Allo stesso potrebbe ad esempio chiedersi copia degli assegni per il pagamento. Leggendo le fatture in oggetto, ho individuato, a mio avviso, l'imbroglio che qui vi argomento.&lt;br /&gt;La prima fattura parla di metri cubi 564,33 e fà riferimento a ben 63, bolle d'accompagnamento. La seconda in ordine di tempo parla di metri cubi 547,36, e fà riferimento a ben 47, bolle di accompagnamento. Dunque, valutando i metri cubi di differenza, che sono 17, e la differenza delle bolle che sono 16, i conti non sono più tornati.&lt;br /&gt;Pochi metri cubi e troppe bolle di accompagnamento. Ciò potrebbe significare che molti camion con rimorchio hanno viaggiato con poche decine di tavole: Io invece ricordo benissimo d'aver contato le tavole che venivano trasportate sia dai camion adeguatamente sguarniti di sponde, e dai rimorchi ad essi molte volte attaccati. In ogni camion venivano caricate quattro imbracature di tavole da 64. Quindi, ben 256 tavole per ciascuno. Lo stesso dicasi per i rimorchi.&lt;br /&gt;Inoltre, guardando attentamente le fatture in oggetto vedo che mancano d'una componente essenziale: oltre ai metri cubi va specificato per legge il numero delle tavole corrispondenti. Ciò che nel caso specifico è stato artatamente omesso. Sommando i metri cubi complessivamente indicati nelle due fatture, si ha la cifra di 1.111,74 metri cubi, pari a circa 15.000 tavole. Ricordo benissimo che tutte le uscite dei camion, con o senza rimorchio, caricati con le modalità e i numeri sopra citati, venivano seguite personalmente dal capo dei guardiani, tale Giuseppe Lo Galbo, e da un altro guardiano oggi in pensione, tale Stefano Salerno, i quali stavano a stretto contatto con il Galatolo Vincenzo. Chiunque, me per primo, pensava che i due uomini di fiducia dell'azienda controllassero gli interessi della stessa, anche se il fatto che uscissero le tavole come nuove e restavano in Cantiere quelle vecchie non poteva dare all'affare il crisma della legalità.&lt;br /&gt;Cosa accadeva dunque? I finanzieri del varco doganale del Cantiere potevano non insospettirsi solo davanti ad atti formali, anche se ambigui, che comprendessero la regolare bolla d'accompagnamento e la presenza di chi ha la responsabilità del patrimonio aziendale. Cosicchè, i finanzieri, in caso di spiacevoli evenienze, avrebbero potuto dire: è vero che non ci siamo accorti di nulla, del fatto che mancasse il riferimento al numero delle tavole, ma è stata una distrazione veniale, dovuta al fatto che ci siamo fidati della presenza di chi è la massima autorità di sorveglianza del patrimonio aziendale. Tutti facevano finta di niente, ed ogni singolo camion, che trasportava come minimo 256 tavole, pari a 19 metri cubi, ed ogni camion con rimorchio, che ne caricava quindi almeno 512, per 38 metri cubi, uscivano dal Cantiere con una bolla di soli 10 metri cubi (poiché abbiamo1.111,74 metri cubi, contro 110 bolle d'accompagnamento). Come dire che camion e rimorchi avevano viaggiato per circa tre settimane caricando un terzo delle loro abilitate possibilità legali.&lt;br /&gt;A supporto di questa ricostruzione, abbiamo altresì la corrispondenza intercorsa tra Fincantieri e SI.PU.RI.NA., che parla espressamente di 40.000 tavole, corrispondenza esibita al mio processo del lavoro dal Cipponeri Antonino: Abbiamo altresì le sue dichiarazioni sotto giuramento che parlano di un esubero delle tavole pari a 30.000 unità, ed altresì del De Lisi Federico, presi dalla documentazione "Commessa 5.1. 0515. 300.00" del 2-3 -89, inerente alla vendita di 40.000 tavole.&lt;br /&gt;Il capo dei guardiani Lo Galbo Giuseppe ed il guardiano oggi in pensione Stefano Salerno (residente a Palermo in Corso Calatafimi 509 tel 59......., se adeguatamente messi di fronte alle loro responsabilità, potranno certamente raccontare meglio la faccenda. A mio avviso essi sono complici per necessità, costretti dagli organi aziendali. Il Cipponeri, al mio processo del lavoro, ha altresì esibito una risibile nota credito senza per questo menzionarla: parava il colpo in anticipo, nel caso avessimo insistito sull'inispiegabile rientro di 2.200 tavole dopo ben nove mesi dalla vendita. Leggendo questa nota credito, possiamo definitivamente comprendere la manovra in atto.&lt;br /&gt;La nota credito per erroneo invio detta così: metri cubi 165,75 pari a 2.200 tavole, ed omette ancora una volta un dato importante, che poteva suscitare un giusto approfondimento da parte del Giudice del lavoro (il riferimento alle bolle alla quale quali è legata la nota credito). Questa ulteriore conferma potrà esser facilmente verificata. Per quello che mi riguarda, fin d'adesso sono certo che queste bolle non sono più di sei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Signor Procuratore, in buona sostanza, stando a tale ricostruzione dei fatti, il Cipponeri Antonino avrebbe potuto regalare, quello che in ogni caso per la Fincantieri rimane un patrimoniodi circa un miliardo e trecento milioni, e ciò per garantirsi l'amicizia ed il sostegno dei Galatolo e la gestioned'un disegno industriale che offende ed umilia la dignità dei lavoratori.&lt;br /&gt;Mi permetto di ricordare alla SV che le tavole in questione, anche se usate per una commessa, erano come nuove, essendo esse stesse uno strumento di lavoro di lunghissima durata. Questo potrete verificarlo accertando gli acquisti delle tavole per ponteggi, nell'ultimo ventennio. Vi accorgerete che il loro acquisto si ditata molto nel tempo, e che mai era avvenuta una cosa del genere. Da giovane ho fatto il pontista con una ditta che operava all'interno dei Cantieri, e sui ponti, per conto del Cantieri, in qualità di montatore navale, ho lavorato per ben 21 anni. Sono quindi a disposizione della SV. Per spiegare adeguatamente il come e il perchè esse sono un patrimonio di grande importanza per un Cantiere che opera prevalentemente nel settore delle riparazioni navali.&lt;br /&gt;Allego le dichiarazioni sotto giuramento dell'ingegnere Antonino Cipponeri, un tabulato della Fincantieri, che comproverebbe la falsità di tali dichiarazioni, e una copia degli appunti manoscritti presi (prima del suo licenziamento), dal De Lisi Federico che si è detto disponibile a confermare in sede processuale le notizie quì documentate, e a far luce su altri inquietanti episodi inerenti la gestione dell'azienda, documentati peraltro nel ricorso d'Appello da lui presentato al Giudice del lavoro, Pellino nel settembre 91. Allego altresì copia delle fatture esibite dal Cipponeri al mio processo del lavoro, la nota credito, la corrispondenza intercorsa fra SI.PU.RI.NA. e Fincantieri e il certificato antimafia esibito per conto del rappresentante legale della SI.PU.RI.NA.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;                                                                                            Con fiducia&lt;br /&gt;Gioacchino Basile&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(il teste che volentieri testimonierà, Federico De Lisi, è residente a Palermo in via Aloisio Juvara... )&lt;br /&gt;Post scrptum: prego di voler dare notizia- così come previsto dalla legge – della eventuale archiviazione.&lt;br /&gt;Per meglio capire cosa accadde poi; leggere la relazione della Commissione Antimafia ( l'unica che ordinò le serie indagini di merito alla Polizia Giudiziaria) che unitamente alle argomentazioni rese nella lettera aperta, senza inequivocabili chiarimenti da parte della Procura della Repubblica di Palermo, indicano il movente della strage di via D'Amelio.... tutto il seguito non poteva accadere con Paolo Borsellino vivo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8577004451338754756-7917590398517279640?l=gioacchinobasile.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/feeds/7917590398517279640/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8577004451338754756&amp;postID=7917590398517279640' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/7917590398517279640'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/7917590398517279640'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/2008/04/esposto-del-29-giugno-1992-consegnato.html' title='Esposto del 29 giugno 1992 consegnato informalmente al dottor Paolo Borsellino la sera del 25 giugno 1992'/><author><name>Giocchino Basile</name><uri>http://www.blogger.com/profile/02927092151441947961</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8577004451338754756.post-988135492628751377</id><published>2008-04-18T08:50:00.001-07:00</published><updated>2008-04-18T08:50:44.477-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Documenti'/><title type='text'>Esposto del 10 maggio 1987</title><content type='html'>Palermo 10 maggio 1987&lt;br /&gt;Al Sig. Procuratore Della Repubblica di Palermo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il sottoscritto Gioacchino Basile, nato a Palermo il 16 /06/1949, ivi residente in via Tommaso Laureto nr 12, ed i suoi compagni di lavoro che si sottoscrivono in calce alla presente, chiedono alla S.v. Di voler far luce fra le ormai tante ombre tenebrose che si annidano all'interno della Fincantieri di Palermo. Azienda che, a nostro avviso, potrebbe essere già diventata una pericolosa palude culturale ed economica.&lt;br /&gt;L'esponente lavora alle dipendenze della sopra citata azienda dal febbraio 1971, periodo durante il quale conobbe un sistema di vita diverso da quello che in cuor suo, cuore di di ragazzo di borgata, sfruttato ed emarginato, si annidava.&lt;br /&gt;Odiava e disprezzava tutto ciò che rappresentava lo Stato perchè da esso..............illeggibile...........&lt;br /&gt;In quegli anni i lavoratori del Cantiere Navale, vivevano attivamente un cambiamento economico e culturale notevolissimo e lo scrivente, così come tantissimi altri giovani della sua età, incominciava a vivere in una logica ed in una dimensione totalmente diversa da quella che l'odiosa cultura di borgata gli aveva insegnato e che è l'humus entro il quale si coltivano e crescono i futuri mafiosi di Palermo.&lt;br /&gt;Si faceva tesoro dei consigli dei propri compagni di lavoro più anziani i quali, parlavano di quel che era stato l'odioso modo di vivere (mafioso) ai Cantieri Navali e dei pericoli che esso rappresentava per i lavoratori.&lt;br /&gt;L'odiosa parola mafia di li agli anni a venire, veniva usata nelle assemblee, come qualcosa di trapassato, ma da non dimenticare mai, affinché essa non potesse più avere futuro dentro i Cantieri Navali di Palermo: così fu per molti anni...&lt;br /&gt;Intorno all'anno 1977-1980 un inquieto cambiamento, orchestrato con grande maestria "dall'odioso modo di vivere" faceva gridare allo scandalo molti dei propri compagni sindacalisti i quali trovarono, da una parte l'irresponsabile disinteresse dei lavoratori per qualcosa che ormai si credeva appartenesse ad un passato irripetibile e, dall'altra parte le manovre di oscuri personaggi che avevano tutto l'interesse di addomesticare i più inquieti.&lt;br /&gt;L'irresponsabile disinteresse dei lavoratori si trasformò, intorno agli anni 1980-1982, addirittura, in totale indifferenza e, le poche volte che qualcuno ebbe l'ardire di gridare "al lupo" , non trovò mai una risposta organizzata da parte dei lavoratori, autorizzando in tal modo, l'inizio di atteggiamenti arroganti, da parte dell'azienda nei confronti di tutti i lavoratori.&lt;br /&gt;Allo stato non si sa o, perlomeno non si è in grado di stabilire come l'azienda e tutto un odioso mondo che si muove attorno ad essa, siano riusciti a zittire definitivamente chi era stato delegato dai lavoratori a salvaguardare i propri diritti.&lt;br /&gt;Oggi, il Cantiere Navale pullula di comitati d'affari, con ditte e coperative, molte delle quali non brillano per trasparenza: si contratta come dentro il tempio di Gerusalemme.&lt;br /&gt;Si mandano in prepensionamento (a 55 anni) operai che ancora potrebbero lavorare per tanto tempo.&lt;br /&gt;Gli stessi operai, ritornano a lavorare al Cantiere Navale, alle dipendenze di qualche ditta, e possibilmente senza essere messi in regola secondo le leggi del collocamento, assicurative, previdenziali ed assistenziali.&lt;br /&gt;Si respira un'aria fin troppo omertosa e personaggi che nulla hanno a che fare con il vero mondo del lavoro, si aggirano all'interno dell'azienda come veri e propri potentati senza una specifica funzione istituzionale legalmente riconosciuta.&lt;br /&gt;Il Dottor Giuseppe Cortesi, già da anni dirigente principale............illeggibile...................... dirigente menager a cui si guardava con fiducia negli anni 1980-1982 per risollevare le sorti economiche e civili del Cantiere Navale.&lt;br /&gt;Si è convinti che dietro l'immagine del dirigente tutto d'un pezzo vi sia la convivenza o l'indifferenza o, se vogliamo la tolleranza dei comitati d'affari che pullulano ormai all'interno del Cantiere.&lt;br /&gt;Tali atteggiamenti potrebbero essere anche sinonimo di complicità.&lt;br /&gt;In meno d'un anno nell'azienda si sono avuti due morti.&lt;br /&gt;Il primo è stato l'operaio saldatore Raffaele Autieri, morto orrendamente per aver ceduto al vile ricatto aziendale.&lt;br /&gt;Questo morto non appartiene alla fatalità, bensì all'irresponsabile determinazione dei dirigenti che usano la cassaintegrazione quale deterrente anti-sindacale.&lt;br /&gt;Per questo morto si chiede Giustizia.&lt;br /&gt;Si chiede d'indagare sulle condizioni ambientali e di sicurezza in cui si è costretti a lavorare, pena in caso di rifiuto, la messa in cassaintegrazione a stipendio ridotto.&lt;br /&gt;Si chiede ancora di voler indagare all'interno del Cantiere Navale su ogni elemento che implica corruzione e convivenza mafiosa.&lt;br /&gt;Si è certi che con accurate indagini di polizia e finanziarie si potrà far luce fra tante tenebre. L'azienda, ad avviso degli scriventi è un ammalato grave che urge di terapie intensive.&lt;br /&gt;Oltre allo sfruttamento lavorativo dei giovani emarginati che determina ingenti guadagni per i comitati d'affari che orbitano all'interno del Cantiere, vi è un grosso giro di affari che si ricava dai contributi pubblici per spese di rinnovamento tecnologico, il quale va avanti già da anni e che si prevede si protrarrà ancora per molto ed in maniera gattopardesca per poter continuare a mungere le mammelle della finanza della collettività.&lt;br /&gt;Signor Procuratore, quello che ci sta più a cuore è lo sfruttamento di tantissima gente costretta a lavorare senza alcuna garanzia di legge, con mercedi da sopravvivenza a beneficio dei soliti "comitati d'affari" che non rappresentano il "sommerso" dell'economia cittadina, ma un "odioso modo di vivere" al quale non si vogliono cedere le armi e contro il quale ci si batte per rendere giustizia a tanta gente, che ha il diritto civile e costituzionale di vedere tutelati i propri diritti di lavoratore.&lt;br /&gt;Signor Procuratore, ci si rivolge a Lei affinché insieme si possa tagliare alle radici la malapianta del più infimo modo di vivere, che l'uomo abbia mai conosciuto "la mafia" e questa possa essere estirpata dal Cantiere Navale di Palermo rendendo così un grande servizio alla città ed alla comunità degli onesti.&lt;br /&gt;Questo Esposto fu firmato da 120 lavoratori del cantiere navale: dovetti fermarmi a quelle firme perchè , fiancheggiati dai "miei compagni" sindacalisti della cgil e gli esponenti delle altre sigle sindacali, i Galatolo ed i loro accoliti avevano cominciato la caccia all'uomo.&lt;br /&gt;Il 10 giugno del 1987, fui convocato dai Carabinieri che inizialmente si comportarono in modo vergognoso.... poi calmarono la loro qualità intimidatoria: dopo una squallida sceneggiata durata qualche giorno, dove non mettevano mai nulla di serio a verbale. annegarono tutto nelle acque torbide del silenzio, anche in presenza del fatto che le nostre battaglie di denuncia contro "cosa nostra" continuavano senza sosta nel tempo a venire.&lt;br /&gt;I Carabinieri si rifiutarono sempre di dirmi il nome del Magistrato che aveva la delega alle indagini, ma non si tirarono indietro, nell'intimidire psicologicamente i miei compagni di lavoro, molti dei quali furono convocati in modo anomale. Anomalie che sembravano voler portare l'intimidazione psicologica fin dentro le loro famiglie; quella volta informai il segretario del mio partito il PCI, Michele Figurelli che fece intervenire presso i Carabinieri il compagno e avvocato Caleca.&lt;br /&gt;Dopo l'evento di questo Esposto 10 giugno 1987, "cosa nostra" organizzerà i suoi accoliti che alla testa di centinaia di disperati, s'infiltreranno nei nostri cortei sciopero (ottobre 1987) e per cinque lunghe giornate devastarono la città, usarono atteggiamenti violenti contro i negozi del centro ed usarono violenza verbale contro i cittadini, con particolare attenzione alle inermi ragazze e/o signore che si trovavano in centro città; tutto fu organizzato, per scollare l'interesse della città con la sua più grande azienda e la gente che vi lavorava,&lt;br /&gt;Malgrado le denunce in tempo reale, fatte alla polizia in corso di manifestazione, la stessa non volle mai intervenire contro quei disperati pagati ed utilizzati da "cosa nostra" ed i suoi accoliti.&lt;br /&gt;Il Giornale di Sicilia, che forse non sapeva, ci critica duramente con Armando Vaccarella e per questo, tanto per costruire più confusione utile al teatrino, i sindacalisti organizzarono una bersagliata d'uova marcie contro il palazzo del giornale, che così non volle mai ascoltare le rimostranze di quelli che denunciavamo i fatti.&lt;br /&gt;Il giornale L'Ora, dove lungo quelle giornate mi recai insieme a Gaspare Miraglia per chiedere la pubblicazione della nostra denuncia, fece orecchie da mercante... qualcuno mi fece rilevare e vedere con i miei occhi che dentro i locali del giornale, c'era il segretario provinciale del PCI Michele Figurelli, che il primo di quelle cinque giornate di sciopero si unì a noi lavoratori, ma in seconda fila..... l'unico che prese atto timidamente della mia denuncia e la pubblico minimamente su "L'Ora" fu l'allora giovane Vitale, attuale corrispondente della RAI.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8577004451338754756-988135492628751377?l=gioacchinobasile.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/feeds/988135492628751377/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8577004451338754756&amp;postID=988135492628751377' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/988135492628751377'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/988135492628751377'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/2008/04/esposto-del-10-maggio-1987.html' title='Esposto del 10 maggio 1987'/><author><name>Giocchino Basile</name><uri>http://www.blogger.com/profile/02927092151441947961</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8577004451338754756.post-925263427051656111</id><published>2008-04-18T08:45:00.000-07:00</published><updated>2008-04-18T08:50:05.113-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Documenti'/><title type='text'>Appunti per un progetto studio sulle modalità dell'infiltrazione criminale nel mondo del lavoro.</title><content type='html'>GIOACCHINO BASILE: APPUNTI PER UN PROGETTO STUDIO SULLE MODALITÀ DELL’INFILTRAZIONE CRIMINALE NEL MONDO DEL LAVORO.&lt;br /&gt;AMBITO: piccole e grandi imprese, anche pubbliche del settore industriale ed edile..... analisi del contesto delle imprese, indotto e la forma holding, cooperative e ditte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;FONTI: rassegna stampa sui problemi del lavoro, pubblicazioni dei centri studio, documentazione sindacale, commissione antimafia, collaborazione di sindacalisti e di lavoratori ai quali si chiederà di produrre dossier ed altri materiali utili come strumenti di conoscenza, utili al rapporto conclusivo del progetto studio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PREMESSA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il punto di partenza di questa riflessione, di questa ricerca sta nel tentativo di mettere a fuoco un fenomeno socio-economico già fortemente radicato al sud del nostro paese con i risultati che tutti conosciamo.&lt;br /&gt;Oggi, alla luce del nuovo scenario europeo è fondamentale interesse di tutte le parti in causa, cominciare a ricostruire un punto di equilibrio che ci consenta di isolare questo fenomeno che fida molto sulle “umane” strategie del maggiore profitto o del profitto ad ogni costo, ed ha cominciato da tempo ad insinuarsi anche nell’economia legale del Paese intero, ove con le maggiori opportunità offerte dalle nuove leggi per rilanciare lo sviluppo e l’occupazione, può inserirsi mortalmente, nel senso letterale della parola, alla base del loro funzionamento, sostituendosi alla loro attuazione concreta; imponendo altre regole e altre authority stravolgendo le regole del mercato, della leale concorrenza e dei diritti dei lavoratori.Purtroppo la superficialità e la corruttela politico-imprenditoriale hanno fatto del nostro paese una comunità economico-produttiva che molte volte può essere messa in ginocchio semplicemente applicando le leggi.&lt;br /&gt;L’analisi che andremo a sviluppare, riporta fatti empirici, notizie stampa mai smentite e altri autorevoli contributi e metterà in risalto questo spiacevole aspetto che non vuole essere assolutamente un’offesa generalizzata all’economia socio-produttiva; ma un utile e convergente punto d’approfondito dialogo che frutti migliori condizioni a tutela della libera imprenditoria, dei lavoratori e della società civile più in generale.&lt;br /&gt;ANALISI DEL FENOMENO E SUOI GANCI NATURALI.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La criminalità organizzata si struttura nel territorio in modo assai “affidabile”... Il suo obiettivo primario non è mai quello di rovesciare l’ordine delle cose con le minacce e gli atti intimidatori, (così come descritto nella letteratura ricorrente) bensì quello di adattarlo secondo i propri interessi costruendo un rapporto di convenienza e sudditanza con l’impresa avvicinata alla quale eliminerà i problemi oppositivi l’uno dopo l’altro. La più perniciosa e pericolosa organizzazione criminale è senz’altro “Cosa Nostra” modello al quale si sono successivamente ispirati altri modelli Criminali di natura esogena imperanti prevalentemente al Sud del nostro paese.“Cosa Nostra” ha sempre navigato nella scia di una gestione politica, sociale ed economica di tipo feudale ancor oggi attivissima e forte in Sicilia; capace di adattarsi ai tempi e di “rinnovarsi” tutte quelle volte che viene scalfita dall’attenzionamento giudiziario, al quale riesce a sfuggire nell’intierezza del suo quadro, grazie alle gravi e latenti compromissorietà in ogni ordine e grado della comunità siciliana e da quella “ragione di Stato” ostaggio nel presente così come nel passato dell’ordine pubblico e della stessa tenuta democratica che questo sistema feudale (affaristico, sociale ed economico) è ancora oggi in grado di gestire.Il ricatto prioritario di questo sistema è quello sul lavoro e sui bisogni dei cittadini.&lt;br /&gt;Un sistema che attraverso il controllo sistematico di tutte le operatività socio-istituzionali riesce a piegare alle sue ragioni chiunque intenda metterlo in discussione; i suoi attori sono formalmente organizzati in tutti i partiti più importanti e nelle associazioni socio-economiche più rilevanti e si insinuano da protagonisti negli accenni di rinnovamento che poi diventano quasi sempre “pseudo-rinnovamento” sempre adattati alla sua tenuta politico-clientelare che per sua natura culturale già oggettivamente predispone il naturale gancio a “Cosa Nostra” che garantisce le condizioni ambientali di totale omertà.“Cosa Nostra” è essenziale stratega all’interno di questo contesto che per sua tenuta ha bisogno del controllo della verità per reinterpretarla e limitare i “danni” ogni qualvolta l’attività giudiziale può attivarsi e metterla a nudo.“Cosa Nostra” non è la causa, bensì l’effetto di una filosofia, economica e politica che punta alla negazione di uno sviluppo trasparente che può indurre i cittadini ed i lavoratori a partecipare con vera convinzione ad estirpare la mafia ed il malessere che la produce.Il male oscuro della Sicilia e del Sud più in generale, sta tutto dentro questa analisi che sostanzialmente ha visto potere economico, potere politico e imprenditoria agire in perenne mutua assistenza con la criminalità organizzata, fino a strutturarsi pericolosamente nella cultura economica dominante: la loro rapacità, in virtù delle leve umane sulle quali agiscono (bisogni economici, sicurezza personale, ecc.) acquisisce la caratteristica di quella “invisibilità” che ha consentito loro fino ai nostri giorni di non far corrispondere quasi mai le circostanze nelle quali si sono consumati i delitti contro i lavoratori e contro le comunità con i tempi in cui, prima l’attività giudiziaria e poi quella socio-politica ne hanno preso atto: ciò non è un fatto conseguente “la bravura” degli attori in oggetto, bensì il risultato d’un radicamento delinquenziale e filosofale che ha goduto anche di coperture istituzionali, ciò è accaduto specialmente nelle vergognose deindustrializzazioni delle aziende a partecipazione statale, ove sono state socializzate “ le perdite” e privatizzati i guadagni, sulla pelle dei lavoratori e sui beni dello Stato.Nelle deindustrializzazioni pubbliche e nella gestione dell’industria a partecipazione statale la criminalità organizzata ha puntato essenzialmente sul pesante condizionamento politico-affaristico, che a fronte dei danni prodotti ha garantito la socializzazione delle perdite e ha accentuato “l’inadeguatezza sindacale” specialmente laddove la criminalità organizzata è più radicata; in questo contesto attraverso i ganci affaristici della politica nella classe forense e forse anche nella magistratura civile, è stata negata ogni benché minima possibilità di giustizia ai lavoratori che a questo contesto si sono opposti.A Palermo la Fincantieri, grazie alle garanzie politico-istituzionali e sociali ha occultato la presenza mafiosa nello stabilimento di Palermo e negato giustizia normativa ed economica ai lavoratori che si sono rivolti ai giudici, grazie al quasi totale controllo della classe forense palermitana. Oltre ai fatti già accertati dall’attività giudiziaria sulla presenza mafiosa in quel cantiere, porto ad esempio alcuni momenti significativi in ordine alla cassaintegrazione che per più di un decennio fu usata non per il suo fine sociale bensì come arma ritorsiva contro i lavoratori e come porta d’ingresso per l’indotto palermitano sudditante a “Cosa Nostra”:autunno 1987: un lavoratore che riteneva ingiusto il fatto che fosse stato messo per circa venti giorni in cassaintegrazione per fare largo alle ditte ed allo spropositato straordinario di alcuni suoi compagni di reparto ricorse al giudice. Dopo la discussione e un momento prima della sentenza, l’azienda per sfuggire a un verdetto sfavorevole propose una transazione che riconosceva al lavoratore più soldi di quelli che in effetti chiedeva; e il lavoratore accettò. Il giorno dopo lo stesso lavoratore pubblicizzò in tutto lo stabilimento il fatto... nei giorni a seguire centinaia e centinaia di lavoratori si rivolsero allo stesso avvocato che quella causa aveva concluso positivamente. Molti di loro avevano ragioni ben più pesanti del lavoratore che aveva avuto indietro il maltolto: ma di quei lavoratori nessuno ebbe giustizia, e nessun altro ne ottenne più nel futuro. È in mio possesso tutto un processo civile in cui il lavoratore perderà la causa per il ricorso alla cassaintegrazione perché l’avvocato non presenterà nei tempi stabiliti la documentazione e poi dopo la sentenza sfavorevole negherà con vari palliativi la documentazione processuale al dipendente (che aveva capito l’infame giochetto) in tempo utile per proporre appello. La Fincantieri da Castellammare di Stabia a Marghera (VE) ha risarcito quei lavoratori che proposero ricorso contro la perversa gestione della cassaintegrazione: a Palermo, ove questo ammortizzatore sociale fu usato anche per favorire “Cosa Nostra” e il suo circuito di corruttele, la Fincantieri riuscì a vincere tutte le cause proposte grazie alla negazione di ogni benché minimo diritto alla difesa dei lavoratori nei tribunali. Le mie stesse vicende giudiziarie contro la Fincantieri m’hanno visto poi soccombere grazie all’infame e infedele patrocinio di avvocati che si dicono progressisti e antimafiosi. Analizziamo adesso i tre “ganci naturali” prodotti dal condizionamento politico-affaristico e clientelare, utili all’infiltrazione criminale nel mondo del lavoro, delle deindustrializzazioni e del settore pubblico più in generale.Mancanza di professionalità&lt;br /&gt;Gestione appalti per interessi personali&lt;br /&gt;Truffa&lt;br /&gt;Mancanza di professionalità: questo problema è piuttosto comune nelle grandi aziende a capitale pubblico i cui organigrammi non sono stati studiati e realizzati secondo le necessità degli obiettivi aziendali curando che persone giuste siano al posto giusto; in tali aziende vige la regola che il fritto va realizzato con l’olio di cui si dispone, pertanto si avverte spesso la presenza di individualità senza competenze specifiche. Tra l’altro la mancanza di tempi di approfondimento, costringe gli addetti a studiare contratti e specifiche senza variarne tutti i risvolti causa di future contestazioni, pertanto le ditte appaltatrici consapevoli di tali difficoltà naturali, sono organizzate con delle figure professionali specifiche il cui unico compito è quello di studiare contratti e modalità per trovare in corso di realizzazione dei lavori appigli contrattuali per la richiesta di extra compensi che ottengono quasi sempre con facilità. Un aspetto più significativo dell’argomento di cui sopra è che, molto spesso le ditte consapevoli di tale dato e forti dell’intimidazione criminale, mettono fuori gara le ditte concorrenti buttando giù le proprie offerte con la certezza del futuro recupero... dimodoché le ditte professionalmente più valide che non hanno collegamenti nel circuito delle corruttele e con la criminalità organizzata vengano fatte fuori. I disastri economici derivati da tale gestione vengono sempre mascherati o talvolta scaricati sul cliente per cui le aziende realizzano il progetto di cui fa parte l’appalto perdendo in credibilità con ulteriori danni d’immagine. La gestione tecnica di contratti realizzati con documentazione scarsamente dettagliata, inoltre è soggetta ad interpretazione e nella sostanza mette il settore tecnico incaricato del controllo nelle comode condizioni di non individuare sempre tutte le competenze contrattuali della ditta appaltatrice. Tali aspetti hanno una ricaduta economica diretta e molto spesso coprono compiacevolmente la ditta appaltatrice per i ritardi nell’esecuzione, creando gravi problemi alle aziende; anche per questo aspetto le ditte appaltatrici usano le figure professionali adatte per trovare risvolti formali relativi ai tempi di esecuzione dei lavori scaricando le responsabilità sulle aziende appaltanti anche grazie alle “sue debolezze interne”. Se poi in presenza di lavori di una certa complessità si decide di appaltare per tipologia a diverse ditte separatamente, le aziende pubbliche si troveranno spesso al centro di situazioni limite che le porteranno a non essere in condizioni di individuare responsabilità specifica in presenza di errori e dovranno farsi carico oltre che delle responsabilità anche delle ricadute economiche negative.&lt;br /&gt;Gestione appalti per interessi personali: questo argomento si inoltra in situazioni molto più complesse che agevolano la corruttela creando danni economici rilevanti alle aziende specialmente del settore pubblico la cui ricaduta si scarica sull’interesse della comunità. Come tutti sappiamo la “new age” di gestione dell’azienda è proiettata a dare in appalto la quasi totalità dei lavori trattenendo solo la gestione produttiva per non trovarsi in situazioni di calo di lavoro con consistenti spese di salario in presenza di numerosi addetti: negli anni scorsi questo problema le aziende pubbliche non se lo ponevano perché avevano a disposizione la cassaintegrazione (di cui abbiamo già parlato). In tali condizioni le aziende giorno per giorno eliminavano l’esecuzione diretta di lavori inerenti una fase del contratto epurandone i dipendenti e rivolgendosi all’indotto; non sempre tuttavia esistevano sul mercato professionalità capaci o con l’esperienza specifica, pertanto, o si favoriva una ditta “amica” garantendo piena copertura o peggio si organizzava una ditta che molte volte usava gli stessi dipendenti che l’azienda aveva espulso dallo stabilimento con i prepensionamenti e la cassaintegrazione. Nel primo e nel secondo caso l’azienda alla fine doveva intervenire con un forte impegno delle sue risorse e delle proprie professionalità per recuperare la scarsissima qualità del prodotto ricevuto. Ciò accadeva anche negli appalti di ingegneria. Un altro aspetto di gestione diretta alle convenienze personali che si può riscontrare nei contratti di appalto, si riscontra nelle grandi aziende dove l’organizzazione porta a diversi gradi di responsabilità e che, in presenza di aziende a partecipazione pubblica o di società per azioni, la realizzazione di obiettivi aziendali e finalizzata in maggior parte a scopi politici per garantire alle poltrone più comode, la certezza di una lunga permanenza. In tale scenario è stata determinante la figura del preposto di medio livello che, anche se non ha avuto l’autorità specifica, aveva molte volte la copertura politico-sindacale e quella copertura indiretta del sistema aziendale che si faceva carico dei suoi “sbagli”. Tale preposto avallava con la propria firma le concessioni di valutazioni economiche contrattuali fuori standard o addirittura la concessione di notevole valutazione economica di extra non dovuti; in tal modo il preposto faceva carriera e riceveva in cambio forme di premio tangibili anche se a volte in maniera indiretta.&lt;br /&gt;Truffa: prima di inoltrarci nella problematica relativa alla truffa perpetrata per un tornaconto personale, diremo che la truffa come reato di solito viene intesa come lo sviluppo di attività utili a situazioni per un interesse materiale diretto continuo, con l’instaurazione di tutta una serie di automatismi per cui colui il quale ha potere decisionale dà il suo assenso di azienda per una percentuale o un premio contrattato all’interno di un compenso personale che colpisce l’interesse economico dell’azienda che rappresenta. Vi sono tuttavia delle situazioni molto più sottili che possono dimostrare una truffa diretta con concessioni di compensi in cambio di “collaborazione” che arrecano un danno economico per l’azienda; sono quelle che vedono attori un impiegato nello sviluppo di documenti contrattuali che artatamente esclude dalla fase di lavoro necessario per la realizzazione delle opere oggetto dell’appalto o anche peggio non le prevede “chiaramente” nella specifica tecnica per far sì che rispetto ad altri appalti similari abbia la possibilità di concludere la fase commerciale in maniera apparentemente vantaggiosa, dimostrando così una superiore abilità manageriale: questo è l’aspetto più sommerso... e difficilmente la persona responsabile verrà poi scoperta nelle sue effettive intenzioni e nelle problematiche connesse alla gestione di quell’appalto che nella fase successiva si troverà a carico dello staff tecnico incaricato del controllo dell’appalto che si vedrà costretto a richiedere alle ditte titolari di appalto prestazioni extra con extracosti per l’azienda, caricandosi altresì dell’incapacità di rientrare nei costi previsti. Altri aspetti sottili e sommersi che occultano le compromissorietà e le corruttele amministrative che mai potranno dimostrarsi con prove tangibili sono tutte quelle richieste fatte in maniera evanescente e senza soprattutto operare una trattativa diretta con accordo economico in cambio di “collaborazione” per ottenere beni e regalie se non addirittura impieghi di lavoro per familiari e amici; in questo tipo di attitudine le richieste saranno liberamente ed incondizionatamente acconsentite dalle ditte appaltatrici che in tal modo non avranno forse una collaborazione attiva ma eviteranno un’opposizione dignitosa difficile da scavalcare. In questo contesto si possono inserire (e a Palermo si sono inserite) tutte quelle prestazioni di lavoro tali come ristrutturazione di case private, ville, ecc. con la furbizia da parte degli addetti aziendali allo sviluppo degli appalti da pagare a tutti i costi la prestazione che nella totalità dei casi avrà un valore puramente simbolico; così come per esempio è accaduto che sia stata fatta richiesta di eventuali conoscenze di costruttori per l’acquisto di beni immobili che poi grazie ai buoni uffici mafiosi imprenditoriali si sono rivelati molto disponibili ed hanno concesso facilitazioni di pagamento inverosimili. Volendo scendere in esempi particolari giusto per dare modo di capire alla giungla di possibilità che offre l’argomento ricordo due casi di mia conoscenza:a) un impiegato di un ufficio acquisti che solo per avere proposto ad una concessionaria l’ordine d’acquisto di dieci vetture di media cilindrata per il rinnovo del parco macchine dell’azienda ottenne anziché un cospicuo sconto per la stessa azienda, una vettura come regalo.b) un alto dirigente che, approfittando della dismissione di alcuni immobili di proprietà dell’azienda dopo avere restaurato un immobile secondo le proprie esigenze a spese dell’azienda, lo acquistò per circa un quinto del suo valore presentando magari delle offerte che giustificassero tale “ruberia”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il fenomeno di tutti gli aspetti legati alla gestione degli appalti a Palermo era strettamente collegato a “Cosa Nostra” alla quale il direttore dello stabilimento che si insediò nel gennaio del 1989 regalò al suo arrivo a Palermo (nascondendo l’operazione dietro la formale documentazione di vendita) un patrimonio aziendale del valore di circa 1 miliardo 300 milioni... tutto questo con la sola oppositività anche giudiziaria di chi scrive: il sindacato coprì l’operazione con il silenzio. La Fincantieri nazionale in data 9 settembre 1992 fu avvisata a mezzo plico raccomandato con ricevuta di ritorno, contenente l’esposto documentato ed argomentato contro quel direttore che resterà indisturbato ed anzi ossequiato a Palermo fino all’anno 1997. Il contesto che guidò per circa un ventennio la forte deindustrializzazione del cantiere navale di Palermo è stato supportato da “Cosa Nostra” che unitamente ai fattori interni e politici ha determinato l’assenza oppositiva dei lavoratori che non potevano battersi da soli contro un sistema così articolato che avrebbe dovuto vederli lottare contro la criminalità organizzata facendo a meno delle coperture istituzionali e delle garanzie democratiche. La natura umana profondamente complessa portò ognuno ad abituarsi a vivere nella corruzione, a giustificare la debolezza addebitando agli altri le responsabilità; ad accettare inermi il condizionamento del sistema ed in più a trovare giustificazioni di comodo che in molti casi misero a tacere le coscienze di gran parte dei dipendenti del cantiere navale di Palermo.La battaglia politico-culturale contro “Cosa Nostra” è stata sempre svuotata di contenuto da equivoci artatamente pilotati che hanno reinterpretato totalmente la verità... Per capire basta leggere tutte le relazioni delle varie commissioni antimafia, sempre in ritardo sull’evolversi del fenomeno criminale e sui suoi ganci politici ed economici, ed attenzionare la pubblicistica e la letteratura ricorrente che presentano la criminalità organizzata come elemento vessatorio nei confronti dell’economia legale al sud del nostro Paese.Questo è un falso storico accreditato per coprire le strutturali carenze economiche prodotte dal sistema feudale che in “Cosa Nostra” ha avuto sempre l’alleato imprenscindibile per ottenere il controllo ambientale e quel controllo elettorale che ha poi scambiato a Roma ad utilità delle sue strategie... “L’errore” va corretto e l’opinione va contrastata per la sua infondatezza e per la sua intrinseca immoralità... Ciò è stato funzionale alla ricostruzione di nuovi equilibri, tutte quelle volte che l’attività giudiziaria ha potuto illuminare pezzi di questo subdolo scenario socio-economico, per limitare e circoscrivere i danni passando dal ruolo di complici per interesse strategico a quello di vittime del Racket mafioso.A sostegno di questa tesi, frutto della mia esperienza esistenziale, riporto alcuni brani delle risposte fornite dal Capitano dei Carabinieri De Donno (ROS), al Comitato appalti e subappalti, il 10 febbraio 1993, desegretato dalla II^ Commissione il 20 gennaio 1998:&lt;br /&gt;Abbiamo accertato esistere in Sicilia, una sorta di Comitato di gestione degli appalti pubblici, cioè una sorta di direttivo formato da imprenditori, i più importanti imprenditori siciliani e qualche imprenditore di valenza nazionale, che decidono a priori, al di là di tutte le scelte della Pubblica Amministrazione, l’aggiudicazione degli appalti pubblici alle imprese. Questa attività decisionale, però, trova la sua ragione d’essere, cioè trova suo fondamento nelle attività di “Cosa Nostra”, nel senso che “Cosa Nostra” è quella che garantisce il funzionamento del Comitato.L’organizzazione deciderà chi dovrà effettuare i subappalti, chi dovrà effettuare forniture di materiali, e al limite anche gli operai che dovranno essere assunti in quel cantiere, quindi comunque “Cosa Nostra” entrerà nel contesto economico del lavoro stesso.Il Comitato che corrisponde grossomodo, a quello che esiste in altre parti del territorio nazionale, cioè una sorta di ente che divide l’assegnazione di appalti dalle imprese che sono ammesse a questa divisione, con la differenza che questo Comitato, però, ha alle sue spalle la legittimazione di “Cosa Nostra”, cioè tutti sanno a priori che le scelte vanno comunque rispettate al di là di un problema di correttezza e di funzionalità dello stesso sistema, perché “Cosa Nostra” ne garantisce il rispetto, perché chiaramente “Cosa Nostra” ha interesse a che il sistema funzioni perfettamente perché ne ricava un utile economico; quindi, ove ci fosse la defezione o il comportamento anomalo di un certo imprenditore automaticamente il danno si ripercuoterebbe su tutto il sistema, chiaramente anche su “Cosa Nostra”, quindi c’è l’interesse a intervenire, a fare in modo che questo sistema funzioni perfettamente.Non abbiamo mai accertato nella nostra attività che un certo tipo di appalto, un certo tipo di finanziamento, un certo tipo di attività presso gli organi politici siano stati gestiti direttamente da esponenti mafiosi.&lt;br /&gt;Per le opere che vengono finanziate da enti nazionali o da organismi nazionali, chiaramente c’è un discorso un po’ diverso, nel senso che, se un’opera è finanziata dal, non lo so, Ministero dei lavori pubblici, viene finanziata per un certo posto e comunque poi rientra nella governabilità del Comitato.Noi abbiamo individuato degli studi tecnici, addirittura di professionisti, che fanno capo a determinate imprese, e questo è facilmente rilevabile, basta vedere ad esempio l’elenco dei lavori fatti da un certo ente per verificare che questo più o meno corrisponde sempre allo stesso professionista. Ci sono dunque delle costanti: un certo assessorato ha una prevalenza di assegnazione di progettazione, di direzione lavori a un certo ingegnere; un Comune le dà a due ingegneri in particolare cioè alla fine, da un controllo analitico, i nomi sono più o meno gli stessi e a certe imprese fanno riferimento sempre gli stessi ingegneri. Per le imprese nazionali bisogna avere il referente siciliano. Su questo non ci sono dubbi, perché altrimenti l’impresa nazionale da sola, non ha la possibilità di entrare nel sistema degli appalti in Sicilia.Nel Comitato comunque il potere decisionale spetta alle imprese siciliane. La presenza delle imprese nazionali, soprattutto nelle più importanti, serve per due motivi fondamentali: 1) perché, molto spesso, l’impresa nazionale viene usata dall’impresa siciliana quale supporto per particolari gare d’appalto, nel senso che molto spesso le imprese siciliane non hanno le iscrizioni all’albo nazionale dei costruttori adeguate alla partecipazione ed alcuni tipi di appalto, per cui le iscrizioni dell’impresa nazionale, unita in associazione temporanea, permettono la partecipazione all’aggiudicazione; 2) perché l’impresa nazionale che intende seguire lavoro in Sicilia deve avere la preventiva autorizzazione, cioè deve entrare nel Comitato. Entrare nel Comitato significa accettarne le regole, ovvero accettare la capacità decisionale dei siciliani e adeguarsi alle sue regole, quindi rispettarne le scelte. Il Comitato ha un rapporto strettissimo con “Cosa Nostra”. “Cosa Nostra” ha forse la funzione più importante, quella di garante del Comitato stesso. Il Comitato non parla per conto di “Cosa Nostra”, non bisogna cioè intendere che “Cosa Nostra” dice al Comitato come gestire la cosa, però il Comitato decide sapendo che la sua decisione è già stata avallata all’origine da “Cosa Nostra”. Il sistema deve funzionare perché ci sono più parti in gioco. Intanto ci sono gli interessi di “Cosa Nostra”, perché su ogni appalto “Cosa Nostra” ne riceve un utile economico. C’è un versante politico, perché c’è tutta una parte economica che va all’organizzazione politica. C’è una parte di denaro che va ai professionisti e a tutta una serie di persone intermediarie.E c’è poi la parte delle imprese, per cui il meccanismo è molto complesso e non deve assolutissimamente interrompersi. “Cosa Nostra”, d’altra parte, garantisce che nessuno parli. Il fatto stesso che il Comitato viene così spalleggiato da “Cosa Nostra” evita esempi di collaborazione. Noi in Sicilia abbiamo pochissimi esempi di collaborazione di imprenditori, quasi nessuno tranne qualche eccezione. Non ci sono imprese che collaborano, né siciliane né nazionali. Noi abbiamo interrogato alcune imprese implicate nella questione di Milano che sui fatti siciliani assolutissimamente non parlano. Credo sia la dimostrazione migliore dell’efficienza del sistema..Dunque la tragica esemplarità delle esecuzioni mafiose contro gli operatori economici è l’affermazione della natura endogena, “del prestigio” nel quale risiede l’autorità riconosciuta “agli uomini d’onore” dalla filosofia vessatoria imposta nel territorio agli operatori economici grandi e piccoli che non hanno voluto riconoscere questa autorità. Per esempio contro quelli che non hanno rispettato le regole con gli altri imprenditori e contro quelli che non hanno voluto prestare la loro immagine a “Cosa Nostra” che, dopo l’applicazione della pur debole Legge Rognoni-La Torre ha avuto la necessità di riciclare attraverso le attività legali le sue enormi risorse economiche. A Palermo nel solo triennio 1986-1988 sono stati uccisi ben 12 imprenditori. Le dimensioni di questo circuito possono leggersi agevolmente fra le righe del dato socio-economico che insieme alla mediazione parassitaria ed assistenzialistica controllata dal potere socio-politico hanno determinato l’attuale fragilità culturale e democratica della Comunità Siciliana. Da Portella delle Ginestre ai nostri giorni lo scenario e le strategie sono state sempre le stesse... “sono cambiati” solo i protagonisti... “Cosa Nostra” molte volte li ha cambiati con gli omicidi...Questo sistema socio-politico con lungimiranza, ventennale, ha imposto anche segretari nazionali nel Sindacato e ha condizionato pesantemente la selezione della classe politica.&lt;br /&gt;Il fenomeno va scrutato con più attenzione per capire quale ruolo ha avuto anche nella feroce deindustrializzazione della Sicilia ove la totale compromissorietà sociale-politico e istituzionale ha consentito a questo sistema d’uccidere la speranza fin dentro le coscienze dei lavoratori, inducendo, anzi costringendo molti di loro a sopravvivere dentro quelle logiche assistenzialistico-parassitarie che hanno fatto il deserto oppositivo contro la criminalità organizzata e contro quel contesto che la usa e le dà “dignità culturale”... ciò non sarebbe accaduto se pezzi importanti del sindacato non avessero barattato per meschini interessi personali l’esistenza stessa dei pochi presidi produttivi della Sicilia: il cantiere navale, il porto e la costa Palermitana unitamente alla mia storia di cittadino, di lavoratore e di sindacalista gravitano all’interno di questo fenomeno endogeno.Così come c’insegna tangentopoli, “Cosa Nostra” non ha l’esclusiva del condizionamento e dell’inquinamento dei pubblici poteri.....Consorterie, associazioni d’affari, gruppi di potere hanno agito nell’intero Paese e quando s’è voluto prendere coscienza del fenomeno, uno squarcio di verità è venuto fuori... Ciò non è ancora accaduto in Sicilia e nella parte bassa del Paese ove imprenditori, corrotti e corruttori sanno perfettamente che l’incomodo “Cosa Nostra” per la sua capacità operativa e per il suo radicamento socio-ambientale, garantisce senza limiti di tempo con le sue vendette infernali, il silenzio. Tangentopoli era e forse lo è ancora: una relazione semplice e razionale fra il sistema delle imprese ed il sistema dei Partiti... Ma anche all’interno di questa odiosa orgia fra corrotti e corruttori, c’era una sua dignità... Quel sistema che affondava rapacemente le sue mani sulle risorse del Paese, ha in ogni caso costruito quelle infrastrutture e quelle tecnologie che hanno dato dinamicità e futuro al mondo del lavoro in tutti i suoi comparti... Ciò ha consentito a questa parte del Paese d’affrontare con buone prospettive la sfida europea, anche se segnali sconfortanti ci indicano la presenza d’un pericolo latente che si può concretizzare sulla scia dell’imperante liberismo che rischia sempre più d’agevolare il radicamento della criminalità organizzata in settori produttivi ove fra le formali pieghe del lavoro in affido, delle prestazioni di manodopera e dei subappalti e delle forniture, può stimolare la cinica corsa al maggior profitto di imprenditori poco scrupolosi che in virtù dei servizi offerti dalla criminalità organizzata otterrebbero notevoli abbassamenti dei costi produttivi (operando sui diritti dei lavoratori e sui costi accessori; per esempio il trasporto e l’occultamento dei rifiuti tossici e speciali). Intimidendo le imprese concorrenti che per paura e per necessità s’adeguerebbero a quella infernale filosofia che conseguentemente fa della parte sana delle comunità, prima vittime e poi carnefici gli stessi attori... adesso è utile osservare altri fenomeni criminali e la loro subalterna disponibilità alle corruttele politiche, economiche e sociali, che hanno determinato i profondi malesseri del Sud.“La Camorra”: filosoficamente è strutturata come “Cosa Nostra”... La differenza fra questi due fenomeni criminali è sostanziale. “Cosa Nostra” ha un suo governo: una sua commissione e un capo indiscusso che ne decide le strategie. “La Camorra” invece, identifica gruppi criminali che all’interno della stessa filosofia agiscono per bande molte volte in conflitto fra loro. Fino alla vigilia del terremoto del 23 novembre 1980 che provocò danni ingentissimi in Campania e Basilicata, questo fenomeno criminale non era molto visibile nel mondo del lavoro anche se tracce della sua operatività si riscontrano nel settore del caporalato edile, agricolo e nelle deindustrializzazioni (Seben, Italsider, ecc.). Nei cantieri navali di Napoli (SEBEN) già nell’anno 1973 è presente Amedeo Pecoraro, mafioso palermitano del Borgo Vecchio che operava nelle prestazioni di manodopera anche specializzata (fiammisti, carpentieri, pontisti, meccanici, marinai, ecc.). Questo mafioso non aveva problemi in ogni ordine e grado e usava prevalentemente manodopera palermitana... la Camorra in quel tempo era sudditante a “Cosa Nostra” e il mafioso Amedeo Pecoraro accettava di far lavorare nella sua ditta solo quei napoletani raccomandati dalla stessa. La paga dei palermitani variava dalle 1.800 alle 2.000 lire l’ora: quella dei napoletani variava dalle 1.200 alle 1.500 lire l’ora... E’ ovvio che il tutto era in nero.I ganci amministrativi del boss erano notevolissimi... dai guardiani all’alta dirigenza... le ore di lavoro dei suoi dipendenti non erano mai frutto delle esigenze produttive della SEBEN, bensì dalla capacità o voglia di resistenza dei suoi dipendenti all’interno del cantiere navale. Quando il numero dei dipendenti prestati alla SEBEN era di numero considerevole scattavano anche i cartellini fantasma che attestavano prestazioni di manodopera mai eseguite. I suoi rapporti con il sindacato erano ottimi.Il salto di qualità questa sigla criminale, lo fa in occasione del terremoto, diventando referente e garante ambientale di politici e grandi imprese d’interesse nazionale; producendo effetti devastanti nel sistema delle relazioni politiche, sociali ed economiche.All’interno d’una sorta di maligno laboratorio socio-politico dentro il mezzogiorno, scaturito dall’intervento dello Stato, (il più copioso per calamità naturali, nella storia del Paese, più di 50.000 miliardi), “la Camorra” fa un poderoso salto di qualità nel mondo del lavoro. La relazione approvata dalla Commissione Antimafia, il 21 dicembre 1993, ne fornisce il drammatico quadro:Nel decennio 1981-1990 in Campania si commettono 2.621 omicidi, pari al 21,06% degli omicidi commessi sull’intero territorio nazionale.[...] Oggi le organizzazioni camorristiche con circa 111 clan ed oltre 6700 affiliati, rappresentano in una regione che ha 549 Comuni e 5.731.426 abitanti, una vera e propria confederazione per il governo criminale del territorio con decisive capacità di condizionamento dell’economia, delle istituzioni, della politica, della vita quotidiana, dei cittadini.[...] Il più alto numero di magistrati indagati penalmente è in Campania.[...] Il maggiore numero di parlamentari per i quali è stata chiesta l’autorizzazione a procedere per collusioni mafiose è eletto in Campania.[...] Il più alto numero di Comuni sciolti per mafia è in Campania.È utile ricordare che solo poche persone denunciarono questi fatti nel decennio interessato e che la magistratura illuminò lo scenario solo dopo che i danni furono compiuti. Ancora una volta il sistema in oggetto proteggendosi dietro gli atti formali e l’assoluta omertà ambientale, svuotò di contenuto le già deboli leggi antimafia, consentendo alle organizzazioni criminali di mutuare la loro assistenza alle imprese d’interesse nazionale ed ai politici, in cambio dei subappalti, dei noli e delle forniture, specializzando così la presenza camorrista nel mondo del lavoro in modo formalmente legale, senza che alcun attore criminale o imprenditoriale disattendesse alcuna norma, sia penale che amministrativa... Il certificato antimafia della ditta subappaltante veniva camuffato da prestanomi legati ai camorristi... Per i noli e le forniture non c’era alcun obbligo di certificazione... Tutto ciò, unitamente all’inadeguatezza ed alla compromissorietà socio-ambientale, anziché ostacolare l’ingresso della Camorra nei lavori pubblici, la favorì...[...]Antonio Gava, allora ministro degli Interni, nel corso dell’audizione del 13 dicembre 1988 presso la prima Commissione della Camera dei Deputati, ribadì la necessità che gli enti locali “respingessero e denunciassero ogni tentativo d’inquinamento camorristico e che il principio di autoamministrazione... non rischiasse di esser condizionato dalla criminalità organizzata... e diventasse invece un rigoroso strumento per lo sviluppo e la ripresa del mezzogiorno... nella normalità della vita democratica, rifuggendo da soluzioni di natura straordinaria ed eccezionali.”Oggi sappiamo chi era quel ministro degli Interni e quale sviluppo auspicava per il mezzogiorno.Nella relazione approvata dalla Commissione Antimafia il 6 marzo 1991, in riferimento alla Provincia di Caserta (che poi fotografava la realtà socio-economica della Campania più in generale, si legge: Esponenti dell’unione industriale e dell’Ance hanno descritto condizioni di lavoro immuni da pressioni camorriste: nessuna denuncia di estorsioni da parte delle aziende associate, solo semplici voci che però non possono determinare un’iniziativa dell’associazione. Il fatto stesso che presso l’Ance sono iscritte solo 100 imprese edili sulle 1000 operanti nella zona non viene considerato un elemento tale da indurre a riflessioni sulle modalità di sviluppo dell’attività edile nella provincia.Diversa valutazione della presenza camorrista nei cantieri è stata data dalle locali rappresentanze sindacali: non pochi delegati sono stati invitati a sospendere la loro attività nei cantieri; gli stessi segretari provinciali hanno difficoltà ad esercitare i loro diritti di rappresentanza.&lt;br /&gt;Non risulta alcun settore nel mondo del lavoro in cui “La Camorra” è stata assente. Essa, così come “Cosa Nostra”, ha condizionato pesantemente le stesse articolazioni della democrazia, diffondendo fra i lavoratori una pericolosa demotivazione, quasi un’assuefazione, nei confronti d’un fenomeno criminale che senza il supporto socio-politico e “l’inadeguatezza” istituzionale resterebbe solo un branco di delinquenti facilmente isolabili.“La Camorra” in quest’ultimo ventennio ha consolidato il suo inserimento in molti settori del mondo del lavoro, da quello produttivo al settore turistico, dai servizi all’agricoltura, ove ha anche operato grandi truffe contro la Comunità Europea e garantito il lavoro nero ed ogni azione vessatoria contro i lavoratori...“Il suo tranquillo” ondivagare fra attività lecite ed illecite e la grande disponibilità di denaro da riciclare, le hanno consentito di conquistarsi consistenti consensi sociali in Campania ove è in grado di sostituirsi alle regole economiche e democratiche della Regione.In contrasto a ciò, oggi esistono in Campania le condizioni per costruire nuove esperienze imprenditoriali ed una nuova cultura del lavoro e dell’impresa.Nella regione esistono già nuove condizioni che potrebbero trasformare quel che è stato un territorio di frontiera, in una periferia strategica del mercato: nel Casertano si registra un’iniziativa del Ministero dell’Interno che in stretta collaborazione con Confindustria sta sperimentando, nell’area a maggior densità industriale del Casertano, nuovi sistemi di sicurezza per garantire all’impresa, le condizioni di serena operatività.Altra strategia importante è quella decisa dalla regione Campana, che vuole scommettere sull’infrastruttura logistica e trasportistica del Casertano, come strumento di sviluppo integrato nell’esteso mercato meridionale e nella creazione di un nuovo asse di sviluppo arretrato rispetto alla costa.In aree importanti della regione cominciano a notarsi le presenze di nuovi gruppi industriali. Da un’indagine dell’Unione Industriale “dallo sviluppo esogeno allo sviluppo locale” pubblicato nel marzo 1997 emergono le buone potenzialità del Casertano: un polo chimico da 600 miliardi che gravita su giganti come 3M, UKAR e MANULI; un polo delle telecomunicazioni che aggrega gruppi come, ALCATEL, FORMENTI, ITALMERLONISUD, SIT-SIMENS, TEXAS INSTRUMENTS; un polo alimentare forte della presenza di Barilla e Cirio e un polo metallifero che nella sola laminazione sottile, fattura oltre 400 miliardi. L’area del Casertano registra anche una endogena e vivacissima crescita caratterizzata purtroppo da una forte frammentazione imprenditoriale e da una cronica sottocapitalizzazione delle aziende (anche imprese che fatturano più di un miliardo hanno un capitale di 20 milioni che le rende fragili e più esposte alla Camorra) e dalla scarsissima propensione alla esportazione.Questa debolezza socio-economica è però trainata da realtà di ottime qualità: il consorzio TARI e il consorzio CALZATURIFICIO UNICA.&lt;br /&gt;Il consorzio TARI, quarto centro orafo in Italia, accorpa circa 250 aziende industriali, artigiane e distributive che complessivamente fatturano più di 1500 miliardi. Il consorzio UNICA, formato da un tessuto d’impresa calzaturiero, che non riscontrano reali rappresentazioni nei dati ufficiali, perché alta è la quota di lavoro nero e altissima quello del reddito sommerso.Per combattere queste anomalie strutturali, le 24 società consorziate, attraverso la stipula di un contratto di programma, cercheranno di attirare maggiormente l’attenzione di aziende italiane ed estere con l’intento di realizzare un grande centro di ricerca applicata per lo sviluppo di nuove tecnologie che attraverso un investimento di circa 90 miliardi, dovrebbe generare entro il 2000 nuova occupazione per 630 addetti. Altre utili scommesse in ordine legislativo e amministrativo sono previste nella regione: dalla rivoluzione strutturale e strategica del Porto di Napoli che dovrebbe contare su investimenti di circa 240 miliardi; alla riattivazione (attraverso i contratti d’area) delle aree industrializzate del dopo terremoto della Campania... che però necessitano d’un particolare attenzionamento da parte delle organizzazioni sindacali, imprenditoriali e istituzionali, perché se da un lato i contratti d’area dovrebbero agevolare la strutturazione produttiva e occupazionale è altresì vero che questa filosofia può produrre pesanti svantaggi nelle aree non interessate, col risultato di spostare il problema anziché risolverlo e “la Camorra” non starà certo a guardare. Essa ancor oggi mostra notevole vitalità ed ha a sua disposizione ganci in ogni ordine e grado oltre che grosse disponibilità economiche da riciclare laddove l’impresa diventa debole o spinge la sua rapacità oltre le regole.Segnali forti indicano la presenza camorrista nelle aree che stanno ottenendo interventi pubblici per agevolare le condizioni dello sviluppo e nelle province colpite dalle calamità naturali. A Sarno erano stati allontanate alcune imprese camorriste, le stesse imprese qualche giorno dopo continuarono a lavorare nell’AGRO NOCERINO-SARNESE anche in presenza del fatto che furono allontanati dal prefetto. Appare inverosimile che anche in presenza di queste denunce e di queste disposizioni istituzionali, abbiano continuato a lavorare per la Società Autostrade e per le Ferrovie dello Stato. È solo Camorra?..... Questo è il nodo fondamentale da sciogliere.....Lavorare per il graduale recupero socio-economico di questa importante regione del paese è ancora possibile anche in presenza della crisi del sistema, delle regole, e della protezione sociale. Tutto dovrebbe basarsi su un modello di sviluppo che metta al centro, oltre all’obbiettivo prioritario della definizione economica programmatica per la redistribuzione delle risorse e le competenze, la tutela delle aree più deboli e la garanzia della sicurezza e delle regole.Altro fenomeno criminale è la “’ndrangheta” calabrese...Anch’essa come la Camorra agisce per clan, se pure più coordinati della Camorra e più rispettosi della ferrea solidarietà che li accomuna nel “rispetto della giustizia distributiva”... questa associazione criminale fa il salto di qualità in occasione dei grandi interventi economici operati in Calabria, e specificatamente, nella piana di Gioia-Tauro, negli anni ’70... ancora una volta è la filosofia meridionalista della classe politica nazionale e locale a determinare il salto di qualità di questa organizzazione criminale, che sulla scia di scelte affaristiche e progettualmente improduttive realizza la sua crescita a fenomeno nazionale. L’omertà socio-politica e ambientale è stata anche in questo caso pressoché totale; solo grazie all’attività dell’allora giudice-istruttore Agostino Cordova, lo scenario fu parzialmente illuminato nell’ordinanza di rinvio a giudizio depositata il 16 luglio 1978, ma ciò non valse a determinare un diverso impegno socio-economico e istituzionale per arginare un fenomeno endogeno ancora debole sotto l’aspetto logistico. La “’ndrangheta” poté prepararsi economicamente ad entrare nel business degli appalti pubblici della Calabria e nella piana di Gioia-Tauro più in particolare, grazie ai proventi del sequestro di Paul Getty, che nell’anno 1973 fruttò alle cosche un miliardo di lire... un buon capitale, in quel tempo, da investire nell’acquisto di ruspe, autocarri, automezzi ecc... per monopolizzare il movimento terra ed il trasporto nei lavori di costruzione del porto e del quinto centro siderurgico.Anche la “’ndrangheta” come vedremo, senza la compromissorietà politico-istituzionale ed economica, restava solo un fenomeno endogeno estirpabile, con le armi dello sviluppo e della partecipazione dei lavoratori e dei cittadini calabresi. Come da copione politico, sarà la commissione parlamentare antimafia a piangere sul latte versato ed a celebrare sempre con ritardo la sconfitta della legalità e della democrazia nelle sue relazioni. Nella relazione approvata il 16 marzo 1989 sullo stato della lotta alla mafia della provincia di Reggio-Calabria fra l’altro si legge: Il quadro che è emerso da questa visita è di una gravità eccezionale. Negli anni 1987-88 sono avvenuti, in provincia di Reggio-Calabria, 314 omicidi. Ma questo dato, pur gravissimo, non è tutto. Adesso bisogna aggiungere, in primo luogo, quelli sui sequestri di persona e sull’uso della zona dell’Aspromonte per mantenere prigionieri i sequestrati. La lentezza e per certi aspetti la paralisi della giustizia, avalla sempre più l’idea della necessità di una “giustizia alternativa”. L’inefficienza della Pubblica Amministrazione e dei servizi sembra insuperabile. L’80% delle attività economiche della provincia può ritenersi sottomessa al dominio e allo sfruttamento della delinquenza organizzata. Non riescono ad aprirsi spazi per attività economiche ed imprenditoriali sane. Il mercato del lavoro è sempre più inquinato. Appaiono sempre più intricati i rapporti tra delinquenza organizzata, amministrazioni pubbliche, potere politico. Non si riesce a venire a capo di vicende allucinanti, come, ad esempio, quelle dei comuni di Gioia-Tauro, TAURIANOVA, CITTANOVA. La delinquenza organizzata agisce, anche attraverso il gioco dei voti di preferenza, nelle scelte elettorali e politiche. I confini tra attività tradizionali della vita politica calabrese e meridionale (clientelismo, forme di elettoralismo, ecc.) e rapporti di vario tipo, o collusioni con gruppi di delinquenza organizzata sono sempre più labili. Non c’è da meravigliarsi se nella suddetta provincia, gli stati d’animo prevalenti dell’opinione pubblica, siano di assuefazione o di rassegnazione e di quasi totale sfiducia nello STATO DEMOCRATICO.Nella relazione della commissione parlamentare antimafia, approvata nella seduta del 24 ottobre 1990, cioè ben 19 mesi dopo l’ultima visita-inchiesta su Reggio-Calabria, fra l’altro si legge: In data 8 febbraio 1990, la Procura fece pervenire al giudice delle indagini preliminari, una richiesta di sequestro preventivo dei cantieri in opera della costruzione della Centrale elettrica di Gioia-Tauro. Tale richiesta fu reiterata il 9 aprile 1990 e accolta il 18 luglio 1990. Con riferimento al reato di cui all’art. 416 bis del codice penale, nell’ordinanza del G.I.P. venne sottolineato che “da un attento esame della documentazione depositata dal P.M., risulta che le ditte aggiudicatarie o consociate, fanno capo a cosche mafiose locali. Si rilevavano, inoltre, “molteplici e gravi irregolarità seguite alla giudicazione degli appalti”: in particolare, l’inosservanza dell’obbligo di comunicare previamente se e con quali ditte le imprese partecipanti intendessero associarsi, di modo che l’autorizzazione a consociazioni fosse rilasciata dall’ENEL solo a posteriori. Secondo il giudice, i tre appalti in cui furono ripartiti i lavori vennero gestiti - “direttamente o indirettamente - dal gruppo IETTO (mediante la consociata IREF)”: in altre parole l’ENEL affidava gli appalti alle imprese concorrenti, tutte controllate dalla IETTO S.p.A. (la quale a sua volta controllava l’IREF) e ciò consentiva alla COGECA S.p.A. di prendere in subappalto tutti i lavori. Veniva anche rilevato che il titolare di quest’ultima società risulta affiliato al clan dei Piromalli di Gioia-Tauro e che nelle ditte subappaltanti vi è la presenza di noti pregiudicati, affiliati ai clan mafiosi.I fatti descritti appaiono indicativi nel modo in cui settori dell’impresa pubblica e delle partecipazioni statali conducono la loro azione nelle regioni in cui è più intenso l’inserimento delle organizzazioni criminali nella gestione pubblica... Non si tratta solo dell’ENEL con specifico riferimento alla Centrale di Gioia-Tauro: il Prefetto Sica ha segnalato, ad esempio, l’esistenza di possibili infiltrazioni mafiose anche nella costruzione dell’autostrada ROMA-NAPOLI i cui lavori sono appaltati dalla “Società Autostrade” del gruppo IRI.La situazione socio-economica e politica continuerà ad aggravarsi... anche in presenza dei fatti già celebrati e denunciati dalla storia ufficiale. Nella relazione approvata dalla commissione antimafia il 30 maggio 1991 si legge: I barbari episodi di TAURIANOVA appaiono come il simbolo di una situazione ormai insostenibile. È la legalità democratica e costituzionale che non esiste più in una parte grande della Calabria.&lt;br /&gt;Forte è la preoccupazione per la vicenda inerente l’aggiudicazione dell’appalto per la realizzazione della base NATO su territorio del comune di Isola Capo Rizzuto.Il 7 giugno 1990 il Ministero della difesa, affidava l’esecuzione dei lavori di costruzione delle infrastrutture Aereo-portuali per l’importo di 109ml di lire, dedotto il ribasso del 35,35%, all’associazione temporanea d’impresa Fondedile S.p.A. e Costruzioni Ing. PENSI S.p.A.Il 27 agosto 1990 si costituiva in Crotone un consorzio di imprese denominato “Consorzio Lavori Generali” con sede di Capo Rizzuto. Al predetto Consorzio aderivano 16 imprese di cui 4 soltanto iscritte nell’ALBO NAZIONALE dei COSTRUTTORI, mentre le altre erano registrate presso la Camera di Commercio di Catanzaro. Da una nota del Procuratore della Repubblica si evince che, secondo le risultanze delle indagini svolte dal dirigente del Commissariato di Crotone, “buona parte delle predette ditte avrebbe partecipato alla costituzione del consorzio, benché prive di mezzi necessari e della professionalità per eseguire detti lavori, soltanto al fine di consentire la spartizione, nella cerchia familiare del sodalizio di comodo, dei subappalti che sarebbero stati concessi dall’impresa appaltatrice.”La nota precisa, inoltre, che diversi titolari delle predette ditte, risultavano legati da rapporti di parentela, di affinità e di natura diversa, con la cosca dominante in Isola Capo Rizzuto, facente capo alla famiglia Arena.Una Pubblica Amministrazione (cioè il Ministero della Difesa) è accusata di aver violato la legislazione antimafia, consentendo a pericolosi circoli criminali non soltanto di inserirsi in modo consistente nell’economia locale, utilizzando denaro dello STATO, ma anche di esprimere nei confronti dei cittadini e di altre amministrazioni, un senso di potenza reso più minaccioso dalle probabili collusioni che sottendevano ad un rapporto di fiducia con lo STATO.Tale vicenda assume ancor maggiore gravità alla luce di quanto denunciato dal Presidente della ASSINDUSTRIA di Crotone con lettera aperta al Presidente della Repubblica del 22 maggio 1990. Il Ministero degli Interni ha riferito al Senato il 14 maggio 1990, che controlli disposti dall’alto Commissario per la lotta alla mafia avevano accertato, nella realizzazione della diga sul fiume Metrano, la concessione di ben 173 subappalti non autorizzati ed innumerevoli violazioni alla normativa a tutela dei lavoratori e in materia contributiva e retributiva; illeciti consumati nel corso di lavori che si trascinano da 20 anni, il cui costo è lievitato da 39 a 389ml, ed in cui vi è il sospetto, anche, di licenziamenti effettuati per ottenere finanziamenti integrativi. Il Sindaco di Catanzaro ha riferito di un vicenda che riguarda la SIP e che conferma come le aziende Pubbliche a Partecipazione Statale agiscano spesso, in Calabria, ma anche in altre parte del mezzogiorno, al di fuori delle leggi, in materie d’appalti e di opere pubbliche.Le condizioni economiche e sociali della Provincia di Catanzaro sono caratterizzate da una crescente gravità del fenomeno della disoccupazione, soprattutto giovanile. Gli unici settori operanti sono quelli dell’edilizia e del commercio. In sensibile calo è il comparto turistico. Preoccupano fortemente le linee programmatiche contenute nel “business plain aziendale 91/94” della Enichem, ove si prevede una chiusura di alcune catene produttive negli stabilimenti di Crotone (fertilizzanti e fosforo) e che determinano ulteriore malessere nell’unica area della Provincia interessata da insediamenti di tipo industriale. Il Sindaco di Catanzaro ha precisato che queste condizioni di evidente precarietà, unitamente alla presenza della delinquenza organizzata che ovunque offre prospettive di lavoro, creano una situazione di tale squilibrio economico che il giovane munito di titolo di studio è costretto ad emigrare in altre zone d’Italia e d’Europa, mentre la fascia sociale più debole riesce ad impiegarsi nel terziario e nelle altre poche opportunità di lavoro che le vengono offerte, ovvero inesorabilmente viene coinvolto nelle schiere dei vari nuclei criminali.Come gli altri due fenomeni criminali attenzionati (“Cosa Nostra” e “Camorra”) anche questo fenomeno di natura endogena è stato usato dal potere politico e imprenditoriale per svolgere attività di controllo del territorio e del consenso ambientale, finalizzati a quegli interessi di casta che hanno scavato un fossato incolmabile fra i cittadini e le istituzioni democratiche.Già dalla metà degli anni ‘90, nella inutile cattedrale (Porto) eretta sull’altare d’un improbabile sviluppo della siderurgia è cominciata una scommessa imprenditoriale sana e innovativa.In quello che fu il Porto degli affari, fra “’ndrangheta”, politica e imprenditoria, ha oggi sede la Medcenter Container Terminal che conta 630 persone occupare (a fine anno saranno 800) alle quali si aggiungono oltre 500 attività all’interno del Porto e altrettante nell’indotto extraportuale. Purtroppo ancora oggi, anche in presenza dell’alto interesse annunciato dagli industriali di tutto il Paese, non è concretamente cominciato quell’imprenscindibile insediamento industriale attorno al Porto di Gioia Tauro che, potrebbe finalmente rilanciare l’occupazione e costruire le condizioni per chiedere alle Autorità Comunitarie la costituzione d’una zona franca attorno al Porto ed alla strategica iniziativa imprenditoriale della Medcenter, ove l’attenzione istituzionale e sociale dovrebbe essere d’alto livello; in ogni ruolo e funzione della vita democratica.La natura endogena delle tre associazioni fin qui osservate nella loro intrinseca capacità socio-culturale ed economica è “l’incapacità” politico istituzionale che ha elevato questi fenomeni criminali a soluzione parallela, alla quale hanno dovuto sottostare i ceti più deboli di quelle regioni, già nella metà degli anni ’60 oggettivamente cominciò a diventare un modello culturale della delinquenza nel paese, ove in alcune aree questi tre fenomeni criminali trovarono ganci e fertile terreno operativo: l’esempio della Puglia è un modello classico che potrebbe instaurarsi in altre aree del paese. In Puglia già negli anni ’70 sulla scia del contrabbando dei tabacchi e del traffico di stupefacenti, si consolidarono gruppi criminali associati in famiglie che negli anni ’80 dilatarono le loro sfere d’influenza e di operatività anche nei sequestri di persona per scopi estorsivi che effettuarono in collaborazione con la “’ndrangheta” calabrese e la “Camorra”. In quegli anni cominciò anche a delinearsi nella malavita pugliese la necessità di costituirsi in organizzazioni locali per fare fronte alla criminalità organizzata calabrese e campana che volevano mantenere in stato di subordinazione la malavita locale: tra queste le più significative sono, “La Rosa” a Bari e “La famiglia Salentina libera” nel Salento. A carattere regionale si formò la “Sacra Corona Unita” che nella seconda metà degli anni ’80 si imporrà dopo duri scontri fino a farla scomparire su “La famiglia Salentina libera”. Dalle ceneri di quest’ultima nacque la “nuova famiglia Salentina” che con la “Sacra Corona Unita” raggiunse un accordo di non belligeranza e di spartizione delle sfere d’influenza. Concretizzando così quel modello criminale esistente già in Calabria, in Sicilia ed in Campania. Gli allarmi del possibile, rapido sviluppo, della malavita pugliese erano già stati segnalati con vigore negli anni ’80 dalla commissione antimafia presieduta dall’onorevole Alinovi... ma come potremo constatare leggendo alcuni passaggi delle successive relazioni della commissione antimafia degli anni ’89 e ’91 il fenomeno si è strutturato pericolosamente anche nell’economia legale, conquistando consensi ed ergendosi a riferimento economico-culturale di gran parte della regione. Nella relazione approvata dalla commissione antimafia nella seduta del 25 luglio 1989 si legge: A Bari e provincia negli ultimi anni si è registrato un considerevole incremento organizzativo delle cosche criminali, però con identità autonoma. Le forze di polizia sostengono che le organizzazioni delinquenziali sono suscettibili di trasformarsi, assumendo connotazioni vicino a quelle mafiose o camorriste. Estese ed in aumento sono le truffe nel campo agro-alimentare, in danno dell’AIMA e della CEE con riferimento specifico al grano, all’olio d’oliva, al latte. Nella produzione agricola si registrano numerosi frodi a danno della CEE attuate da alcune strutture cooperativistiche o a base associative, costituite al solo scopo di consumare, con sistematicità, consistenti truffe all’AIMA. Nel corso delle indagini su tale organizzazione è stata rilevata la presenza di stabili collegamenti tra personaggi locali, legati al settore della trasformazione dei prodotti agricoli, e famiglie del napoletano, operanti nell’ambito della “Camorra”. Ciò, oltre a causare una grave crisi nel settore agricolo, contribuisce a sviluppare in intere zone la presenza di soggetti e società impegnate nella produzione di false fatturazioni e in finanziamenti a piccoli produttori. A riguardo è carente l’attività di controllo dei componenti organi dello STATO e degli enti territoriali. È esteso il fenomeno del cosiddetto “caporalato” cioè il reclutamento e collocamento abusivo della manodopera in agricoltura. Per quanto concerne la criminalità degli affari, non si hanno, allo stato, valide indicazioni di infiltrazioni di organizzazioni delinquenziali nelle attività imprenditoriali e negli appalti pubblici. Deve, invece, rilevarsi che il sistema dei subappalti praticato su larga scala, introduce un meccanismo di profonda turbativa economico-sociale. I lavori vengono affidati a grandi imprese che cedono in subappalto categorie di opere ad imprese più piccole e queste ultime, a loro volta cedono ulteriormente in subappalto ad altre ancora (i cosiddetti subappalti a cascata con la conseguenza che l’opera finale viene affidata ad imprese locali, a prezzi risicati, che talvolta vengono a determinare gravi crisi economiche che si aggregano per gestire tali situazioni). In materia di Pubblica Amministrazione e di appalti c’è la tendenza a lasciare la magistratura disinformata. Brindisi e la sua provincia sono da considerare “zona a rischio” dove fermo restando l’attuale quadro delle attività di contrasto non per molto tempo ancora potrà fronteggiarsi il fenomeno delinquenziale nel suo complesso, con un minimo di successo, sì da evitare le occupazioni di territorio antistatuali, proprie della Sicilia, della Campania e della Calabria. Gli avvicendamenti delle amministrazioni comunali degli ultimi anni sono stati quasi sempre determinati da contrasti sulle vicende urbanistiche delle città, anche se le crisi politico-amministrative si sono sempre risolte a favore della medesima coalizzazione di partito. Qualora i rispettivi interessi politici si saldassero con interessi economici e finanziari di privati, il degrado istituzionale sarebbe irreversibile.Occorre altresì affrontare seriamente i problemi della provincia brindisina al fine di avviare al lavoro vaste fasce di giovani disoccupati (è alto il numero dei disoccupati) nonché di riqualificare e rioccupare manodopera risultante esuberante in seguito alla crisi del petrolchimico e al futuro completamento dei lavori della centrale ENEL di Ceraro. Gli spazi d’intervento sono ancora abbastanza ampi, gli anticorpi ci sono: la regione, nonostante varie difficoltà e pur nel quadro grave nelle crisi internazionali, si distingue per la capacità dell’imprenditoria e le innovazioni tecnologiche; si ribadisce che non c’è in Puglia alcuna tradizione di criminalità o camorrista; rispetto alla criminalità organizzata operante nella regione, non c’è indulgenza popolare; la mentalità pugliese, nel complesso è ben lontana dai caratteri distintivi della cultura mafiosa, occorre soltanto non ritardare la presa di coscienza della necessità di contrastare la delinquenza organizzata con una attività seria e adeguata.In questa relazione si leggevano già tutti i malesseri che inesorabilmente, senza il supporto concreto delle istituzioni, della politica e della società civile, avrebbero consolidato e strutturato pericolosamente anche questo fenomeno criminale, con la conseguente affermazione di culture e regole parallele a quelle sancite dalla nostra Costituzione: un frutto velenoso che avrebbe contribuito a indebolire ulteriormente il diritto alla partecipazione democratica dei lavoratori, dei cittadini e dei circuiti economici sani, della Puglia, con le conseguenze già affermatesi nelle altre regioni del sud.&lt;br /&gt;Ancora una volta la politica celebra la sconfitta della democrazia che per sua stessa incuria ha prodotto. Nella relazione della Commissione Parlamentare antimafia approvata nella seduta del 15 ottobre 1991 si legge: La Puglia presenta una realtà socio-economica in rapidissima crescita, che l’ha trasformata in pochi anni in un importante polo industriale. Nel 1990, mentre la media di crescita nazionale del prodotto interno lordo, si è attestato intorno al 2,7%, il tasso di sviluppo della Puglia è stato pari al 4,1%. Il dinamismo degli operatori economici pugliesi che ha consentito il decollo industriale dell’intera regione, ha inevitabilmente richiamato l’attenzione della criminalità locale e delle regioni vicine. L’imponente flusso di denaro frutto delle attività illegali ha provocato una massiccia immissione nel mercato di capitali illeciti.Si è esteso il raggio d’azione delle cosche ed è, inevitabilmente, aumentato il livello di corruzione dell’apparato pubblico, minacciato e blandito da una criminalità sempre più agguerrita e sofisticata. A due anni di distanza dal precedente sopralluogo della commissione è stato accertato un complessivo deterioramento della situazione pubblica nell’intera regione. Sul piano regionale, all’efficace coordinamento delle tre forze di polizia, non corrisponde un adeguato contributo degli enti locali (vedi la scarsa efficienza dei vigili urbani). Attualmente operano in Puglia 32 gruppi criminali con 2542 affiliati, tutti individuati dalle forze dell’ordine. Una delle zone a maggiore concentrazione criminale della Puglia è certamente Fasano. Vi operano da anni i gruppi facenti capo a Giacomo Sabatelli e a Giuseppe D’Onofrio, (già entrambi segnalati dalla polizia nel marzo 1977 come partecipanti a riunioni con i capi della malavita siciliana e napoletana) sono accertati loro collegamenti con alcuni personaggi di spicco della mafia siciliana come Pietro Vernengo, capo della cosca mafiosa palermitana di “S. Erasmo” e “Ponte ammiraglio”. Nel territorio Fanese agiscono pure il napoletano Pietro Panini ed il palermitano Antonio Leonardo. Dall’inizio degli anni ’80 si registra una consistente presenza di esponenti della malavita organizzata siciliana, quali Amedeo Pecoraro, Giuseppe Baldi, Stefano Fontana, Filippo Marchese, appartenenti alla cosca di “Corso dei Mille” e Filippo Messina della cosca del quartiere Brancaccio.A rapporto di collaborazione tra i soggetti locali e personaggi malavitosi di altre zone del paese, è dovuto l’ampliamento delle strategie operative della criminalità Fanese, in particolare l’attività svolta da Pietro Vernengo ha consentito l’inserimento della zona di Fasano nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Nel corso delle indagini alcuni pentiti hanno confermato l’esistenza di una raffineria cogestita dal D’Onofrio e dal Vernengo. Un pentito ha riferito che Stefano Fontana tiene i collegamenti tra l’Italia ed il Sud-America, a seguito di un accordo con il cartello di Medellin. Egualmente preoccupante è il livello della sicurezza pubblica nella zona di Mesagne.Lo stesso sindaco della città ha riferito la sua sensazione di un sistema estorsivo generalizzato, sostanzialmente accettato da una popolazione ormai sfiduciata. Le caratteristiche della criminalità nella zona di Mesagne rendono necessarie indagini più incisive nei settori dell’economia che, verosimilmente, vengono in larga misura alimentati con i proventi delle attività illecite. Nel comune di Mesagne, infatti, ha recentemente iniziato ad operare una finanziaria che risulta costituita da noti pregiudicati. Per quanto riguarda le infiltrazioni della criminalità organizzata nella Pubblica Amministrazione, pur non essendo emersi sicuri riscontri di contiguità, molti segnali lasciano ritenere che la delinquenza brindisina si appresti a compiere un salto di qualità, tentando un inserimento stabile nel mondo imprenditoriale, con inevitabili rapporti con le amministrazioni locali.Uno degli elementi trainanti dell’intera economia foggiana è l’edilizia. È un settore “che scotta”, hanno concordemente affermato i magistrati che se ne occupano. L’edilizia rappresenta il governo delle sezioni edili, all’interno dell’associazione industriali e costituisce, quindi, la possibilità di controllo dell’associazione stessa.Il Sostituto Procuratore della Repubblica presso la Pretura, che si occupa quasi esclusivamente di edilizia, ha dichiarato di aver subito, per questa sua attività, tentativi di delegittimazione attraverso campagne di stampa e dichiarazioni pubbliche di altri magistrati e di aver ricevuto gravi minacce che hanno indotto l’autorità di pubblica sicurezza a provvedere alla sua protezione.L’inchiesta avviata sulla commissione edilizia ha fatto emergere una situazione di palese illegalità nell’edilizia foggiana e di grave corruzione di tecnici comunali, amministratori e membri della commissione edilizia, secondo quanto affermato da un esponente di un partito di maggioranza (il socialista Meluso). Anche il capogruppo del PDS, consigliere Coppola ha fatto rilevare che del disguido delle pratiche di concessione vi sono delle corsie accelerate per i più grandi costruttori di Foggia, i cui direttori dei lavori e progettisti erano membri della commissione edilizia, che è stata in regime prorogativo per circa undici anni. Durante questo periodo membri della commissione, eletti perché consiglieri comunali, sono rimasti stranamente al loro posto anche dopo la fine del mandato ricevuto dagli elettori e non sono stati sostituiti neppure i membri deceduti. La commissione edilizia è stata convocata pochissime volte e non sono rari i casi in cui è mancato il numero legale. L’inchiesta tuttora in corso ha fatto emergere la mancanza di un criterio automatico o, comunque, chiaramente determinato nella trattazione delle pratiche.Sul punto, il capo della sezione urbanistica del comune di Foggia, ha confermato al magistrato inquirente, che “tutto era ad libitum dell’assessore all’urbanistica che decideva quali pratiche dovevano essere esaminate dalla commissione. Oltre a numerosi reati urbanistici, sono emersi comportamenti in stridente contrasto con i criteri di trasparenza che dovrebbero ispirare l’attività di un ente pubblico. Il segretario particolare dell’assessore all’urbanistica era il fratello di un noto costruttore che “riceveva sempre concessioni in tempi reali”. Alcuni costruttori riuscivano a portare una pratica anche due volte in una settimana, in commissione, mentre altre pratiche rimanevano ferme da 15 anni.Nel corso della complessa indagine, in parte trasferita alla Procura della Repubblica presso il tribunale, sono venuti alla luce episodi indicativi di un acuto malessere della magistratura foggiana. Anche nel foggiano si è assistito ad una vertiginosa proliferazione delle società finanziarie (nella provincia ne esistono 50 ed altrettanti sedi secondarie di società di altre zone del paese. Gli investigatori non escludono in questo settore la presenza di soggetti strettamente legati alla criminalità organizzata intenzionati a riciclare il denaro proveniente da attività illecite. L’attività investigativa della squadra mobile di Foggia ha portato all’arresto dei pregiudicati Ernesto Franco e Bruno Marzocco, titolari di due finanziarie, che venivano utilizzate per la copertura di operazioni illecite (truffe, riciclaggio).Numerose verifiche sono state effettuate dalla Guardia di Finanza nel settore delle frodi CEE e della grande evasione fiscale. È risultato che tra i soggetti che operavano nel campo delle fatturazioni per operazioni inesistenti ve ne sono alcuni che appartengono, in posizione di spicco, ad organizzazioni criminali. Nella stessa relazione (stilata sempre all’interno di quella prudenza che troppe volte rasenta l’afasia politica che non ha il coraggio delle risposte o addirittura le dà sbagliate) si evincevano già allo stato strutturale tutti i guasti socio-economici (disoccupazione giovanile, abbandono scolastico, disoccupazione ed assistenzialismo frutto della deindustrializzazione, della corruzione amministrativa, ecc.) prodotti da quello strabismo politico amministrativo ed economico incapace di partire dalle proprie responsabilità che sommate all’endogena criminalità organizzata agguerrita, scolarizzata dalla criminalità esogena esistente nelle regioni vicine ha prodotto il quadro attuale della Puglia che oggi è ancora più sconfortante da quello presentato dalla relazione della Commissione Antimafia del 15 gennaio 1992... ora anche il mondo del lavoro pugliese in molti suoi risvolti è ostaggio della criminalità organizzata che si sostituisce alle attività legali e “dà lavoro ai più emarginati” privando casi del diritto alla partecipazione democratica molti lavoratori pugliesi e mettendo in grave difficoltà l’economia sana di quella importante regione del paese.Leggendo alcuni passaggi delle relazioni antimafia di altre due regioni, la Basilicata e il Lazio evinceremo pittoricamente che la mafia endogena, “Cosa Nostra”, “’ndrangheta” e “Camorra” dagli anni ’70 in poi più che pericolo di ordine pubblico sono diventati un problema di contabilità e di democrazia; infettando l’economia legale di gran parte del sud del Paese, sfruttando 3 dati essenziali: la gretta rapacità di certa imprenditoria impegnata più a truffare le comunità che a produrre beni e servizi, la corruttela politica-amministrativa e l’inadeguatezza istituzionale sempre in ritardo nei delitti consumati dentro il circuito economico contro l’imprenditoria sana ed i lavoratori. Nella relazione della Commissione Parlamentare Antimafia approvata il 23 gennaio 1992 in merito allo stato della criminalità organizzata in Basilicata si legge quanto segue: In tutti gli incontri delle Commissioni è emersa l’anomalia di questa regione, stretta fra province inquinate dalla delinquenza organizzata e tuttavia ancora legata a proprie peculiarità culturali, ma con un forte rischio di omologazione alla Puglia per effetto delle strategie di organizzazioni mafiose che cercano nuovi spazi. Sarà necessario l’impegno dei pubblici poteri e di tutte le forze sociali ed imprenditoriali per stroncare tentativi già in corso nelle realtà produttive e finanziarie della regione. Questo è tanto più necessario anche in vista di preannunciati investimenti industriali e per opere pubbliche (come, ad esempio, quelli legati alla installazione di uno stabilimento FIAT nel Melfese).È necessario cioè operare perché non si ripeta l’esperienza del dopo-terremoto, quando la promessa industrializzazione non ha sortito gli effetti sperati, ma anzi inclinato in alcuni casi la trasparenza e la correttezza della Pubblica Amministrazione e dell’attività imprenditoriale, come è documentato nella relazione di una Commissione bicamerale d’inchiesta e in iniziative giudiziarie (fra le quali un procedimento penale in corso, relativo ai rapporti fra una società che ha compiuto importanti lavori nella fase post-terremoto ed altri tuttora in corso, una società finanziaria ed una banca).Le recenti vicende della vicina area Pugliese indicano che laddove è prevalsa una sottovalutazione dei fenomeni criminali nascenti, la locale delinquenza è stata protagonista di una straordinaria metamorfosi che l’ha portata in breve tempo ai livelli di aggressività propri di mafia, camorra, e ‘ndrangheta. A parere del Prefetto di Potenza (che ha poteri di coordinamento sull’intera regione) sono in corso infiltrazioni malavitose nelle zone del Metapontino, del Melfese e dell’Agronegrese, conforme di stabile insediamento nei comuni di Scansano, Policoro, Montescaglioso, Melfi; permangono dappertutto episodi di criminalità tradizionale che però rischiano di trasformarsi in “forme aggregative con possibile sbocco in una vera e propria criminalità organizzata”.Nella relazione sull’amministrazione della giustizia del 1989 il Procuratore Generale della Corte di Appello denunciava rischi di inserimento delle organizzazioni delinquenziali e rilevava una inadeguatezza della risposta dello Stato che “da sempre non fa che rincorrere la mafia e la camorra, muovendosi... per affrontarle quando sono vicine ossia quando già si manifestano le loro azioni e le loro impostazioni delittuosi”.Nella successiva relazione del 1990 lo stesso magistrato ricordava i gravi fatti criminosi di Montescaglioso, Policoro, Nova-Siri, Tursi, Scansano, Montalbano, Marconia (Pisticci), Metaponto ed aggiungeva che in tali località la delinquenza aveva assunto forme tipicamente mafiose. Si precisava inoltre che “vi sono sintomi di mediazione mafiosa di controllo nella guardiania, nella distribuzione di una risorsa preziosa e scarsa come l’acqua, nella intermediazione del mercato dei prodotti della terra e della manodopera. La progressione della criminalità in provincia di Matera può ricavarsi dalle informative trasmesse dal locale Procuratore della Repubblica al Procuratore Generale della Corte di Appello per le inaugurazioni degli ultimi anni giudiziari. Nel 1988 si faceva riferimento ad un flusso di denaro pubblico che sovente veniva impiegato e distratto a fini illeciti; scarsissima, se non inesistente, è la vigilanza affidata agli enti erogatori che si limitano a controlli del tutto formali nella fase di approvazione, tralasciando di seguire quella esecutiva e fornendo così l’occasione per indebite distrazioni od appropriazioni”. Nel 1989 si riferiva che il comparto agro-alimentare era stato preso di mira dalla criminalità organizzata, attirata prevalentemente dal settore delle concessioni di contributi per opere pubbliche, sovvenzioni ed agevolazioni per attività produttive”. In definitiva il magistrato richiedeva una intensificazione della vigilanza da parte degli organismi competenti in tale settore, in materia di appalti, concessioni e sovvenzioni, nel campo delle assegnazioni di terreni provenienti dalla riforma fondiaria. Si richiedeva altresì una maggiore attenzione delle pubbliche amministrazioni per raggiungere il duplice risultato “di porre fine ad aree di illegalità diffusa e di ridare fiducia ai cittadini i quali sarebbero incoraggiati ad una più efficace collaborazione”.Le forze istituzionali e politiche hanno riferito della preoccupazione per pericoli d’intervento della criminalità sui lavori d’insediamento della FIAT nella zona di Melfi. Sono già stati effettuati più di 20 arresti per imputazioni connesse ai subappalti di tali lavori.Tra gli altri sono stati arrestati alcuni pregiudicati soci di un’impresa che ha eseguito in subappalto non autorizzato, lavori di movimento terra nel Cantiere FIAT di S. Nicola. Il Presidente del Tribunale di Melfi ha fatto notare che negli ultimi 3 anni sono notevolmente aumentate le iscrizioni societarie (107 nel 1989, 137 nel 1990, ben 91 nel primo semestre del 1991) con oggetto giuridico generico e formalmente riguardante il terziario, il settore tecnologico o servizi gestiti in cooperative, ma miranti in realtà ad acquisire i contributi dello Stato ed a precostituire posizioni di vantaggio per la aggiudicazione di appalti di vario genere.Le dichiarazioni di fallimento sono ugualmente aumentate in tale periodo (9 nel 1988, 12 nel 1989, 14 nel 1990, 12 nel primo semestre del 1991); ciò rivelerebbe una dinamica estremamente turbolenta in cui le iniziative imprenditoriali vengono seriamente minacciate da tentativi di arricchimenti illeciti, sia lucrando pubblico denaro, sia inserendosi nelle procedure in atto per la realizzazione degli stabilimenti FIAT e nei relativi indotti. In relazione a tali consistenti pericoli, l’attività di contrasto risulta essere quantitativamente insufficiente e non adeguata dal punto di vista professionale.La Guardia di Finanza riconosce di non avere avanzato a Potenza alcuna richiesta di misure di prevenzione di natura patrimoniale e dall’esame dei verbali delle riunioni del Comitato Provinciale di Matera per l’ordine e la sicurezza pubblici, non emerge alcuna analisi (e di conseguenza alcun impegno in ordine al legame abbastanza evidente fra il sistema delle estorsioni, dilaganti in quella provincia e la formazione di illegali presenze finanziarie).Le forze di polizia ascoltate nel corso delle audizioni hanno talvolta dato preoccupante prova di inadeguata conoscenza della dinamica criminale nella regione, in particolare nella provincia di Matera, esponendo modalità di intervento ed impegni nell’organizzazione dettati più da una preoccupazione di ordine formale e burocratico che da una visione di insieme del fenomeno e da una conseguente strategia di contrasto. Un dettagliato e documentato esposto presentato al Comando generale dell’Arma dei Carabinieri, ed inviato per conoscenza alla Commissione, nei confronti del sottufficiale Comandante della stazione di Pisticci ha posto in evidenza una grave caso di assenza di imparzialità da parte di un pubblico funzionario che dovrebbe garantire i diritti dei cittadini nei confronti delle aggressioni criminali.Il Prefetto di Potenza ha assunto l’iniziativa di coordinare l’azione e migliorare la collaborazione fra carabinieri, polizia di STATO, ispettorato del lavoro e FIAT per investigare nel settore degli appalti e dei subappalti al fine di stroncare eventuali attività criminali. Ma ciò non sembra sufficiente in relazione alla reale situazione della Provincia.Il fenomeno deve essere fronteggiato con una buona conoscenza dei flussi e degli interessi criminali convergenti nella regione, nonché con il rafforzamento di controlli in quelle sedi amministrative, societarie e finanziarie ove oggi maturano i piani di intervento dei poteri criminali.&lt;br /&gt;La situazione della Basilicata è su un crinale. Può precipitare verso il modello pugliese o può restare nei limiti della tollerabilità. Molto dipende da ciò che verrà fatto nei prossimi mesi dal Governo centrale, dalla magistratura, dal governo regionale, dalle amministrazioni comunali, dal mondo imprenditoriale e dal mondo del lavoro.&lt;br /&gt;Nella relazione della Commissione Parlamentare Antimafia inerente a Roma e nel Lazio, approvata il 20 novembre 1991 si legge quanto segue: La ricognizione effettuata in diverse regioni dalla Commissione Parlamentare Antimafia ha condotto alla individuazione delle caratteristiche nuove del reticolo delle attività del crimine organizzato, ben oltre le tradizionali aree geografiche di insediamento della mafia, della ‘ndrangheta e della camorra. Roma e provincia hanno costituto meta di importanti personaggi della mafia, della ‘ndrangheta e della camorra, che hanno stabilito collegamenti con esponenti della malavita romana e con faccendieri legati ad alcuni settori del mondo economico e finanziario. Le due principali bande operanti nel territorio cittadino, quella della Magliana e quella del Testaccio, sono state scompaginate da una serie di operazioni di polizia, alle quali hanno fatto seguito, almeno in primo grado, severe condanne da parte dell’autorità giudiziaria.In particolare la banda della Magliana si è sfaldata al momento dell’arresto di Pippo Calò, che se ne serviva, unitamente ad elementi della destra eversiva. A Roma agiscono anche diverse organizzazioni criminali di modesta consistenza, legati da vincoli associativi non troppo stretti e dotate di limitata capacità operativa. Nella città di Roma vari fattori hanno consentito alla criminalità organizzata di stampo mafioso di insediarsi ed operare con relativa “tranquillità”: la posizione geografica centrale, la vicinanza con zone dove è più consolidato l’insediamento mafioso, la presenza di importanti centri del potere economico, finanziario e politico, la dimensione dell’area urbana della capitale, che rende meno agevoli i controlli delle forze dell’ordine e garantisce una più facile mimetizzazione.Dati attendibili confermano l’antica “vocazione” romana di “Cosa Nostra” che ha creato, nel territorio della capitale, strutture organizzative rivelatrici di una presenza organica che agivano rispettando gli schemi e le gerarchie mafiose (a Roma esisteva una decina della famiglia di S. Maria di Gesù di Stefano Bontade). Anche Leoluca Bagarella e Giuseppe Madonia hanno dimorato a Roma per qualche tempo.La recentissima operazione della Squadra mobile di Roma ha portato alla luce l’inquietante presenza di interessi camorristici nella capitale. Il noto boss Ciro Mariano è stato arrestato, unitamente al suo fiduciario su Roma, Giuseppe Criscudo ed ai faccendieri milanesi La Porta e Turra, mentre si trovava all’interno del ristorante “Meo Pinelli” a Cinecittà per definire un’operazione finanziaria relativa alla società SINTESIS con sede a Napoli e facente capo allo stesso Mariano. Nel comune di Pomezia, costituito 50 anni fa da gruppi etnici di diversa estrazione attorno agli insediamenti industriali, che ne hanno determinato il rapido sviluppo economico, vi è stato l'inserimento di elementi dediti ad attività criminose. La struttura pubblica non è rimasta immune da contaminazione e gli amministratori locali sono stati oggetto di frequenti inchieste giudiziarie. Gli eleganti residence lungo la litoranea che va da Fregene a Nettuno, sono stati utilizzati da esponenti criminali come comodi rifugi da dove dirigere le attività delittuose.La criminalità organizzata di tipo mafioso si colloca in un contesto dove è evidente una notevole crescita dell’insicurezza collettiva e degli indici di delittuosità. La facilità di ingresso nel territorio nazionale di un gran numero di stranieri fornisce alle organizzazioni criminali una abbondante manovalanza di soggetti in condizioni assai disagiate e di difficile collocazione nel mercato del lavoro.Di conseguenza cresce l’afflusso in Italia di malviventi stranieri, anche in bande organizzate. A partire dagli anni ’70, i gruppi mafiosi unitamente ad esponenti della camorra, hanno cominciato ad investire il ricavato delle attività delittuose in negozi di abbigliamento, gioielleria, in negozi di elettrodomestici, autosaloni, esercizi alberghieri, imprese immobiliari, società finanziarie, società import-export e perfino nell’industria cinematografica.Negli ultimi tempi i gruppi criminali sono riusciti ad introdursi anche nel settore bancario ed assicurativo. È stato accertato che un soggetto con precedenti rilevanti e collegamenti con esponenti mafiosi ha rilevato e successivamente ceduto una società di assicurazioni quotata in borsa. Altre indagini sono in corso su una clinica privata, ubicata in provincia di Roma, gestita da un pregiudicato collegato alla criminalità organizzata.&lt;br /&gt;Anche il settore dell’editoria, in particolare le società aventi per oggetto la compravendita e la distribuzione a livello nazionale, di libri ed enciclopedie, suscita l’interesse di esponenti mafiosi.Certamente “a rischio” è il settore immobiliare, dove sono presenti tutte le organizzazioni criminali operanti nella capitale: Pippo Calò disponeva nell’intera regione, di un cospicuo patrimonio immobiliare, Flavio Carboni era interessato ad oltre 100 società che operavano a Roma, in Sardegna ed in altre località italiane, Gaspare Gambino ha investito ingenti capitali nel settore alberghiero, in quello immobiliare ed in aziende agricole, Giulio Lena facente parte di un’organizzazione internazionale dedita al traffico di stupefacenti, era interessato al settore immobiliare tramite una società finanziaria, un esponente dell’’ndrangheta calabrese, con precedenti per sequestro di persona, si occupa di intermediazioni immobiliari.L’imponente liquidità proveniente dal traffico della droga e da altre attività illecite su larga scala, consentono alle associazioni delinquenziali più forti di penetrare nel mondo economico modificandone i vecchi assetti. Il quadro complessivo che si ricava fa risaltare la peculiarità romana rispetto ad altre zone del paese: la pur avvertibile presenza mafiosa si manifesta in forme poco appariscenti e mira ad inserirsi in attività economiche attraverso la costituzione di società, spesso intestate a prestanomi, che operano almeno apparentemente, rispettando le regole del libero mercato.I personaggi malavitosi si avvalgono, per la gestione delle attività imprenditoriali e commerciali, della collaborazione di professionisti esperti nei rispettivi settori. Il livello di penetrazione nel mondo economico e la dimensione degli affari trattati può evincersi dai contatti, emersi nel corso di intercettazioni telefoniche, con personaggi quali Licio Gelli, deferente chiamato “il grande venerabile”.Allarmanti segnali sui collegamenti tra imprenditoria d’assalto (con frequentazioni mafiose) ed il mondo politico amministrativo romano, sono stati portati alla luce dall’inchiesta avviata sul cosiddetto “affare Tor-Vergata”. Inserito in una vasta area del Lazio meridionale - compreso tra Ponezia, Cisterna e Latina - quello di Aprilia è un territorio senza difesa situato all’estremità della provincia di Latina, che - hanno lamentato gli amministratori locali - è seguito con scarsa attenzione dallo Stato. Le risorse ambientali sono state compromesse dall’abusivismo, sia edilizio che industriale, e dalle esternalità dell’area metropolitana romana. Il progetto di sviluppo della città che prevede una notevole spesa per le infrastrutture, opere pubbliche, riqualificazioni urbanistiche, ha attratto gruppi malavitosi. Il clan calabrese degli Alvaro ha rilevato un’azienda agricola di mille ettari nei pressi della frazione di Torre del Padiglione.Su richiesta del Comune - ha informato la Commissione Antimafia la compagnia dei carabinieri di Aprilia - ove è iniziata una vasta repressione dell’abusivismo edilizio, con oltre 20 cantieri sequestrati tra il febbraio e il marzo 1991.Con i gruppi locali dell’’ndrangheta anche le partecipazioni statali intrattengono dei rapporti, se è vero - ha denunciato l’Arma - che la famiglia Alvaro riceve appalti dalla SIP, dall’ENEL e da altre aziende pubbliche.Nella provincia di Frosinone l’episodio di infiltrazione camorrista più rilevante appare quello che ha coinvolto diverse ditte dei clan casertani e napoletani nel subappalto dei lavori per la terza corsia dell’autostrada A2 nel tratto compreso da S. Vittore nel Lazio e Capua. Due provvedimenti delle procure di S. Maria Capua Vetere e di Cassino, un rapporto dell’alto commissario antimafia documentano le dimensioni finanziarie dell’operazione, gli effetti prodotti sul territorio della provincia laziale, i condizionamenti apportati all’intervento pubblico (ANAS, Società Autostrade) nelle concessioni dei lavori.L’inserimento della camorra avviene attraverso l’imposizione alle grandi imprese di subappalti per forniture di materiali e di lotti di lavori. Così per esempio, Felice Ambrosca e Giovanni Di Benedetto, entrambi imprenditori edili di Cancello Arnone in provincia di Caserta, sono riusciti a subentrare ad altre imprese minori che misteriosamente hanno rinunciato a proseguire.Quello delle cave nelle località adiacenti ai cantieri per la terza corsia dell’A2 è uno dei settori nei quali la camorra punta a conquistare il monopolio, e in questo si riconferma una costante del suo Modus-Imperandi: che ha come ricaduta la possibilità di ricattare l’insieme delle imprese di costruzione impregnate nei cantieri della grande opera pubblica. È il caso appunto, della Bitum-Betom del clan Nuvoletta: aveva necessità di acquisire in zona una produzione di conglomerato per il tratto A2 tra Cassino, Cervaro, S. Vittore, Rocce, Teano. Quindi ha cercato di impadronirsi della COGEBIP, di cui sono stati colpiti due impianti a S. Vittore del Lazio. Le autorizzazioni “a termine” per i lavori della terza corsia hanno così determinato un monopolio che strozza i piccoli imprenditori.Il fenomeno criminale nel Lazio ed in particolare nella capitale pur non presentandosi ancora ai livelli delle regioni a più alta intensità mafiosa, appare in espansione la criminalità organizzata, potendo contare su una grande disponibilità di denaro e su sistemi organizzativi sempre più sofisticati, minaccia il tessuto civile, le attività economiche e le amministrazioni pubbliche.&lt;br /&gt;Dal canto suo la Pubblica Amministrazione, in presenza di un fenomeno criminale in preoccupante crescita ed alla luce degli ormai numerosi episodi di mal costume amministrativo deve dimostrarsi impermeabile alle pressioni della malavita organizzata.&lt;br /&gt;Gli accertati casi di concussione e di corruzione di pubblici funzionari e di amministratori, pur non essendo collegati alla malavita organizzata, sono indicatori di un diffuso malessere, che rischia di essere sfruttato dalle grandi centrali criminali che tendono ad acquisire coperture sempre più importanti nel mondo politico-amministrativo.&lt;br /&gt;Nessuno studio sulla criminalità organizzata e sulle cause che l’hanno elevata a pericoloso fenomeno nazionale, nel circuito socio-economico e produttivo, dovrebbe prescindere dall’analisi delle pur prudenti relazioni della Commissione Parlamentare antimafia... esse ci conducono sull’uscio socio-economico e culturale, di quel coagulo d’interessi, che la letteratura ufficiale ha fin qui solo sfiorato perché basata essenzialmente sulla statistica ufficiale, sugli atti giudiziari e extragiudiziari. Poco e forse con pochi strumenti, ad avviso di chi scrive, s’è lavorato nella trasparenza delle imprese: nel legame tra economia legale ed economia criminale e le sue ricadute nella qualità di sviluppo delle imprese e sul mercato del lavoro... Negli studi ricorrenti si sono sempre affrontati i temi inerenti la salute economica, e amministrativa dell’impresa; studiata la possibile riorganizzazione dei processi d’internazionalizzazione dell’economia; l’adeguamento della strumentalizzazione fiscale; i ritardi della giustizia civile e penale ecc...Con dovizia statistica e documentale si è attenzionato un problema sicuramente importante, trattandolo nel percorso delle sue evoluzioni e dei suoi rapporti con il sistema economico, legislativo e ambientale; studiando le strategie più idonee a tutela della salute e della dinamicità dell’impresa che per sua natura ha come evento probabile quello della morte economia che provoca costi irrecuperabili per tutti gli attori socio-economici e istituzionali interessati...Studi eziologici molto interessanti sono stati effettuati dalla “Fondazione Rosselli” a cura di D. Masciandaro e F. Riolo che però sul tema “Crisi d’impresa e criminalità” a cura di Donato Masciandaro soffre, a mio avviso, di quelle carenze formate all’interno d’una filosofia letterale, che storicamente ha poi sempre reinterpretato i fenomeni criminali di natura endogena, in funzione antisistema, per celare le debolezze in funzione economica e istituzionale. Donato Masciandaro però centra in pieno la funzione e la natura del fenomeno criminale quando dice: “L’obbiettivo criminale non implica la massimizzazione del profitto perché la redditività d’impresa è uno scopo accessorio che in funzione economica consente ad essi di svolgere attività di controllo del territorio e del consenso ambientale, là dove lo Stato non c’è...”La riflessione eziologica di Donato Masciandaro unitamente a quella di D. Cressey e E. Sutherland: Una persona diventa delinquente in quanto si trova in presenza di un eccesso di definizioni favorevoli alla violazione delle leggi rispetto a definizioni non favorevoli alle violazioni. Questo è il principio dell’associazione differenziale che si riferisce sia alle associazioni criminali, e che riflette un campo di forze interagenti e contrapposte. Formano pittoricamente il quadro di quelle imprenscindibili condizioni socio-economiche e ambientali, utili alla criminalità organizzata per infiltrarsi nell’economia legale e nel mondo del lavoro.In questo contesto potrà costruire: le condizioni per attuare la concorrenza sleale attraverso l’intimidazione e la sua elasticità finanziaria; comprimere il salario e la bassa conflittualità interna attraverso la selezione dei lavoratori da assumere, e contare nella corruttela che attiverà attraverso lo sfruttamento dei bisogni personali dei dipendenti e delle clientele.Queste ultime “debolezze umane” all’inizio somigliano molto a innocue scorie porose..... Poi nel tempo si radicheranno e si solidificheranno con il cemento della codardia e dell’inerzia, formando un muro oppositivo ai tentativi di penetrazione del sindacato, quando questo, nelle sue periferie provinciali e territoriali non s’è trincerato dietro la “comoda” rigidezza del ruolo, delle forme e delle competenze.....Gli studiosi italiani fondano le loro tesi sulla natura predatoria della criminalità organizzata non attenzionando adeguatamente la qualità logistica, ambientale ed economica del suo consenso che non è sempre frutto della sua capacità intimidatrice.&lt;br /&gt;La criminalità organizzata non agisce contro, ma dentro il sistema, e mette le sue regole a disposizione del circuito economico dominante nel suo territorio e nei territori che ha conquistato. Alla “sua filosofia”, che molte volte si coniuga con la rapacità imprenditoriale connaturata in tutti i comparti del circuito economico, sia pubblico che privato e “l’inadeguatezza” delle forze sociali e istituzionali, il più delle volte frutto della capacità corruttrice della grande impresa, che oggettivamente ed in alcuni casi anche soggettivamente, attraverso la presenza criminale nel suo circuito economico, costruisce le condizioni di maggior profitto operando contro gli interessi economici e ambientali (non scordiamoci che oggi la criminalità organizzata garantisce lo stoccaggio occulto di materiali tossici e nocivi) delle comunità e contro i lavoratori.La criminalità organizzata, nel circuito economico e produttivo, opera essenzialmente su due fronti: quello economico che agisce sulle “debolezze umane” (corruttele, riduzione costi, riciclaggio nelle imprese e nelle attività commerciali in crisi, ecc.) e quello intimidatorio sui beni e sulla sicurezza personale dei soggetti oppositivi (titolari di imprese, commercianti che si ribellano alla concorrenza sleale, cittadini e lavoratori che vorrebbero denunciarne la presenza, uomini delle istituzioni che possono metterla in difficoltà, ecc.). Da tempo ormai remoto, la criminalità organizzata ha ridotto la sua caratterizzazione territoriale ed è presente in molte aree del Paese che non possono ancora certamente dirsi assoggettate alle regole parallele già strutturate nel tessuto socio-economico del Sud. I due fronti in questione unitamente alla natura positivistica dominante nell’economia legale (che invece molte volte adotta qualsiasi strategia disponibile pur di accrescere potere e profitti o per salvarsi dalle difficoltà economiche dovute a fenomeni congiunturali od incapacità gestionale), hanno dato dignità di ruolo nel mondo del lavoro alla criminalità.L’estorsione (che è sempre preceduta dall’atto intimidatorio: minacce telefoniche, danneggiamenti, ecc.), non è la costante della filosofia mafiosa, bensì il momento ritorsivo contro l’operatore economico o imprenditoriale oppositivo, per indurlo a cercarsi “l’amico” (gancio) in ambito criminale, che il più delle volte conosce già ed al quale non aveva ancora dato il giusto peso. Tutte le storture, fin qui assunte dalla letteratura ufficiale, sono frutto dell’imprudente utilizzo delle statistiche e di casi individuali conosciuti a mezzo stampa o dentro quei Processi Giudiziari, ove molte volte le vittime presentano i ruoli e le funzioni della criminalità organizzata, dal loro utile punto di vista: 1) per non isolarsi completamente dal contesto socio-economico; 2) nella vana speranza di restringere il fronte dell’odio criminale e del contesto che hanno messo sotto accusa. Ad avviso di chi scrive, è anche accaduto che casi di estorsione operati dalla comune associazione a delinquere (là dove “Cosa Nostra” aveva limiti di operatività, grazie all’attività giudiziaria) sono diventati reati mafiosi per l’utilità politica e di quelle associazioni ad essa collegate...Le statistiche dimostrano una forte relazione tra diffusione del Racket e crisi d’impresa... quindi quando si dà dignità empirica alla tesi che la criminalità organizzata fonda sull’attività estorsiva un suo vantaggio economico, si parte dall’equivoco e si trasgredisce nello sbaglio concettuale: che senso ha estorcere denaro a chi non ne ha, costruendosi così un nemico pericoloso, proprio in virtù della sua disperazione?!! Perché la criminalità organizzata non impone il Racket nel circuito economico sano, nella grande distribuzione, nella grande industria e nei grandi appalti?!!La risposta a questi quesiti, e la conferma alla mia tesi (frutto delle mie esperienze esistenziali) l’ha già data la Procura di Palermo il 30 luglio 1998: A Palermo imprenditori e commercianti pagavano il pizzo volontariamente per aiutare i boss messi in difficoltà dall’attività giudiziaria...Di fatto l’attività principale della criminalità organizzata, nel mondo del lavoro è quella di agganciare il soggetto disponibile (impresa, esercizio commerciale, ecc.) per mutuare la sua assistenza economica (riciclaggio) con quella di copertura. In questi casi, come spiega empiricamente Umberto Santino (La Fiura 1990): “L’impresa può continuare ad avere come obbiettivo la massimizzazione del profitto e commettere illegalità, utilizzando: denaro sporco, lavoro irregolare, la violenza come strumento competitivo, ecc...”La verità sta tutta dentro un’analisi empirica che gli studiosi italiani non hanno forse mai avuto il coraggio intellettuale d’affrontare energicamente, perché incapaci d’esprimere la loro critica eziologica nei confronti dei sistemi di potere nel nostro Paese: il frutto velenoso (“Cosa Nostra”) che ha storicamente (in concorso con la classe dirigente siciliana) distorto o addirittura impedito lo sviluppo d’una imprenditoria sana, capace di operare dentro le regole della leale concorrenza, spingendo la canalizzazione delle risorse finanziarie in direzione degli interventi antieconomici e clientelari, utili ai suoi interessi e a quelli del sistema feudale della Sicilia, ha fatto scuola ad altri fenomeno criminali di natura esogena anche nel modello criminale instauratosi nel mondo del lavoro, che è ormai diventato un problema nazionale con il quale, non si ha sempre il coraggio di fare i conti definitivamente; il prevalere di forme illegali o semi-legali, garantiti dalla criminalità organizzata sulla pelle dei lavoratori e della piccola e media impresa sana, tornano utili al grande circuito economico e produttivo.Gli atti definiti criminali non derivano tanto da una socializzazione inadeguata o da problemi di personalità, quanto da scelte coscienti d’agire contro qualcosa (Quinney 1970, p.180).Sarebbe ormai ora che quegli stessi che ancor oggi adoperano il velo e l’oblio nei confronti di questo fenomeno lesivo agli interessi ed alla dignità economica del nostro Paese, si svegliassero.Quando il sistema dell’illecito, attraverso le articolazioni democratiche condiziona l’economia, la questione è essenzialmente politica; quindi non più risolvibile solo con l’attività giudiziaria... il suo risanamento deve passare necessariamente attraverso una generale e profonda opera di rifondazione della Comunità economico-produttiva, nella quale tutti gli attori interessati (lavoratori, imprenditori, commercianti, ecc.) operano dentro una precisa scelta culturale: tutti devono essere direttamente interessati al rispetto della legge e debbono saperla imporre agli stessi potentati politici ed economici.Questa scommessa, ad avviso di chi scrive, non può cominciare fino a quando le strutture periferiche del sindacato, adeguatamente supportate dai vertici nazionali, non si riappropriano del ruolo pionieristico affidatogli dalla storia a difesa della democrazia partecipativa, dei diritti economici normativi dei lavoratori e delle risorse produttive sane.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Conclusioni&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il presente studio, nella sua fase progettuale, comprendeva la collaborazione dei dirigenti periferici delle C. d. L. e dei lavoratori ad esse collegate che purtroppo ad eccezione della C.d.L. di Venezia, non c’è stata.........La scarsa partecipazione di dirigenti sindacali induce a pensare ad una oggettiva difficoltà delle periferie del sindacato a rapportarsi criticamente con il fenomeno criminale e le sue ramificazioni nel mondo del lavoro.&lt;br /&gt;“Il fuggire” dall’impegno oggettivo, d’ assumere una anche minima testimonianza socio-politica, da parte di esponenti sindacali che per ruolo e funzioni rappresentano il volto della Cgil in vaste e significative aree del Paese è un dato molto sconfortante che sono certo, indurrà la Segreteria Nazionale a fare una profonda riflessione.Un sensato e, se vogliamo, anche un prudente contributo delle C.d.L. contattate in Regioni significative del Paese ci avrebbe consentito di mettere in luce, area per area i percorsi attraverso i quali il fenomeno criminale è utilizzato per spregiudicate strategie economiche, talvolta giustificate con il rinvio alle superiori esigenze di interesse generale.&lt;br /&gt;Le note e le riflessioni qui accolte rappresentano il frutto di un lavoro sommario del territorio nazionale che, purtroppo manca di un aggiornamento empirico-documentale d’ aggiornamento sulle novità.Sono quindi valutazioni in “itinere” soggette ad arricchimento successivo qualora la Cgil: Nazionale ritenesse opportuno continuare lo studio sul fenomeno criminale.Ormai siamo in una fase storica nella quale il cosiddetto modello criminale-siciliano è presente quasi in tutto il Paese, con l’ aggravante che oggi esso può contare anche sull’ utilizzo degli extra-comunitari e sullle agguerrite bande dell’est Europa.Gran parte dei capitali di provenienza illecita è investita al Nord del Paese stimolando la rapacità impreditoriale nel settore del commercio, turistico-alberghiero, servizi, prestazioni diomanodopera a basso costo nell’edilizia e nel settore industriale............Siamo in presenza di un notevole aumento delle transazioni finanziarie illegali e di movimenti di capitali che trovano protezione nella pax del benessere.........si sono formati delle vere e proprie aree economiche-criminali entro le quali queste organizzazioni agiscono a quanto pare con veri e propri accordi di cartello che garantiscono l’ assenza di conflitti armati.In quest’ ultimo ventennio in molte Regioni ed in particolari ambienti sociali e produttivi dietro l’ accettazione e la consapevolezza che la criminalità organizzata non è solo una questione Meriodionale si è formata una sorta di rassegnazione latente dovuta anche al fatto che i lavoratori e gli operatori economici onesti oltre alla loro insicurezza personale devono fare i conti anche con il rischio della perdita della loro fonte di reddito.Ad ulteriore prova di tale tendenza sta la moltitudine di piccoli fatti apparentemente scollegati tra loro.&lt;br /&gt;Episodi che sparsi sul territorio Nazionale e relegati nelle pagine interne dei quotidiani locali perdono di significato e importanza, mentre invece un’ attenta analisi, appaiono estremamente signifiativi perchè attestano la capillarità e la diffusione della presenza criminale nel territorio e nel mondo del lavoro.La criminalità organizzata, storicamente organizzata a compartecipare ai meccanismi di uso del denaro pubblico al Nord del Paese, si è data una svolta radicalmente liberista, nella quale l’ assenza di regole certe o superabili degli atti formali, può mettere in campo la sua forza economica per stimolare consensi, offrendo manodopèra a bassissimo costo in ogni settore del mondo del lavoro; ed in virtù della sua natura criminale imporre il rispetto delle sue regole parallele nelle aree interessate, grazie anche alla sua forte capacità di penetrazione in settori deviati dalle istituzioni dall’ imprenditoria e dalla polititca comunemente definita “Poteri occulti”.Il contributo documentale offertomi dai compagni e dall’Istituto Casali di BolognaÈ una lucida testimonianza documentale che fotografa anche la realtà delle altre regioni ricche del Paese, ove ormai la presenza e la gestione criminale di molti settori economici è pacificamente attestata, ne trascrivo un passaggio pittorico:”Il gruppo interforze ha tracciato una mappa nelle associazioni criminali operanti in Emilia, mappa che ha portato ad individuare nella Regione 12 cosche (“Cosa Nostra e ‘ndrangheta”) quattro clan (“Camorra”) e altre 11 sodalizi criminosi di varia natura con complessivi 328 affiliati; [dati del 1993].Dalla mappa emergono nomi “ celebri ” ( Riina, Leggio, Commendatore, Mammoliti, Giuliano, Aragone, Scaduto, Madonia...) e collegamenti con Palermo, Catania, Reggio Calabria, Napoli, Catanzaro, Casetra, Milano e Verona.Per misurare l’ ampiezza dell’ evoluzione criminale nel mondo del lavoro basta guardare con un minimo di attenzione ai processi di esternalizzazione e terziarizzazione dei cicli produttivi nei settori dell’ industria ed edili ove sono visibilissimi le cruenti e feroci forme di prestazione precarie che vedono vittime lavoratori più emarginati che per bisogno sottostanno alle regole parallele imposte da impresari di dubbia moralità che godono della protezione criminale.Tantè che questi stessi lavoratori si chiudono nel silenzio ogni qualvolta si cerca di ricevere notizie sulla loro condizione economica e normativa ;in molti casi non indicano nemmeno l’impresa o la ditta con la quale lavorano lontano dal loro Paese che quasi sempre è di origine meridionale.Già da molti anni, dietro l’ inganno della paga globale, questa sorta d’ imprenditoria formale ha consolidato, in molte Regioni del Nord una sorta di modello produttivo che di fatto è molto apprezzato e ricercato da aziende o imprese grandi e piccole che si riforniscono ogni volta e per il periodo che serve, di manodopera specializzata e non, sfruttandola fino all’ estrema tenuta umana: il tutto è il più delle volte formalmente “corretto”.Purtroppo, escluso la C.d.L. e la Fiom di Venezia che specificatamente stanno lottando contro questo fenomeno socio-economico, non mi risultano ( e non certo per mia colpa) altre C.d.L. del Paese che si stanno battendo con la stessa energia e la stessa progettualità su questo versante dei diritti e della legalita,messo in discussione dal modello Palermitano adottato dalla Fincantieri,anche negli altri cantieri del paese. La situazione a Marghera e forse anche in altre realtà come ad esempio la silenziosa Monfalcone è talmente acuta che ormai alcuni esempi di questo tipo sono stati ripresi dalla cronaca della stampa locale e nazionale :&lt;br /&gt;perfino il segretario Nazionale della CISL SERGIO D’ANTONI “CULTORE PALERMITANO” in una trasmissione televisiva “PORTA A PORTA” avrebbe chiesto,all’interno di un servizio fatto per denunciare questa realtà, l’intervento dell’Ispettorato del Lavoro.Casi come quelli di 30 operai Egiziani della Fin Julia,subappaltatrice della ATW, o quello di 15 operai Rumeni,di un’altra ditta appaltatrice,scoperti a dormire dentro i containers in Fincantieri;oppure quello di operai exstracomunitari che si presentavano alle prime luci dell’alba davanti i cancelli di Fincantieri per esser selezionati dai caporali di turno. Il modello produttivo di questa Azienda a Partecipazione Statale è un piccolo consuntivo di quello che accade nel ricco Nord Est nel settore Privato ove questo modello produttivo è consolidato in molti comparti produttivi e nei servizi .Deve essere chiaro:la criminalità organizzata, s’inserisce sempre da protagonista nei circuiti economici ove la lagalità è solo un formale decalogo di “buone intenzioni” mettendo a disposizione le sue funzioni e le sue regole. Sarebbe cosa saggia non sottovalutare questo infernale fenomeno, nel restringerlo solo nel campo delle sue disavventure giudiziarie.La questione non può risolversi solo con l’attività giudiziaria e con le sentenze dei tribunali, ove le fondamentali responsabilità morali, politiche e Istitituzionali difficilmente trovano ospitalità: tutto fà capo ad un sistema di relazione e di interessi che riescono a coinvolgere nel tempo qualsiasi Comunità anche quelle più forti ed emancipati.I fatti e la storia della Sicilia e del Meridione più in generale devono insegnare ,e produrre un impegno ed una cultura diversa che sottraendoci ai vizi dell’’accademismo pur preservandone le virtù, valorizzi il terreno della concreta militanza.Lo Stato pur all’interno delle sue debolezze organizzative e strutturali, sta cercando di dare una risposta forte contro la criminalità organizzata è contro la cosddetta micro-criminalita, che è il serbatio umano del fenomeno in osservazione.La politica mostra certamente un volto più affidabile anche se i suoi percorsi sono duri e difficili per la natura intrinseca delle sue debolezze.&lt;br /&gt;La Società civile e le Associazioni non hanno potuto fin qui concretizzare un ruolo che va oltre l’accademismo pedagogico.Il Sindacato per la sua natura per il suo ruolo, le sue funzioni è in grado di iniziare un nuovo cammino verso la difesa dei valori sanciti dalla nostra Costituzione, dotandosi nelle C.d.L. del Paese, di specifici gruppi addetti costantemente collegati ai lavoratori.&lt;br /&gt;Questo gruppo dovrebbe lavorare a stretto contatto con le imprese e le aziende sane, l’attività giudiziarie e l’ispettorato del lavoro.Con essi dovrebbe predisporre un piano di collaborazione partendo proprio dalle aziende pubbliche e quelle a partecipazione statale.&lt;br /&gt;Lo strumento al quale ispirarsi e già indicato nel Forum promosso dalla Commissione antimafia della XI legislatura: attenta valutazione della provenienza dei capitali e selezione delle controparti nei rapporti d’affari;rifiuto di effettuare operazioni irregolari o collegabili a disegni criminali o ispirati da intenti illeciti o palesemente irrazionali o in concreto non realizzabili;&lt;br /&gt;rifiuto di ogni improprio condizionamento nei rapporti contrattuali con l’ente appaltante, Stato, Enti Pubblici, Aziende;massima attenzione alla affidabilità della proprietà e del management e alla corrispondenza tra le competenze professionali possedute, le funzioni e i poteri attribuiti;&lt;br /&gt;adeguatezza dell’organizzazione e dei controlli interni, corretta tenuta della contabilità e della altra evidenza documentale:al fine di assicurare trasparenza e intellegibilità attraveso sistemi di comunicazione e verifica interna dei dati.&lt;br /&gt;A ciò si dovrebbe aggiungere la garanzia per le R.S.U. di poter svolgere le sue funzioni nel controllo della sicurezza e dell’ambiente di lavoro anche per quanto riguarda le imprese appaltatrici e la possibilità di poter verificare la regolarità normativa e contrattuale dei lavoratori con esse operanti.L’ esperienza ci insegna che il movimento dei lavoratori nelle battaglie per la liberta non decolla solo per decisione del sindacato, ma si innesca quando chiaramente il sindacato con pazienza e determinazione pionieristica ne favorisce le condizioni socio-politiche.Ricomporre e sviluppare un movimento di massa contro le corruttele e contro i poteri criminali è oggi un compito complesso: dalla Sicilia alla Lombardia e dalla Calabria al Friuli c’è ormai tanto, tantissimo da lavorare anche contro quel “rinvio al superiore interesse generale”, ma proprio la difficoltà della situazione socio-economica è in essa la nostra difficoltà, richiedono una svolta chiara e dirompente, che unisca le forze sane nel mondo del lavoro in questa imprescindibile battaglia per la libertà di tutti.......E’ doveroso da parte mia ringraziare per la costruttiva collaborazione i compagni della C.d.L. e della Fiom di Venezia, i compagni dell’Istituto Casale di Bologna che costantemente attenzionano il fenomeno criminale e le sue evoluzioni in Emilia Romagna ed i tantissimi lavoratori, militanti nella Cigil, che non menzionerò su loro precisa richiesta, per motivi d’opportunità.Questo studio effettuato per conto della Cgil è stato consegnato al Segretario Nazionale della Cgil Sergio Cofferati il 29 marzo 1999 a Roma e mai pubblicato e/o presentato in un Convegno, così come mi era stato promesso. (sic.)&lt;br /&gt;Gioacchino Basile&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8577004451338754756-925263427051656111?l=gioacchinobasile.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/feeds/925263427051656111/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8577004451338754756&amp;postID=925263427051656111' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/925263427051656111'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/925263427051656111'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/2008/04/appunti-per-un-progetto-studio-sulle.html' title='Appunti per un progetto studio sulle modalità dell&apos;infiltrazione criminale nel mondo del lavoro.'/><author><name>Giocchino Basile</name><uri>http://www.blogger.com/profile/02927092151441947961</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8577004451338754756.post-777764295119649291</id><published>2008-04-18T08:39:00.000-07:00</published><updated>2008-04-18T08:45:29.744-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Gioacchino Basile'/><title type='text'>La storia</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_9qVypSHQU8k/SAjCCwWge-I/AAAAAAAAABA/WKqm78Bp6ww/s1600-h/Ginopiccolo.bmp"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5190611923139328994" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_9qVypSHQU8k/SAjCCwWge-I/AAAAAAAAABA/WKqm78Bp6ww/s320/Ginopiccolo.bmp" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;La Storia&lt;br /&gt;(piccoli accenni)&lt;br /&gt;Sono registrato all'anagrafe come nato il 16 giugno 1949 a Palermo, ma certamente non è quello il giorno in cui sono venuto al mondo; mia cugina Mariella nacque almeno 12 ore dopo di me e risulta registrata all'anagrafe di Palermo l'8 giugno di quel 1949. In quel tempo, tutta la famiglia, per le operazioni riguardanti la burocrazia della pubblica amministrazione, s'affidava alla zia Nunzia, (sorella della mia nonna paterna, Amalia) che in definitiva con la (forse) sua terza elementare, rappresentava l'intellettuale della famiglia.&lt;br /&gt;Mia madre mi partorì nella casa della nonna Amalia, in quello che oggi è un vecchio palazzo sito quasi di fronte al nr 23 della via Nicolò Spedalieri: via adiacente alla ben più famosa via Montalbo, strada mercato e “facoltà universitaria” del crimine.&lt;br /&gt;Altro fatto certo è che la casa, ed il lettone della nonna Amalia, negli stessi giorni ospitarono anche la zia Lucia, (moglie di mio zio Gioacchino fratello di mio padre) e mia cugina Mariella, alla quale forse anche per questo, mi sono sentito molto legato, anche se per più d'un ventennio, non ci siamo più visti e ne parlati.&lt;br /&gt;Un anno dopo la mia nascita, mio padre, fu finalmente in grado d'affittare una casa tutta per noi in via Castellana Falde, sita vicino e proprio parallelamente, alla via Pietro Bonanno che costeggia e sale sul Monte Pellegrino;&lt;br /&gt;Il ricordo del primo vero contatto con gli attori del mondo del crimine e accostato ad un incontro che molto probabilmente avvenne nel mio primo anno di frequenza scolastica, segnandomi moltissimo.&lt;br /&gt;Era un tardo pomeriggio che potrebbe avere il volto della primavera e/o dell'autunno, e con il mio padre, mi trovavo in fondo alla via Montalbo, proprio all'altezza dove una volta c'era l'Arena Micron (un cinema all'aperto). Ero molto orgoglioso del mio papà... con lui vicino mi sentivo sicuro e forte. Mentre ci dirigevamo verso il cuore del mercato, cominciavo a pensare a quel buon dolce che sicuramente mi avrebbe comprato, in una delle pasticcerie esistenti in quel tempo nella via Montalbo; quelle che andavano per la maggiore erano Manzella e Rostiglione.&lt;br /&gt;Fantasticavo, pensavo al dolce che avrei mangiato da lì a poco, quando la mano di mio padre mi trasmise una sorta di cambio d'umore; alzai gli occhi e lo vidi mentre si toglieva il cappello ed accennava ad un inchino di rispetto verso, un uomo quasi anziano, che fermato il cavallo del suo calesse, rispose con “affettuosa boriosità” al saluto di mio padre e gli chiese di me... i pochi minuti che mio padre e quell'uomo si parlarono, furono vissuti da me con pesante insofferenza; m'infastidiva, l'atteggiamento rispettoso assunto da mio padre con quel suo interlocutore, che parlava con il “cuore in mano” ma, non riusciva a convincermi delle sue bontà....&lt;br /&gt;Poco tempo dopo, anno 1956, cominciò la mattanza e molti fra i Galatolo morirono; Tanù Alatù” (il leggendario capo, molto probabilmente tradito dal suo guarda spalle) fù ucciso proprio sul cavalcavia che accosta il mercato ortofrutticolo di Palermo; altri loro alleati e parenti morirono in quelle settimane, sotto i colpi di Cavataio e compari; di un (Munafò) parente dei Galatolo vidi quasi, la morte in diretta avvenuta in via dei Cantieri. Mi trovavo con altri bambini più grandi di me, in una rosticceria (di panelle e crocchè), in quel tempo sita di fronte al mercato ortofrutticolo, proprio all'angolo di via Montepellegrino e prossima alla via dei Cantieri. Subito dopo la sparatoria era iniziato il fuggi, fuggi... gli adulti fuggivano per sparire dalla scena, noi bambini andavano di corsa incontro e dentro la scena.... forse sentivamo dentro di noi che, dovevamo necessariamente imparare a convivere con quel mondo.&lt;br /&gt;Qualche tempo dopo, sentendo parlare gli adulti, appresi che don Angelo Galatolo, di cui tanto m'aveva infastidito la mielosa arroganza in quell'incontro con il mio papà, era morto nel suo letto... lo aveva ucciso la paura; così diceva radio borgata...&lt;br /&gt;Mio padre non mi confermò mai questa circostanza. Nei suoi occhi non vidi mai la rivalsa saziata dalla morte, che altri invece manifestavano contro i Galatolo, quando furono distrutti dalla furia omicida dei loro nemici.&lt;br /&gt;Mio padre esprimeva pietà per la dura sofferenza esistenziale (miseria, carcere, ostracismo ed infamie) che essi si ritrovarono ad affrontare per almeno 20 anni.&lt;br /&gt;Negli anni 70 gli stessi che avevano palesemente goduto della morte e dell'inferno esistenziale che aveva colpito i Galatolo nella metà degli anni 50, tornarono ad essere loro fedelissimi servi, lacché e presta nomi 20 anni dopo... (sic.)&lt;br /&gt;La metà degli anni 50, sono quelli in cui, grazie alla frequenza scolastica, m'affaccio alla vita esterna alla famiglia vissuta fra la casa di mia nonna Amalia, sita nei paraggi di via Montalbo e la nostra casa sita in via Castellana falde: in quel tempo mio padre dovette scontare forse anche ingiustamente alcuni mesi di carcere per la lite avute da ragazzo, almeno un decennio prima, che si tramutò poi in condanna perchè non si difese in Tribunale... per omertà pagò ingiustamente quella che era una legittima difesa, dall'aggressione d'un suo coetaneo che poi divenne delinquente abituale.&lt;br /&gt;Quei 3 e/o 4 mesi vissuti senza il mio papà, mi segnarono moltissimo; odiavo lo Stato e qualsiasi cosa lo rappresentasse... Vivevo quella in quella sanzione giudiziaria, come un'insanabile ingiustizia; e forse lo era davvero.&lt;br /&gt;La via Castellana Falde è parallela alla via Pietro Bonanno che costeggia il Montepellegrino e la nostra casa a pianterreno, si trovava all'altezza della villa Vincenzo Buscetta, fratello di don Masino, sita in via Pietro Bonanno.&lt;br /&gt;I loro figli, Antonio e Benedetto (figli di don “Masino”) e Antonio e Domenico (figli di Vincenzo) furono fra i miei primissimi compagni di gioco... dei quattro miei amici d'infanzia qui citati ben 3 sono morti già da molti anni per saziare l'infame vendetta criminale; a Dio piacendo dovrebbe invece essere vivo, Antonio (fratello più grande di Domenico e figlio di Vincenzo Buscetta) che oggi dovrebbe contare quasi 60 anni... di tutti è quattro o solo ricordi belli, anche se poi la vita assegnando ruoli e scelte esistenziali diversi ad ognuno di noi ci ha allontanato in modo irreversibile... ma, quando penso a Benny, l'altro fratello di Antonio e Domenico, ucciso insieme a suo padre Vincenzo dentro la loro vetreria sita nei paraggi di via Lazio a Palermo, la rabbia dentro di me si fa più forte contro i criminale; mai, e poi mai quel ragazzo che contava circa 5 anni più di noi compagni di gioco, per sua intrinseca bontà d'animo, poteva avere a che fare con la mentalità “don Masino”o di suo padre che non era mafioso, anche se voleva apparirlo.&lt;br /&gt;Intorno all'anno 1958, insieme a tanti altri bambini e tanti adulti della nostra piccola borgata ai piedi del Monte Pellegrino, fui testimone della meschina mafiosità di “don Masino” contro un giovane che aveva avuto un incidente d'auto con lui; non so se la mia rivalsa contro la mentalità criminale della mafia scatto quel giorno e/o per quello che avevo visto, sentito e/o ero già stato spettatore in quei miei primissimi anni di vita: so solo che l'antipatia e la salutare rivalsa che sentivo contro di lui, in quanto mafioso, quel giorno si rafforzo e si sfogo in un grido di “gioia” quando un pomeriggio, intorno all'anno 1960, i poliziotti dopo molti tentativi a vuoto, riuscirono ad arrestarlo: era nascosto dietro una vetrata del salone, in casa di suo fratello Vincenzo, nella villa di via Pietro Bonanno: quel palese gioire di noi bambini che tifavamo per i poliziotti, costò ad ognuno di noi qualcosa... un richiamò, un duro ammonimento; per qualcuno, anche uno stupido quanto crudele ceffone del padre.&lt;br /&gt;Nei miei ricordi, e da quel pomeriggio che poi i figli dei Buscetta non giocarono più con noi, “nel campo di calcio” che ci eravamo costruiti ai piedi della montagna, proprio fra la loro villa e “la grotta del condannato” grazie ai “buoni uffici” di “don Masino” che da un lato, aveva dato una calmata a “pecorai”, “vaccari” ed allevatori di capre da latte, che si lamentavano del fatto che, gli avevamo stroncato un importante pezzo di pascolo per i loro animali e dall'altro ordinò ai camionisti che lavoravano nel sacco edilizio di Palermo di portarci, la terra buona e le pietre per livellare il pendio dei piedi della montagna.&lt;br /&gt;L'anno 1962, ci trasferimmo nuovamente nella borgata di via Montalbo; in via Ruggero Loria N 51, ormai la famiglia s'era ingrandita eravamo già 6 figli.&lt;br /&gt;Sento ancora il caldo umido delle mie lacrime; oggi lo so, non piangevo solo perchè lasciavo i miei tantissimi amici, con i quali fra scorribande emozionanti, esplorazioni sul Montepellegrino e nelle grotte dell'Addaura, guerre contro quelli dell'Acquasanta, teste rotte e legnate da orbi, alla fine d'ogni partita di calcio e tante, tantissime altre cose che, nel bene e nel male, mi sono rimaste dentro per sempre. Piangevo anche perchè sapevo, che mi ero lasciato alle spalle i momenti più belli della mia vita; ora ero obbligato a crescere in fretta per sopravvivere nella palude, delle periferie palermitane, dove la vita, i diritti e la dignità degli uomini valeva ben poca cosa.... quasi niente.&lt;br /&gt;Nel corso di quei miei 13 anni di vita, furono molte le occasioni che mi diedero la possibilità d'esser spettatore di fatti delittuosi nella borgata a più alta densità mafiosa della città ( zona Monte Pellegrino, Porto, Cantieri Navali, Mercato Ortofrutticolo, Villa Igea, Fiera del Mediterraneo). Noi ragazzini, già a 7 -8 anni al primo giungere delle notizie, anche a distanza di qualche km correvamo subito nei luoghi degli agguati e/o degli scontri per vedere i volti dei morti ammazzati: poi più grandicello, imparai che se volevo capire il mondo con il quale la sorte, m'aveva imposto di convivere, più che i morti ammazzati, dovevo guardare i volti dei presunti “curiosi” e dei familiari delle vittime; e poi osservarli mentre si parlavano con gli occhi.&lt;br /&gt;Ho frequentato la scuola fino alla seconda media; poi vinto dallo sconforto economico della mia famiglia ( ero il primo di 6 figli e mio padre non aveva un lavoro continuo) abbandonai la frequenza scolastica contro il parere dei miei familiari, pensando di poterli aiutare.&lt;br /&gt;Avevo 13 anni quando per esigenze esistenziali, iniziai quell’avventura lavorativa che m’avrebbe portato a conoscere nella sua intera profondità i malesseri storici della mia comunità, dove il governo criminale del circuito economico garantiva in ogni suo risvolto, lo sfruttamento umano. Privo del libretto di lavoro, cominciai le mie esperienze nel settore dei Bar dove la mano del crimine e del riciclaggio era molto marcata.... Di questi momenti, (di scuola esistenziale) accenno ad un noto Bar Ristorante della metà degli anni 60 sito ancora oggi in via Marchese di Villabianca, dove mi trovai benissimo, perchè il non giovanissimo (intorno ai 60 anni) Direttore italo americano, mi considerava, un ragazzo di sicura formazione mafiosa (sic.).&lt;br /&gt;Quando mi dovette “licenziare” perchè involontariamente lo avevo scoperto mentre sbracato nella poltrona del suo ufficio, allattava letteralmente la giovane e bellissima banconista del settore dolciumi; oltre ad una ricca mancia (almeno 5 volte della paga settimanale pattuita) dopo la telefonata di rito mi consegnò una lettera per il “cavaliere” titolare di un ormai inesistente Bar, sito in Piazza Don Bosco.&lt;br /&gt;Con il mio temperamento ed il mio carattere, potei durare ben poco in quell'ambiente governato pittorescamente in gergo mafioso con guardaspalle sempre presenti.&lt;br /&gt;Un bastardo bestione di questi, accorso in difesa del figlio “del cavaliere” con il quale avevo avuto uno scontro quasi fisico per il fatto che, lo avevo mandato a quel paese per le angherie che voleva impormi, mi porto nei locali interni e mi massacro di schiaffi e calci... questo cane mi lasciò andare via solo a tarda sera e solo dopo che i postumi di quelle legnate divennero meno evidenti... costui, che tutti chiamavano con rispetto signor Greco aveva poco meno di 40 anni ed io ne avevo solo 13.&lt;br /&gt;Debbo ammettere che forse voleva darmi un solo schiaffo intimidatorio che, porto alla mia imprudente reazione di rispondere con gli stessi argomenti, ma quella sera giurai che l'avrei ammazzato... per mia e sua fortuna anni dopo, da un ragazzo che aveva lavorato con me in quel locale di mafia appresi che l'avevano ammazzato già.&lt;br /&gt;Non ero un ragazzino facile per quel mondo di sfruttatori e lacché della cultura mafiosa e per questo motivo fino ai successivi miei 15 anni cambiai molte volte mestiere, ma non durai in alcun artigiano o ditta per più di due o tre settimane.&lt;br /&gt;Non riuscivo a convivere pacificamente con la filosofia di chi oltre a non pagarmi, mi sfruttava e pensava d’essermi padrone solo perchè m’avrebbe dovuto insegnare un mestiere; anche in questo settore, mi vide protagonista di altri fatti che hanno lasciato il segno.... ma stavolta ai prepotenti e agli sfruttatori.&lt;br /&gt;Nel mese di dicembre dell’anno 1964 ebbi finalmente il mio libretto di lavoro e per guadagnare abbastanza, per aiutare la mia famiglia andai a lavorare nel settore edile dove però la presenza mafiosa era molto più marcata e visibile e lo sfruttamento umano ancora più indegno: anche questa fase della mia vita fu segnata da continui ricerche di nuovo lavoro, che sempre per mia scelta cambiavo con la speranza di trovare un minimo di rispetto delle regole e della dignità umana: deserto completo.&lt;br /&gt;Avevo 18 anni quando per la prima volta in vita mia entrai nella veste di operaio delle ditte appaltatrici dentro quel cantiere navale di Palermo al quale fin da bambino avevo sempre guardato con speranza per il mio futuro di uomo libero; ma ero caduto dalla padella alla brace: la ditta che mi aveva assunto nella qualità di pontista navale era governata da strettissime filosofie mafiose ed interamente controllata dal boss Michele Cavataio.&lt;br /&gt;Malgrado tutto, resistendo alla mia voglia di ribellione, ero riuscito a guadagnarmi in quella ditta uno spazio di vivibilità. Speravo di poter aspirare poi all’assunzione diretta nell’azienda Cantieri Navali, in quel tempo proprietà dei Piaggio.&lt;br /&gt;L’occasione si presento con ottime prospettive circa un anno dopo, ma proprio i caporali ed i titolari di quella ditta pur di non farmi assumere, grazie “ai legami” con la gestione amministrativa del Cantiere Navale fecero in modo che si consumasse contro di me la più indegna delle ingiustizie... per questo motivo mi licenziai in malo modo anche se consapevole dei personaggi che andavo a maltrattare verbalmente.&lt;br /&gt;Quella volta la rinuncia fu molto dura: anche se super sfruttato, con quella gentaglia in qualche modo ogni mese, prendevo uno stipendio che oltre a consentirmi d’aiutare la mia famiglia mi dava anche una minima indipendenza economica; quella volta, pur di non sottostare alla volontà mafiosa, che pensava d’avere acquisito in me un ragazzo volenteroso ed affidabile(?) accettai la dura prova di tornare alle più elementari privazioni esistenziali.&lt;br /&gt;Fino alla mia chiamata al servizio militare, ottobre dell’anno 1969, fù ancora un continuo saltellare da ditta in ditta nel settore edile dove sempre pur di non cedere alla sopraffazione umana e morale mi licenziavo dopo qualche settimana, lasciando sempre l’impronta del mio passaggio: fra questi imprenditori ci fu anche quel Piazza che solo 30 anni dopo la Magistratura inchioderà alle sue responsabilità mafiose.&lt;br /&gt;Durante il servizio militare ebbi modo di recuperare i miei profondi limiti culturali attraverso la lettura di libri: m’appassionavano maggiormente, la saggistica ed i testi filosofici che imparai ad amare grazie ad un commilitone che studiava filosofia.&lt;br /&gt;Quei 14 mesi vissuti fra Casale Monferrato, Novi Ligure IV Batt.-157 Reg.-Fanteria Meccanizzata e Genova sede del Reggimento, m'insegnarono che il volto del nostro Stato è uguale alla qualità del nostro impegno umano, sociale e culturale: nessuno ha mai regalato la libertà e la democrazia ai popoli, a nessun popolo del mondo.&lt;br /&gt;Il 12 gennaio del 1971, tornato a casa dal servizio militare, proprio quando lo sconforto stava sconfiggendomi del tutto e m’apprestavo a lasciare la mia comunità; la sorte m’aiutò a mettere con le spalle al muro il racket delle assunzione, che gestito da sindacalisti e corrotti dell’ufficio di collocamento si collegava a tutte le aziende di buon interesse ed all’amministrazione pubblica: il controllo di “cosa nostra” era (si potrebbe dire) totale... in quell'ufficio si poteva regolarizzare l'assunzione retrodatata&lt;br /&gt;di quei poveri disgraziati che morivano per incidenti sul lavoro e/o s'infortunavano gravemente e con danni permanenti...&lt;br /&gt;Di ciò avevo già in quel tempo, una testimonianza parentale, con la morte sul lavoro di un giovane cugino di mia madre.&lt;br /&gt;Quella volta mi ero recato all'ufficio di collocamento per aver il “Nulla Osta” che m'autorizzava ad iscrivermi negli uffici di collocamento della città di Torino, dove un amico occasionale mi aveva trovato lavoro in una Ditta che operava a Nichelino; quella volta la sorte mi fece cogliere in pieno fallo un impiegato che incassava la tangente e dopo averlo bastonato come meritava, minacciando di mandarlo all’altro mondo ( non era una semplice minaccia) ottenni seduta stante di essere inviato al lavoro.&lt;br /&gt;Erano le circa le ore 18 del 18 febbraio del 1971 quando ottenni ciò in cui avevo sperato per tutto l’arco dei miei primi venti anni di cittadino senza diritti: quella volta pretesi ed ottenni l’invio al lavoro direttamente alle dipendenze del Cantiere Navale di Palermo che dopo la morte per mano mafiosa di Michele Cavataio, nel settore degli appalti sembrava essersi sgombrato dall’imperante e visibile governo criminale.&lt;br /&gt;Nella seconda metà degli anni 70 (dopo la pesante mareggiata che distrusse il porto di Palermo, con i lavori di ricostruzione del porto ed il cantiere navale di Palermo) grazie all’afasia Istituzionale ed alle evidenti compromissioni politici e sindacali, “cosa nostra” aveva ancora una volta raggiunto altissimi livelli di sfacciato governo di tutti gli appalti esistenti dentro lo stabilimento navale: i protagonisti criminali erano i Galatolo, figli e nipoti dei perdenti nella guerra di mafia degli anni 50; miei coetanei della stessa borgata con i quali nel passato non avevo mai voluto consolidare alcun legame d’amicizia perchè consapevole della loro dedizione al delinquere.&lt;br /&gt;I Galatolo, erano rientrati nello scenario cantieristico di Palermo, grazie ad un piccolo imprenditore (Mario Cinà) che fino all'anno 1972, aveva lavorato alla SEBEN (cantiere navale di Napoli, ormai sparito dallo scenario industriale) dove poi aveva dovuto e/o voluto (per chiara indicazione di “cosa nostra”) fare spazio ad Amedeo Pecoraro, boss del Borgo Vecchio di Palermo, ben collegato in nell'ambiente napoletano.. in buona sostanza tutto era stato ben predisposto dall'interno dell'organizzazione criminale, in accordo con chi ben sapeva come si muovevano le prospettive economiche e politiche della cantieristica navale.&lt;br /&gt;Ai Galatolo si uniranno in rapporto di “fraterna collaborazione” i Rao ed i Ruisi, che fino agli inizi degli anni 70, con la loro ditta di pulizie operavano, nella Stazione Centrale di Palermo, dove guarda caso, con la loro uscita di scena avevano fatto spazio, ad una Coperativa legata ai partiti di sinistra.&lt;br /&gt;Agli inizi degli anni 80, non ero più il sognatore dei primi 30 anni: in quel tempo avevo già la mia famiglia e due bambini; ero amaramente deluso dall’imperante ingiustizia e consapevole della infima contiguità politica e sindacale che da destra a sinistra contribuivano a negarci ogni minima speranza di riscatto civile. M’apprestavo ormai a diventare uno dei tanti cittadini e lavoratori che avevano imparato le regole della sopravvivenza, in quell’inferno dove le regole, la giustizia ed il rispetto della dignità umana restavano inesorabilmente relegati alle ipocrisie delle buone intenzioni del sistema comunità; nessuno e niente escluso.&lt;br /&gt;E con l’assassinio del compagno Pio La Torre, ed il successivo arrivo a Palermo del Generale Dalla Chiesa, che la sorte m’indusse, anzi mi costrinse ad entrare in scena contro la mafia e tutto il corollario politico, sindacale, sociale e istituzionale che la fiancheggia; a ciò aveva contribuito notevolmente il coraggio del Dottor Giuseppe Cortesi, che denunciò e fece arrestare i Galatolo ed i Rao e Ruisi, che lo avevano minacciato, a seguito d'un appalto perso.&lt;br /&gt;Il Dottor Giuseppe Cortesi, condizionato ambientalmente e sicuramente anche perchè aveva ben capito come funzionava il teatrino economico-istituzionale, poi fece molti passi indietro... per questo lo chiamammo in causa nell'esposto del mese di maggio 1987, sottoscritto da 120 lavoratori... per capire basta leggere la sentenza contro il clan Galatolo, nella parte che riguarda il contributo (sic.) dato dal Dottor Giuseppe Cortesi all'accertamento della verità.. non scordiamoci che lui, lasciò il cantiere navale di Palermo restando però nelle alte sfere delle Partecipazioni Statali.&lt;br /&gt;L’aver legato la mia vita ad un “possibile progetto” di liberazione per oppormi insieme ai miei compagni di lavoro all'indegno disegno politico-industriale che vedeva fra i suoi protagonisti, l'organizzazione criminale non permise a “cosa nostra” d’attuare il suo ricatto sulla mia vita: per suo conto altri si presero l’onere della ritorsione poi consumata con i modi e le modalità già ben note.&lt;br /&gt;Constatata la totale inaffidabilità di quel PCI Regionale nel quale militavo da 20 anni, della Fiom Cigl e del sindacato, il 10 maggio del 1987 scrissi un esposto denuncia alla Procura della Repubblica di Palermo che feci sottoscrivere da 120 lavoratori del cantiere navale, con il quale denunciavamo il controllo mafioso dello stabilimento navale; mi esposi deliberatamente contro “cosa nostra” con la speranza che almeno la Procura di Palermo avesse la libertà d’imporre la legalità dentro la più grande realtà industriale: già in quel tempo molti, troppi valorosi Magistrati e uomini delle Istituzioni, avevano pagato con la vita i loro alto senso dello stato... non potevo non volevo credere che fossero morti per nulla; ma cosa significa veramente mafia si può capire solo acquisendo piena conoscenza di questi fatti....&lt;br /&gt;Da mesi cercavo di collegarmi al Direttore del nostro giornale aziendale, “Dopolavoro Notizie” Gaspare Miraglia che nei suoi editoriale, assumeva una posizione legittimamente durissima, contro il sindacato e contro la direzione aziendale... ogni volta che chiedevo di lui gli esponenti sindacali che dovevano necessariamente ben conoscerlo, mi rispondevano con evasive indicazioni.&lt;br /&gt;Eppure era facilissimo darmi indicarmi l'ufficio dove Gaspare Miraglia lavorava.&lt;br /&gt;Finalmente dopo un continuò chiedere e cercare, che segnalava anche la preoccupazione di molti farisei, finalmente m'incontrai con Gaspare.&lt;br /&gt;Da quel momento quel giornale aziendale, divento uno strumento di denuncia, del quale si dovette aumentare la tiratura, per il particolare interesse mostrato dai lavoratori, che finalmente non lo giudicavano più un palliativo Dopolavoristico.&lt;br /&gt;In questo sito, troverete alcuni articoli fotocopiati dagli originale, di quel glorioso giornale che i sindacalisti riuscirono ad uccidere per annullare la memoria... (sic.)&lt;br /&gt;Nel mese di giugno dell’anno 1988 cogliendo l’occasione che nuovo segretario nazionale del PCI: era stato eletto Achille Occhetto che aveva avuto come trampolino di lancio la segreteria regionale del PCI degli anni 70 e sembrava vicino ai lavoratori del cantiere navale di Palermo; scrissi allo stesso un accorato appello che mi fu sottoscritto da ben 518 compagni comunisti dello stabilimento navale: il Segretario Nazionale di quello che ritenevo fosse ancora malgrado tutto il partito più leale con i lavoratori, non rispose mai al nostro grido di dolore.... Al posto suo, oltre alla minacce di “cosa nostra”, con la solita filosofia stalinista, risposero altri che in Sicilia con il PCI e con la Cgil si costruivano le loro fortune personali e politiche.&lt;br /&gt;Per nulla scoraggiato dagli inquietanti silenzi che circondavano la mia battaglia civile; nel mese di maggio del 1989, scrissi e feci sottoscrivere ai miei compagni di lavoro, un accorato appello al Sindaco Leoluca Orlando ed alle Associazioni della società civile che sembrava volessero contrastare il potere mafioso: in quei giorni lo stabilimento navale viveva la punta più alta della cassa integrazione e nello stabilimento erano presenti circa 500 lavoratori che firmarono immediatamente l’appello; ad essi se ne aggiunsero altri 250 che dopo le ore di lavoro venivano a trovarmi nel negozio di mia moglie per firmare l’appello che alla sua spedizione per gli indirizzi interessati, contava 754 firme.&lt;br /&gt;Questa lettera al Sindaco di Palermo, sembrò segnare una nuova attenzione da parte delle istituzioni politiche.... ma, poi dovetti prendere atto che era tutto un gioco delle parti, difficile da gestire e da sconquassare per un uomo solo, che doveva fare i conti, anche con le debolezze umane, economiche e familiari dei suoi compagni di lotta.&lt;br /&gt;L'unico dato positivo di quella lettera aperta, fù quello che si riuscì finalmente a portare fuori dalle mura dello stabilimento navale, e pubblicamente anche a livello Nazionale quelle denunce che reiteravamo da molti anni e che tutti (Istituzioni comprese sic.) facevano finta di non conoscere.&lt;br /&gt;Quella lettera aperta, segno anche la mia adesione al “Coordinamento Antimafia” di Carmine Mancuso e di Angela Lo Canto, (la vera protagonista) attraverso i quali ebbi poi la possibilità di collegarmi a Nando Dalla Chiesa, e di conoscere personalmente Stefano Santoro, che proprio durante la rituale “fiaccolata” del 3 settembre 1989, volle conoscere approfonditamente i fatti dello stabilimento navale, promettendo a me ed ad Angela Lo Canto, un impegno di merito incisivo: dovevamo solo attendere che predisponesse bene le cose, contro la probabile alzata di scudi, da parte del PCI e della CIGL.. (sic.)&lt;br /&gt;Nel successivi tempo storico, il vittimismo di Stefano Santoro mi farà capire, quanto sia profondamente inaffidabile, la vera natura dell'uomo quando deve difendere i suoi interessi economi e sopra tutto di potere...&lt;br /&gt;Il 31 ottobre del 1988, (dopo ben 7 anni durante i quali con espedienti arroganti s’impediva il rinnovo del consiglio di fabbrica per non darmi modo di rappresentare ufficialmente i miei compagni di lavoro) si svolsero le elezioni del consiglio di fabbrica, dove grazie ai miei compagni di lavoro riuscì ad imporre la mia candidatura nelle liste della Fiom Cigl e ad essere eletto malgrado le calunnie e la l'isolamento posto in atto dai segretari provinciali ed i loro accoliti del direttivo politico.&lt;br /&gt;Nel mese di gennaio 1989, al mio primo giorno di responsabile della RSU aziendale per conto della Fiom Cigl, Vito e Raffaele Galatolo fratelli del più tristemente famoso Vincenzo, tentano d’intimorirmi dentro lo stabilimento nel pieno delle mie funzioni sindacali: m’apprestavo a denunciarli, ma fui bloccato dai “buoni uffici” delle segreterie sindacali che mi fecero chiedere scusa dai boss....&lt;br /&gt;I due mafiosi anche di fronte all'evidenza, negarono che fossi io l'oggetto delle loro minacce ed anzi si scusarono per l'equivoco... (sic.)&lt;br /&gt;Nella primavera dell’anno 1989 con una grande massa di voti fui eletto anche nel consiglio direttivo del CRAL Aziendale dove poi grazie al voto del componente della Cisal, riuscimmo a sconquassare gli accordi delle segreterie sindacali Fim, Fiom e UILm, e pretesi ed ottenni la carica di Segretario Amministrativo. Tutto fu posto in essere per garantire e proteggere l’esistenza del nostro giornale dal quale da due anni lanciavamo le nostre denunce sulle corruttele sindacali e sulla presenza mafiosa dentro lo stabilimento navale; e sia perchè volevo porre fine alle ruberie ed ai clientelismi che si consumavano a danno dei lavoratori.&lt;br /&gt;Azienda e sindacato Cigl in testa, da due anni chiedevano la chiusura di quel giornale aziendale: lo ritenevano uno strumento che ledeva la loro dignità. (sic.)&lt;br /&gt;Attraverso il nostro giornale aziendale “Dopolavoro Notizie” nel mese di agosto del 1989 denunciai lo scandalo delle tavole per ponteggi regalate attraverso fittizia documentazione al boss Vincenzo Galatolo: in buona sostanza il nuovo direttore dello stabilimento Antonino Cipponeri riconosceva e pagava il ruolo dei criminali dentro lo stabilimento navale.&lt;br /&gt;Nel mese d’ottobre del 1989 non ignoti vandali, nottetempo devastarono i locali del Dopolavoro Aziendale prestando particolare cura al mio ufficio distruggendo ogni cosa ed ogni documento che m’apprestavo ad esaminare, dopo aver scoperto le ruberie di alcuni sindacalisti e componenti del direttivo amministrativo: anche quella volta si registrarono forti anomalie da parte dei preposti Istituzionali.....[.....]&lt;br /&gt;A seguito di questi ultimi fatti, il 2 novembre del 1989 organizzai contro il parere del sindacato, un’assemblea sciopero ad oltranza per denunciare alla pubblica opinione, la presenza mafiosa dentro lo stabilimento navale, che unitamente alla forte compromissione sindacale ed alla totale assenza Istituzionale a fronte dei fatti denunciati da noi lavoratori, permetteva a Fincantieri di spegnere in una comunità piena di bisogni come Palermo, ben 3.200 posti di lavoro su un totale di circa 3.700 senza alcuna opposizione socio-politica e quel che è peggio, senza alcuna progettualità, se non quella di quei prepensionamenti che hanno arricchito i sindacati e distrutto le risorse pensionistiche delle giovani generazioni, e l'utilizzo dei Fondi Europei per corsi di riqualificazione (sic.) gestiti dai Sindacati Confederali e comp.&lt;br /&gt;La partecipazione dei lavoratori alle ore 8, fu quasi totale; poi grazie agli uffici “amichevoli” dei mafiosi (Vincenzo Galatolo per l'occasione vestiva la tuta Fincantieri), dei sindacalisti e del direttore dello stabilimento che giravano fra i lavoratori invitandoli a tornare al lavoro, intorno alle ore 11 e solo dopo l’intervento dei media (TV e giornalisti) la grande maggioranza dei dipendenti tornò al lavoro.&lt;br /&gt;La gente era terrorizzata e schifata di tanta unisona concertazione dove i boss acquisivano piena ed arrogante legittimità anche sotto gli occhi di Giornalisti e TV accorsi in gran numero: le diedero notizia della rivoluzionaria protesta, la stampa no.&lt;br /&gt;Nel gennaio e/o febbraio 1990 i Galatolo e molti loro accoliti, furono arrestati per l'affare “Big.Jhon” nave che attraverso mai chiariti palliativi, aveva trovato ospitalità nei pontili del cantiere navale di Fincantieri&lt;br /&gt;Qualche giorno dopo, il Ministro della Marina Mercantile, attraverso notizie stampa, chiese d'essere ascoltato dalla Procura di Palermo, per garantire, alla stessa (sic.) che non esiste mafia nel Porto di Palermo: in buona sostanza giustificava e garantiva “ogni errore di quell'ipotesi investigative” che non dovevano assolutamente entrare nel merito delle forti, costanti e ormai quasi decennali, denunce di noi lavoratori.&lt;br /&gt;Mi opposi a tanta arroganza “Ministeriale” (sic.), ed il 7 marzo dalle pagine del quotidiano “L'Ora” risposi per le rime a quel Ministro, che si guardò bene dal rispondermi; ovviamente la Procura di Palermo tacque, anche in presenza del fatto che, da ben 3 anni i lavoratori denunciavano alle istituzioni, ai politici ed alla società civile, la presenza criminale dentro lo stabilimento navale palermitano e che per questo, poco più di due mesi prima (2 novembre 1989) s'era svolta la protesta denuncia ad oltranza di noi lavoratori di Fincantieri.&lt;br /&gt;In compenso però si faranno sentire le intimidazioni mafiose, attraverso i telefoni, i consigli ultimi ai miei parenti prossimi a cominciare dalla mia povera madre, ecc..&lt;br /&gt;E poi non poteva mancare il mio sindacato, la Fiom Cigl che l’8 luglio1990 per intimidire i miei compagni di lavoro e tentare il mio isolamento, mi espelle accusandomi di aver costituito un nuovo sindacato: fra i maggiori protagonisti di tanta viltà, coperti dai politici e dalla Cgil Regionale si distinsero i fratelli Lupo che poi hanno avuto figli in galera, condannati per associazione mafiosa.&lt;br /&gt;L’espulsione dal sindacato non intimorì ne me, ne tanto meno i miei compagni di lavoro che non mi lasciarono mai solo: ciò m’incoraggio a continuare con le denunce e le battaglie contro la presenza mafiosa dentro i cantieri navali di Palermo; scrivendo un'accorata lettera aperta al Presidente della Repubblica che fù ripresa e pubblicata anche dai giornali nazionali e dalla Rai.&lt;br /&gt;Per questo il 31 ottobre del 1990 Fincantieri, a termine turno di lavoro, in uno scenario da congiura, nella portineria operai mi consegnò una raccomandata a mano con la quale entro 5 giorni, m’intimava di ritirare le mie dichiarazioni alla stampa.&lt;br /&gt;A quella lettera risposi che non avevo nulla da ritirare o chiarire; è che anzi era giunto il momento che Fincantieri chiarisse le sue posizioni, a fronte delle mie dure critiche e delle denunce formulate assieme ai miei compagni di lavoro.&lt;br /&gt;Ero fermamente convinto e così lo erano tutti i miei compagni di lavoro ed i “miei amici” politici che Fincantieri non poteva osare un licenziamento tanto scandaloso.&lt;br /&gt;Il 5 novembre 1990, primo giorno utile per prendere decisioni disciplinari nei miei confronti così come minacciato nelle lettera di contestazioni; non accadde nulla....&lt;br /&gt;Fù così fino a tutta la giornata di lavoro del 13 novembre: il tardo pomeriggio di quel giorno ero stato impegnato in un pubblico dibattito “I diritti e le Regole” presso il gremitissimo “Piccolo Teatro a Palermo (molta gente era rimasta fuori) ed avendo constatato fino a quel giorno, che Fincantieri non aveva preso nei miei confronti alcun provvedimento disciplinare, durante il mio intervento fui molto pacato e costruttivo contro quella che in ogni caso era, l’azienda che mi dava lavoro.&lt;br /&gt;Il mondo mi crollò addosso quando tornato a casa, quella sera trovai mia moglie ed i miei figli in lacrime; Fincantieri aveva notificato, in mia assenza, la lettera di licenziamento alla mia famiglia per sconquassare, il già fragile equilibrio della mia serenità familiare, che in quei giorni era oggetto di continue minacce telefoniche.&lt;br /&gt;Il giorno successivo i giornali diedero notizia che Fincantieri mi aveva querelato per diffamazione a mezzo stampa...(?)&lt;br /&gt;Con la procedura d’urgenza attivata dai miei legali, l’allora deputato regionale e avvocato Alfredo Galasso e l’avvocato Vincenzo Gervasi ebbi immediatamente ragione ed il Pretore il 1 dicembre di quell’anno ordinò il mio reintegro nel posto di lavoro in attesa del processo che si sarebbe svolto successivamente.&lt;br /&gt;La bellissima notizia mi colse mentre mi trovavo a Nicosia, impegnato in un Convegno, insieme a Leoluca Orlando, Anna Finocchiaro del PCI, oggi PDS e tanti altri che si riempivano la bocca di valori; forse, fatto salve poche persone e gli studenti presenti per l'occasione, nella sala Consiliare del Comune di Nicosia, i valori che circolavano, erano solo di tipo bancario.&lt;br /&gt;Fincantieri, fiancheggiata dalle compromissorietà sindacali e politiche prese atto della sentenza pagandomi tutte le spettanze economiche ma, non permise mai il mio ingresso nello stabilimento: nemmeno in occasione delle assemblee sindacali dove i miei compagni per paura, sempre più debolmente, reclamavano la mia presenza...&lt;br /&gt;Consapevole di non aver mai ed in alcun modo leso gratuitamente la dignità di alcuno, affrontai le conseguenze procedurali di quella querela con estrema serenità.&lt;br /&gt;Anche se le dichiarazioni più pesanti le avevo formulate sul “Manifesto”, Fincantieri propose querela per diffamazione nella Procura di Catania adducendo che la dichiarazione, era stata pubblicata sulla “Sicilia” giornale di quella città: ciò mi portò ad accettare la non richiesta ma, espressa disponibilità a difendermi, d'un avvocato catanese che si diceva antimafioso e militava nella mia stessa area politica, “la Rete”.&lt;br /&gt;Tutto appariva inconsueto, inspiegabile e la mia totale ignoranza sulle questioni procedurali e processuali non mi permisero di capire in tempo, quali “difficoltà difensive” si stavano predisponendo contro le mie serene ragioni di uomo libero; fù così che con una pretestuosa e infamante accusa, Antonino Cipponeri mi tenne 8 anni ostaggio di quella querela, fino alle scuse ed al ritiro incondizionato della stessa. (gennaio1998). Quando la Giustizia lo vorrà, potrà farsi largo anche in questo risvolto della mia storia che segna inequivocabilmente le difficoltà dei siciliani che non vogliono arrendersi alla mafia....&lt;br /&gt;L'ingiusta sentenza di primo grado, aveva registrato anche le scuse dell'avvocato Gioacchino Sbacchi, il quale ebbe a dirmi:&lt;br /&gt;&lt;&lt;&gt;&gt;&lt;br /&gt;Solo anni dopo mi resi conto del motivo che “aveva costretto” Fincantieri ad un licenziamento tanto scandaloso, camuffato con la pretestuosa diffamazione di cui, ebbe poi i vantaggi delle “mie difficoltà” difensive: ecco cosa era accaduto.&lt;br /&gt;Il 12 novembre, (come consueto in quei giorni) l’officina dove lavoravo dentro lo stabilimento navale era meta di centinaia di miei compagni di lavoro che venivano ad esprimermi la loro solidarietà sfidando mafiosi, azienda e sindacalisti corrotti.&lt;br /&gt;Un gruppo di lavoratori ed alcuni capi mi fecero constatare che dal maggio 1987 e cioè da quando avevamo fatto l’esposto alla Procura della Repubblica che mi era stato sottoscritto da 120 lavoratori, l’azienda accumulava in una parte, dello stabilimento, poco visibile dall’esterno, milioni e/o forse centinaia e centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti tossici e speciali: quello stesso pomeriggio mi recai all’Assemblea Regionale dove parlai dei fatti con il deputato Regionale Franco Piro che subito dopo diede seguito ad una interpellanza parlamentare ed il rituale comunicato stampa che il giorno dopo fu pubblicato solo dalla solita redazione palermitana della “Sicilia” di Catania.&lt;br /&gt;Avevo toccato un tasto molto pericoloso ed “avevo costretto” inconsapevolmente Fincantieri allo scandaloso e clamoroso licenziamento: non riuscivano a fermarmi ed in gioco c'erano moltissime centinaia di miliardi di fondi, della Comunità Europea.&lt;br /&gt;Quando nell'anno 1993, compresi il vero motivo del mio tentato licenziamento, mi resi conto che l’usuale ingiustizia giudiziale non si era consumata del tutto contro lo scrivente, perchè a Palermo si sarebbe screditata del tutto, quella che appariva una nuova stagione di libertà dal condizionamento mafioso; ma, in ogni caso Fincantieri, con il mio allontanamento dallo stabilimento navale e godendo delle difficoltà Istituzionali e dai rombanti silenzi politici, aveva ottenuto un risultato molto utile per continuare a farsi beffa della Costituzione della legge e dei palermitani onesti..&lt;br /&gt;Di fatti, Fincantieri prese atto della sentenza Giudiziaria, ma non mi permise mai di rientrare dentro lo stabilimento navale: mi pagava gli emolumenti senza per questo farmi rientrare nel mio ruolo di lavoratore e di sindacalista eletto dai lavoratori.&lt;br /&gt;Nel mese di giugno dell’anno 1992 con un argomentato e documentato esposto alla Procura di Palermo, dimostrai pittorescamente il livello compromissorio fra la dirigenza Fincantieri e “cosa nostra”.... il 16 luglio di quello stesso anno fui ascoltato dal PM che da più di tre anni chiamo in causa, (via D'Amelio) che insieme ad altro suo collega verbalizzò le mie ulteriori argomentazioni: ma poi non accadde nulla...&lt;br /&gt;Paolo Borsellino, conosceva ed aveva copia quel documentatissimo e argomentato Esposto; immediatamente dopo la strage, il tarlo del dubbio s'insinuò dentro l'animo mio, che assolutamente si rifiutava di dargli l'onore di sospetto: era come se qualcuno, avesse cercato d'insinuare dentro di me, che mia moglie, mi tradisse!.. Solo 10 anni dopo mi resi conto che...&lt;br /&gt;Già all'indomani della strage di via D'Amelio, alcuni miei fedeli e leali amici, decisamente convinti del fatto che, quelle stragi erano si, state eseguite da “cosa nostra” ma, su ordine della mafia che ha il volto delle Istituzioni, mi proposero di organizzarci in setta segreta armata, e costituire una sorta di violenta incertezza fra le cosche dei vari mandamenti: avremmo dovuto uccidere, con il sistema di agguati eclatanti e nelle zone di appartenenza, diversi attori criminali, di cui era certa per voce di popolo (“boss”) l'appartenenza a “cosa nostra”.&lt;br /&gt;Le violente azioni che, s'intendevano di legittimo patriottismo, in quel momento storico, avrebbero potuto rompere il ferreo rapporto di fiducia fra i “boss” dei vari mandamenti e scatenare quindi una guerra all'interno di “cosa nostra” mettendo in crisi, anche il molto probabile infame controllo politico-istituzionale, di quelle stragi e dei loro fedeli esecutori.&lt;br /&gt;L'idea mi piacque, ma la ragione prevalse ed ebbi un gran da fare per spiegare a quei miei fratelli e veri compagni di sani valori, che quella scelta era impossibile d'attuare, perchè metteva in campo troppi nemici contro di noi e contro le nostre famiglie.&lt;br /&gt;&lt;&lt;non&gt;&gt; dissi loro &lt;&lt;noi&gt;&gt;&lt;br /&gt;Nella Palermo del dopo stragi, il negozio di mia moglie sito in via Dei Cantieri, che era il mio rifugio e punto di ritrovo con i miei amici, i miei compagni di lavoro e la gente della borgata, fù l'unica attività commerciale che nella città di Palermo e forse nel Paese espose un lenzuolo manifesto con le immagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con l'aggiunta di frasi durissime, manoscritte contro “cosa nostra.&lt;br /&gt;La gente ma, anche molti giornalisti, fra i quali, il mio amico Fabrizio Carrera del Giornale di Sicilia, il mio amico Michele Guccione della “Sicilia”, il mio amico Rino Cascio del “Manifesto” ed oggi della Rai, l'esperto di mafia Attilio Bolzoni, che abitava a pochi metri del mio negozio e tantissimi altri giornalisti, ho ragione di credere che non potrebbero mai, smentirmi.... detto questo e giusto che si sappia, che sopra tutto i Gianni Minoli e gli Stefano Santoro, che in quei giorni costruivano reportage e dibattiti televisivi per la Rai, i Maurizio Costanzo (sic.) e tutta l'informazione più in generale, ignorò quel clamoroso fatto, che andò in scena per anni; si doveva ignorare, cancellare la mia storia... la storia d'un cittadino, d'un lavoratore, d'un sindacalista eletto dai lavoratori che veniva retribuito dalle Partecipazioni Statali e messo ai margini della società civile dai media Nazionali e dalle Istituzioni.... la verità che serviva a quel sistema per sfuggire alle sue colpe, era un'altra e bisognava scriverla con le presunte verità, delle storie lacrimevoli di altri. Il dato più triste registrato in quei giorni fù quello che, Domenico Pipitone, figlio di Antonino, espose nella sua Tabaccheria (in quel tempo sita in Largo Villaura;oggi in via Dei Cantieri) un foglio raffigurante Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.&lt;br /&gt;Era stato “convinto” al gesto che copiava l'iniziativa del mio negozio, da una militante dei DS in cerca di candidature politiche al Comune di Palermo, del gruppo delle lenzuola palermitane che era venuta espressamente a congratularsi con me pere il nostro lenzuolo esposto.... fu lei stessa a dirmi che il tabaccaio di Largo Villaura aveva assunto quella “coraggiosissima iniziativa”.&lt;br /&gt;Misi immediatamente in guardia questa assistente Sociale che era già diventata amica di Domenico Pipitone, la misi in guardia senza mezze parole; ma, evidentemente quella signora aveva altre ragioni da portare avanti... (sic.)&lt;br /&gt;Tanto per essere precisi, Antonino Pipitone che personalmente negli anni 80 ho visto insieme a Bruno Contrada è uno, forse l'unico fra i boss palermitani che è riuscito ad attraversare indenne tutti i cambi di guardia del potere mafioso-criminale andati in scena dagli anni 50 fino ai nostri giorni, nel mandamento che va da Partanna Mondello al Porto ed al Mercato Ortofrutticolo di Palermo... tutti sono morti e/o sono stati seppelliti in nelle celle più profonde delle galere, lui no... Radio borgata ha sempre insinuato una sorte di “sbirritudine buona” (politica), che con le relazioni con i Bruno Contrada, garantiva a “cosa nostra” la tranquillità nei comparti illegali, riguardanti gli appalti ed il lavoro più in generale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A conferma, di quello che appare un “uomo protetto da “certe istituzioni” e bene sapere che quando costui fece uccidere la propria figlia, che aveva costretto a sposare “un uomo” (sic.) che non amava, perchè tradiva il marito indesiderato, con il ragazzo che quell'indegno padre gli aveva impedito di amare e sposare, e dopo che l'uomo che quella ragazza amava (un suo largo parente) si suicidò buttandosi giù da un altissimo balcone di un palazzo di via Guido Jung) radio borgata cominciò a sussurrare che l'onore (sic.) di don Nino Pipitone era salvo; la rapina dell'Arenella, dove era stata uccisa sua figlia era stata tutta una messa in scena.&lt;br /&gt;Radio borgata, dava l'annuncio di questo fatto già nel mese di ottobre dell'anno 1983; dovettero passare 7 anni prima che la giustizia attraverso Marino Mannoia prendesse nota dei fatti.... mi viene difficile a credere che nessuno sapesse, fra Carabinieri e Polizia... e difficile che loro non sapessero un fatto che sapevano tutti e di cui tutti mormoravano perchè così voleva il boss... perchè si doveva sapere....&lt;br /&gt;Sui sopra citati, esponenti della grande informazione nazionale c'è molto di più in ordine a quelle che mi piace ancora oggi definire “difficoltà” professionali...&lt;br /&gt;Nell’aprile del 1993, informato dai miei compagni di lavoro che tutti i milioni di rifiuti tossici e speciali che erano stati ammassati dentro lo stabilimento navale fin dall’anno 1987 venivano in quei giorni (in occasione della costruzione del nuovo bacino in muratura di 150.000 TN) venivano affondati in quei giorni nel mare, dentro i cassoni di cemento armato che formano oggi i laterali del bacino, ed i restanti sotterrati insieme alle grandi condotte fognarie che deviano il corso degli scarichi cittadini, che fino a quei giorni scaricavano nella costa dello stabilimento navale.&lt;br /&gt;Confortato dalla mia diretta conoscenza dei fatti e dal supporto fotografico e documentale dei miei compagni di lavoro, ancora una volta scrissi un adeguato e documentato Esposto alle Autorità competenti: non sapevo che esisteva già un Esposto che denunciava le stesse cose, ma nel porticello dell'Acquasanta, presentato dal Presidente “dell'Associazione Biportisti” (il compagno e professore Daidone) che peraltro era stato pesantemente minacciato inducendo lo stesso PM ha sollecitare una tutela per i teste esponente dell'Esposto.&lt;br /&gt;Solo casualmente (in avanzata sede Processuale sic.) sia lo scrivente che il Daidone, apprendemmo di aver fatto la stessa cosa (Esposto) senza sapere l'uno dell'altro e quando ci confidammo i fatti ed il Daidone mi racconto delle minacce e dei provvedimenti del PM a sua tutela, gli posi la seguente domanda:&lt;&lt;&gt;&gt;&lt;br /&gt;Il povero Daidone dovette convenire con me, sui molti inquietanti dubbi.&lt;br /&gt;Quel giorno dovevo esser finalmente sentito come teste in aula, per quel Processo che ormai s'avviava a morire di prescrizione; tant'è che quel giorno quel “Processo” subì un rinvio, proprio ad inizio seduta.... (sic.)&lt;br /&gt;Quel giorno colsi l'occasione per chiedere alla PM:&lt;&lt;come&gt;&gt;&lt;br /&gt;La PM preoccupata ma, volendo apparire sicura di sé, mi disse:&lt;br /&gt;&lt;&lt;&gt;&gt;&lt;br /&gt;Fui convocato alla successiva udienza (pomeridiana) il PM era cambiato e sperai che il bolognese tanto pubblicizzato dalla stampa come promettente Sost Procuratore della Pretura di Palermo, potesse liberare un po' di verità e giustizia.&lt;br /&gt;Fu così che alla prima domanda, scattai dentro l'infernale scenario della produzione di quei rifiuti, dei suoi manipolatori dei modi in cui venivano affondati a mare, sia dentro lo stabilimento navale che nel porticello dell'Acquasanta, facendo i nomi di Antonino Cipponeri, altri dirigenti aziendali, dei mafiosi Galatolo e loro accoliti e via via sempre più dentro l'infame scenario..&lt;br /&gt;Il Pretore una signora che poi incontrerò in un Convegno pubblico contro la mafia e che stranamente nel vedermi fuggirà letteralmente, il nuovo e promettente PM e gli avvocati degli imputati, cercarono più volte di fermarmi, ma non riuscirono in questo intendimento; ero un fiume in piena...&lt;br /&gt;Nei giorni a seguire, andai a trovare quel PM bolognese, che quel pomeriggio in aula era rimasto stupito dalla mia lunga deposizione che chiamava in causa “cosa nostra”.&lt;br /&gt;Su quel PM metto un velo pietoso, anche se resta pesantemente presente un dubbio, anzi un velenoso sospetto da chiarire:&lt;br /&gt;&lt;&lt;&gt;&gt;&lt;br /&gt;Questo esposto e le foto di merito sono disponibili nei documenti di questo sito.&lt;br /&gt;Il 6 ottobre dell’anno 1994 il potere che ha il volto delle istituzioni, vinse contro quell’uomo che “cosa nostra” non poteva uccidere impunemente e che quindi per accordi politici, economici ed istituzionali doveva diventare un morto civile: una sentenza del tribunale dava ragione a Fincantieri che in quei 4 anni era riuscita a costruirsi le condizioni per tanta vergognosa “giustizia”...&lt;br /&gt;Quella sentenza ha goduto delle “difficoltà” del “mio amico” e avvocato Vincenzo Gervasi che dopo la strage di via D'Amelio cominciò a fuggire dalla mia storia.&lt;br /&gt;Ma, di una cosa debbo dargli atto, così come mi scrisse nell'anno mese di febbraio del 1996, per riavvicinarsi a me (ben due volte ed ho, sia le lettere che un testimone credibile e galantuomo):&lt;br /&gt;&lt;&lt;&gt;&gt;&lt;br /&gt;In effetti leggendo le indegne omissioni della Prefetto e del Questore di Palermo di quel tempo (relazione della Commissione Antimafia), si capisce perchè. (sic.)&lt;br /&gt;Avevo vicino la gente e malgrado tutto e tutti, anche molti miei compagni di lavoro, che mettevano a rischio la loro serenità lavorativa e familiare pur di starmi vicino. Forse è per questo che non mi lasciai mai sopraffare dalla voglia di atti disperati.&lt;br /&gt;La gente della mia borgata e molti lavoratori del cantiere navale scrissero di loro pugno almeno 700 lettere all’allora Presidente della Commissione Antimafia On. Tiziana Parenti che a seguito di queste sollecitazioni mi ricevette a Roma il 20 ottobre del 1994: ero convinto che un Governo diverso da quello formato da i “miei amici” politici poteva avere un atteggiamento diverso nei confronti dell’ingiustizia Istituzionalizzata e per questo consegnai a quel Presidente un voluminoso fascicolo di documenti: ma fù tutto vano...&lt;br /&gt;Nel dicembre del 1994, ero ormai un uomo prossimo alla rinuncia della ragione: Fincantieri arrogantemente conduceva il giuoco come gli piaceva; riusciva a non concedermi nemmeno la possibilità di difendermi attraverso l’utilizzo dei tatticismi dei suoi avvocati e sfruttando “le mie difficoltà difensive” in quel processo d’appello alla mia condanna per diffamazione... anche il cambio di avvocato non aveva sortito nulla di nuovo... “le mie difficoltà” erano uguali e/o peggio di prima....&lt;br /&gt;Per questo, in occasione delle festività natalizie, scrissi una durissima lettera lesiva alla dignità di Antonino Cipponeri: volevo indurlo a querelarmi per calunnia, per poi in quell'istruttoria ed in quel processo, evidenziare le vergogne consumate contro un uomo che aveva avuto la sola colpa di credere nella Giustizia e si schierava senza secondi fini a fianco, dello Stato e delle sue Istituzioni.&lt;br /&gt;La lettera fù spedita a mezzo raccomandata il 19 dicembre 1994; Antonino Cipponeri tramite un mio fedelissimo mi mando la risposta tre giorni dopo: &lt;&lt;&gt;&gt;&lt;br /&gt;Difatti la risposta, dopo essersi preannunciata con il mio totale isolamento ambientale, ( la gente non era più disponibile a rischiare la propria serenità per una battaglia che anziché vedere lo Stato al nostro fianco, attraverso le sue pesanti inadeguatezze lo vedeva oggettivamente collegato agli interessi che s’intendevano combattere) arrivo puntualmente la sera di mercoledì 8 marzo del 1995, quando intorno alle ore 19,45 circa trovai ad attendermi a pochi metri da casa mai l’emergente figlio (Vito) del boss Vincenzo Galatolo che fiancheggiato da altri 5 o 6 suoi degni compari con pesanti minacce mi porto la risposta alla lettera che avevo scritto ad Antonino Cipponeri; tutto era stato organizzato nei minimi particolari: per l’occasione i boss avevano predisposto la presenza di molti loro fiancheggiatori, almeno 50 fra commercianti e pseudo imprenditori del cantiere navale che attardandosi per l’occasione davanti ad un bar gestito da parenti di mafiosi “poi pentiti” il giorno dopo hanno avuto il compito di raccontare delle coraggiose gesta del giovane figlio di Vincenzo Galatolo che era riuscito a distruggere moralmente e nella sua dignità; Gioacchino Basile....&lt;br /&gt;Quella sera dovetti solo subire: non potevo nulla contro quei cani che m’avevano circondato in stretta misura; non potevo farmi ammazzare sotto gli occhi dei miei figli e di mia moglie. Ma, dovevo aspettare il giorno dopo per constatare quanto poca cosa, fosse stata l’umiliazione di quelle minacce, in confronto al ruolo che quei commercianti e quei pseudo imprenditori, che la filosofia governativa delle verità re-interpretate, vuole quasi sempre vittime del potere mafioso, assunsero contro la mia onorabilità e del mio orgoglio di uomo libero.&lt;br /&gt;I fatti si erano svolti in una piovigginosa serata di mercoledì e nella via Montalbo, oltre a registrare la chiusura di tutte le attività commerciali di quella strada-mercato, segnava anche la quasi totale assenza dei non “addetti ai lavori”: chiunque fosse passato poco prima o durante l'evento criminale, conoscendo il copione che stava per andare in scena, sapeva che doveva immediatamente sparire.&lt;br /&gt;La mattina successiva, il mio orgoglio di uomo libero e la mia stessa dignità, per la gente della mia borgata ed i miei compagni di lavoro erano soltanto un remoto ricordo: Gioacchino Basile non esisteva più....&lt;br /&gt;Come sempre la tenacia e la forza d’animo furono gli elementi che m’aiutarono a tirarmi fuori, per salvare almeno il mio orgoglio ed il mio onore di uomo libero.&lt;br /&gt;Il già pluriomicida e boss fra le pieghe delle sue minacce, ebbe a dirmi:&lt;&lt;&gt;&gt;&lt;br /&gt;Dopo appena tre giorni, dalle conferme a verbale, in ordine alle minacce di cui ero stato oggetto la sera dell'8 marzo 1995, la notte del 19 febbraio non ignoti vandali incendiarono il negozio di mia moglie.&lt;br /&gt;Il Dottor Luigi Patronaggio, da onesto e leale servitore delle Istituzioni, agendo da figlio di buona madre riuscì a sconfiggere le “difficoltà” resistenti nella Procura di Palermo ed ottenuta la giusta condanna di Vito Galatolo (figlio del boss stragista Vincenzo Galatolo- personaggio gradito alla dirigenza di Fincantieri Palermo), il 12 luglio 1997, grazie anche alle verità dei pentiti la giustizia, cominciò a squarciare lo squallido scenario statalista, che vedeva protagonisti i criminali.&lt;br /&gt;Lunedì 28 luglio 1997, per mettere al sicuro la mia famiglia, fui costretto insieme a loro ad archiviare le nostre storie, ad abbandonare la nostra città, i nostri affetti, la nostra casa e l’attività commerciale di mia moglie.&lt;br /&gt;Subito dopo, cominciarono a palesarsi più pesantemente le difficoltà del Dottor Luigi Patronaggio, che dovette abbandonare la Procura e seppur in via provvisoria, (lui che era un esponente di punta di quella Procura) andò a fare il Pretore a Bagheria... (sic.)&lt;br /&gt;Al suo posto, nello scenario investigativo che riguardava “cosa nostra” ed i suoi compagni di merenda, entro lo stesso Magistrato, che nel mese di luglio del 1992, aveva mancato clamorosamente l'appuntamento con quella verità e quella giustizia che erano stati negati clamorosamente a noi lavoratori di Fincantieri, dall'anno 1982 malgrado la stagione del “pentitismo” gli esposti alla Procura, le denunce pubbliche e la moltitudine dei fatti registrati dalla cronaca giudiziaria e dalla stampa ...&lt;br /&gt;Nel 1998, dopo più di un anno di forzato esilio, tornai a Palermo in qualità di Consulente del Sindaco della città e d’allora pur di continuare le mie battaglie di libertà, quando ero a Palermo, dormivo in un alloggio della Caserma della Polizia, Pietro Lungaro.Il 1° giugno 1999 la Commissione Antimafia e il Governo Nazionale imposero la mia riassunzione a Fincantieri.&lt;br /&gt;Ho vinto così, (da vivo) la prima vera battaglia contro la mafia; nel nostro Paese.&lt;br /&gt;Nel dicembre dello stesso anno, per motivi di opportunità presentai le dimissioni in cambio d'un lavoro per mio figlio, fin troppo penalizzato, dalle mie battaglie ideali.&lt;br /&gt;Dal 1999 insieme a tanti altri concittadini iniziai il cammino contro le debolezze Istituzionali e le convenienze politiche che attraverso la propaganda Governativa sull’equivoco del Racket delle estorsioni mafiose, (“pizzo”) rappresentano “cosa nostra” come un’organizzazione criminale che riesce ad imporsi solo attraverso la sua azione intimidatrice; mentre, al sud del Paese tutti sanno che i criminali consolidano il loro potere grazie al consenso economico-ambientale costruito dall’inadeguatezza Politica e Istituzionale: in questo contesto i veri estorti in ordine economico e morale sono i cittadini, i disoccupati senza speranza, i lavoratori senza diritti e gli operatori economici onesti, che debbono subire in silenzio la concorrenza sleale dei capitali mafiosi e le loro regole.&lt;br /&gt;La nostra Società è ancora oggi governata dall’artifizio clientelare che produce bisogni e costringe la gente a inchinarsi all’estorsione delle regole mafiose ed elettorale; per resistere alle più elementari necessita esistenziali....&lt;br /&gt;Non è facile smontare questo triste teatrino, che conosco bene nella sua natura e nei suoi protagonisti ad ogni livello Politico Istituzionale e Sociale; giornalisti, politici, villantatori e/o miseri eroi di carta che si sono costruiti un “ruolo” sfruttando le storie lacrimevoli, vere, presunte o totalmente re-interpretate di vittime del racket... Equivocando sul vero senso eziologico del cosiddetto “pizzo”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Continua..... nei prossimi giorni.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8577004451338754756-777764295119649291?l=gioacchinobasile.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/feeds/777764295119649291/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8577004451338754756&amp;postID=777764295119649291' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/777764295119649291'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/777764295119649291'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/2008/04/la-storia.html' title='La storia'/><author><name>Giocchino Basile</name><uri>http://www.blogger.com/profile/02927092151441947961</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_9qVypSHQU8k/SAjCCwWge-I/AAAAAAAAABA/WKqm78Bp6ww/s72-c/Ginopiccolo.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8577004451338754756.post-5318408668384255053</id><published>2008-04-18T08:38:00.002-07:00</published><updated>2008-04-18T08:39:06.713-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Lettere aperte'/><title type='text'>Al Presidente della Commissione Antimafia Roberto Centaro</title><content type='html'>Spett. le Presidente Commissione Antimafia&lt;br /&gt;On. Roberto Centaro.&lt;br /&gt;lì 20 agosto 2004&lt;br /&gt;Oggetto: richiesta incontro riservato.&lt;br /&gt;Spett.le Presidente, On. Roberto Centaro,&lt;br /&gt;seguendo il consiglio del Senatore Ferdinando Dalla Chiesa, scrivo per chiederLe, un incontro riservato in merito ai fondati e documentati sospetti che dalla sera del 25 febbraio 2002, assillano la mia mente in ordine al movente, che molto probabilmente ha determinato la strage di via D’Amelio il 19 luglio 1992 a Palermo.&lt;br /&gt;Il mio fondato e documentato sospetto, si consolida pittoricamente lungo l’arco di quindici anni di patriottiche battaglie contro “cosa nostra” e la mafia (1982-1997): è il racconto delle vicende sociali, economiche, politiche e giudiziarie attivate dallo scrivente e dalla moltitudine dei suoi compagni di lavoro, contro “cosa nostra” che operò indisturbata per almeno un ventennio dentro Fincantieri a Palermo e del modo in cui quelle battaglie furono perdute, anzi, di come lì lo Stato dentro quello stabilimento navale aveva cambiato natura e si era ritirato, lasciando emergere un modo di gestire l’insieme dei poteri economici, politici, sindacali e Istituzionali, che perdevano progressivamente i caratteri della legalità, sostituendoli con una normalità modellata sull’accettazione di comportamenti platealmente illegali che, erano ormai divenuti la norma fondante della progressiva deindustrializzazione di quella che storicamente era stata la più grande realtà industriale della Sicilia.&lt;br /&gt;Dentro questo mio viaggio esistenziale, si snodano e si liberano inesorabilmente quelle verità che notificano la descrizione della sparizione dei confini fra Stato e Antistato, tra diritto e crimine; di più, viaggiando dentro di esso si perde la possibilità di individuare l’Antistato perché lo Stato, dentro quello stabilimento navale ed in quell’importante borgata di Palermo, sì era dissolto..&lt;br /&gt;Questo è il contesto che vede entrare in scena Emanuele Paolo Borsellino ed un nuovo impegno della Procura di Palermo... tutto si risolse nel giro di pochi giorni... e già all’indomani della strage di via D’Amelio, qualcuno in quella Procura riprese la linea degli errori che salvarono Fincantieri e “cosa nostra” che indisturbata, continuò ad esercitare le sue “funzioni regolatrici” nello stabilimento navale di Palermo, fino al 12 luglio 1997: ma, c’è di più, molto di più...&lt;br /&gt;ON. Presidente, spero che la SV/ accolga questa mia patriottica richiesta, consentendomi così di ancorare i fatti che fondano il mio solido sospetto, nella conoscenza della Sua Autorevole figura Istituzionale e se la SV/ lo riterrà opportuno anche, alla conoscenza dell’intera Commissione Antimafia, perché vivo la preoccupante impressione che, la Magistratura di Caltanissetta mi sfugga rischiando di commettere quegli errori che, potrebbero vanificare la speranza (almeno quella) di rendere Giustizia ad Emanuele Paolo Borsellino ed i cinque Poliziotti che lo scortavano.&lt;br /&gt;Sulla mia storia ed in ordine ai fatti di cui si è già interessata negli anni 1998-99 la Commissione, oggi da Lei Presieduta, può chiedere delucidazioni all’attuale Sottosegretario agli Interni ON. Alfredo Mantovano, che nel mese di gennaio 1999 relazionò, l’inchiesta di questa Commissione che fu approvata all’unanimità, che fra l’altro la SV/ dovrebbe ben conoscere per aver partecipato a quei lavori, e per aver contribuito notevolmente a rendermi un minimo di giustizia morale e politica.&lt;br /&gt;Con stima e fiducia&lt;br /&gt;Gioacchino Basile&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8577004451338754756-5318408668384255053?l=gioacchinobasile.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/feeds/5318408668384255053/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8577004451338754756&amp;postID=5318408668384255053' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/5318408668384255053'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/5318408668384255053'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/2008/04/al-presidente-della-commissione.html' title='Al Presidente della Commissione Antimafia Roberto Centaro'/><author><name>Giocchino Basile</name><uri>http://www.blogger.com/profile/02927092151441947961</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8577004451338754756.post-1629602676310311334</id><published>2008-04-18T08:38:00.001-07:00</published><updated>2008-04-18T08:38:40.548-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Lettere aperte'/><title type='text'>E-mail a Manfredi Borsellino, figlio di Paolo Borsellino (luglio 2003)</title><content type='html'>Luglio 2003&lt;br /&gt;E-mail a Manfredi Borsellino, figlio di Paolo Borsellino&lt;br /&gt;Caro Manfredi, il 2 giugno us. il nostro Presidente della Repubblica, ha solennizzato il valore della nostra Costituzione Democratica, ed invitato alla concordia, la classe politica di governo e d’opposizione del nostro Paese.&lt;br /&gt;Alla luce della mia storia e della storia della nostra comunità, sentivo le parole del nostro Presidente come una beffa, come un’ulteriore inganno ma, poi la ragione prevalse ed ammisi a me stesso che stavo sbagliando nel criticare un uomo, che giorno e notte deve confrontarsi, con le miserie dei tanti feroci nani, che da destra a sinistra per meschini fini personali avvelenano la vita democratica del nostro Paese.&lt;br /&gt;Il 2 giugno, erano già trascorsi ben 96 giorni dal momento in cui la Procura di Caltanissetta aveva ricevuto una mia missiva, (assicurata – raccomandata) con la quale chiedevo che, là dove si fosse accertata la fondatezza delle mie critiche ad un PM della Procura della di Palermo; in ordine alla strage di via D’Amelio, chiedevo d’essere ascoltato in condizioni di serenità ed in modo formalmente corretto, per informare la Procura di Caltanissetta, dei fondati è documentati sospetti che dal mese di febbraio 2001, affollano la mia mente: vero è che, la richiesta era subordinata alle loro indagini, in ordine alle mie liti Giudiziarie con quel Magistrato ma, è altrettanto vero che, data la gravità delle dichiarazioni che intendo fare, quei Magistrati imprigionando le mie argomentate dichiarazioni dentro i verbali Giudiziari, avrebbero avuto più forza per farsi largo, sia nei possibili e meschini secondi che potrebbero indurmi ad alzare la posta in gioco che, (là dove i fatti da me esposti avessero anche agli occhi dei Magistrati acquisito dignità probatoria) dentro l’infernale verità di quei tuguri statalisti che hanno deindustrializzato il sud del nostro Paese, senza predisporre altre serie è valide alternative occupazionali, certi utilizzando le funzioni regolatrici dei criminali di natura endogena che alla luce dei miei argomentati è documentati sospetti) ha deciso, non solo la morte di Suo Padre e di altri cinque onesti servitori dello Stato ma, là dove si conclamasse Giudizialmente questa mia solida è ricca tesi probatoria, arriveremmo con estrema naturalezza al movente delle stragi dell’anno 1993, dove gl’infami “uomini” (?) di “cosa nostra”, a mio solido convincimento, saziarono la loro vendetta contro “quei poteri occulti” dello Stato e della politica, che prima li avevano utilizzati in funzione regolatrice e poi li avevano traditi.&lt;br /&gt;Per quelli come me, la Magistratura aveva solo il volto di Suo Padre, di Giovanni Falcone e dei tanti altri Magistrati massacrati a Palermo e nel nostro Paese, dall’infamia politica e criminale: in virtù di questa forte convinzione, mi auto ingannavo, anche di fronte ai pesanti dubbi, che affollavano la mia mente; mi rifiutavo di guardare in faccia questa possibile verità.&lt;br /&gt;Non c’era obiettività in me: avevo paura di quella prospettiva che ucciderebbe definitivamente le mie speranze, in quella che, mi piaceva è mi piace ancora oggi, definire “la roccia, sotto la palude” sulla quale noi Palermitani potremmo poggiare i solidi pilastri per costruire il nostro sogno di libertà.&lt;br /&gt;Questi lunghi anni, alla luce del mio stoico fatalismo, non sono stati anni negati alla verità; anzi, è stato come se la sorte consapevole della mia estrema solitudine, prima di far luce dentro le mie ragioni e dentro l’animo mio, avesse voluto far maturare tutte le inoppugnabile condizioni, che potessero consentirmi di armarmi adeguatamente, per poi guardare dentro un contesto mai esplorato con sereno coraggio è forte determinazione.&lt;br /&gt;Volevo è voglio, mettere dentro i verbale Giudiziari quei fatti, quei documenti, quel&lt;br /&gt;contesto ed i nomi dei suoi protagonisti, senza per questo lasciarmi trascinare dentro l’offesa gratuita nei confronti della mia od altrui onorabilità.&lt;br /&gt;Ma, ancora oggi ed anche in presenza del fatto che, ho precisato per iscritto ad altro Magistrato queste mie perplessità, nessuno sembra avere interesse ad ascoltarmi.&lt;br /&gt;Conclusi la lettera a quel PM degno di stima, affermando che avrei atteso fino alla data odierna, un segnale inequivocabile della Procura di Caltanissetta o del Dottor Pierluigi Vigna ma, questo segnale di buona volontà non è ancora arrivato; costringendomi a rendere pubbliche queste mie perplessità, anche a costo di fare incendiare le moltissime code di paglia, che da ciò trarranno profitto per tentare l’aggiustamento anche dei fatti evidenti è documentati e per tentare di costituirmi altri problemi esistenziali: ma, fin d’adesso dico loro, che finchè non ci saranno dei Magistrati che motiveranno per iscritto l’incongruenza dei miei fondati e legittimi sospetti “cosa nostra” ed i suoi possibili indegni compagni di merenda, avranno addosso il palermitano Gioacchino Basile: un umile operai di borgata; un soldato che la sorte ha armato adeguatamente con la profonda conoscenza dell’infamia subculturale, sociologica, criminale e politica a tutti i livelli.&lt;br /&gt;Il Presidente del Consiglio, che altri miei concittadini mi hanno imposto, è stato indagato per molti anni: un presunto “pentito” aveva dichiarato, che forse dai si dice e non si dice di Totò Reina, Silvio Berlusconi era il nuovo referente politico di “cosa nostra”: bastarono alcune frasi dette da un rozzo ignorante e lurido assassino per mettere alla gogna Giudiziaria e Internazionale, l’onorabilità d’un uomo che sicuramente come tutta la classe imprenditrice del globo terrestre, non è un santo degno di altari religiosi ma, che nella sua veste economica ed Istituzionale, andava quantomeno tutelato con il segreto istruttorio, fino a prova contraria.&lt;br /&gt;Ancora una volta la parola d’un mercenario, “un pentito”(?) sembra valere più di quella degli uomini liberi che sfidano il male in ogni suo risvolto per amore di quegli ideali pagati con il sangue dei nostri eroi; non scordiamoci che mai, a nulla valsero le tantissime denuncie che feci insieme ai miei compagni di lavoro nei confronti di “cosa nostra” è la pubblica solidarietà della gente della borgata, che nell’ottobre del 1994 per ben 700 volte e singolarmente, scrisse all’allora Presidente della Commissione Antimafia ON. Tiziana Parenti, chiedendole di ascoltarmi in ordine alle nostre ragioni umiliate e la scandalosa vicenda di cui ero vittima anche con il tradimento Istituzionale e l’ingiustizia Giudiziaria: l’allora Presidente della Commissione Antimafia mi ricevette alle ore 14 del 20 ottobre a Roma; a Lei consegnai un inoppugnabile è scandalosa documentazione in riguardo ai fatti.&lt;br /&gt;Tutti eravamo convinti che la Tiziana Parenti potesse o volesse fare qualcosa, ma...&lt;br /&gt;In un Paese normale, un comune cittadino, un uomo, che ha votato la sua esistenza alla difesa della libertà e dei valori sanciti nella nostra Costituzione Democratica non avrebbe la necessità rendere pubblici quei dubbi che lo hanno inquietato per circa nove anni è che da circa sei mesi a seguito di una certezza empirica; della lettura dei suoi appunti post mortem; delle indagini documentali e di una lunga sequenza d’indizzi convergenti è convintissimo che il quadro assunto, ha dignità di sospetto fondato; di ragione che giorno e notte gli piange davanti e chiede Giustizia.&lt;br /&gt;La nostra Comunità ha sempre sofferto il condizionamento della mafiosità politica e di pezzi importanti delle Istituzioni che nella radicalizzazione dello scontro politico cosiddetto antimafioso, hanno coperto è di fatto agevolato la capacità contrattuale ed intimidatrice di “cosa nostra” ed abbandonato inermi, i Siciliani all’arbitrio degli interessi costituiti, senza distinzione di colore politico.&lt;br /&gt;Se sono veri, così come sono veri, il contesto lo scenario ed i protagonisti che voglio mettere all’attenzione della Magistratura, allora è altrettanto vero che forse sono ad un passo della verità, di quella verità che da cinque mesi non riesco a mettere a verbale di fronte ai Magistrati.&lt;br /&gt;Nella nostra comunità, si sà, ormai è storia vecchia il fatto che, la giusta sintesi della verità diventi la stessa causa del silenzio per spirito di sopra vivenza; nella folle acquiescenza al dogma di poter così sopravvivere all’inferno in cui si è costretti a vivere ed ad esercitare le professioni esistenziali nelle migliori condizioni possibili; cosi chè, gli uomini valorosi delle Istituzioni muoiono per mano criminale, ed altri di questi morti si fanno immeritatamente scudo, per continuare ad esercitare la loro piccineria morale, professionale è politica.&lt;br /&gt;Detto questo, prego umilmente i tantissimi onesti, militanti nelle professioni Istituzionali, di lasciare solo alle code di paglia, il compito di costituirmi problemi Giudiziari ed altro: a quei politici che si sono guadagnati le posizioni di potere con la logica mafiosa ed a quelli che invece hanno utilizzato quella antimafiosa (?) per eccellenza, dico avanti prego; impaziente, vi stò aspettando al varco.&lt;br /&gt;Manfredi, in Piazza XIII Vittime c’è un monumento in ricordo ai caduti contro la mafia; quel monumento fù donato alla nostra città dalla Fincantieri: la base di quel monumento (un pentagono) per strana finalità della sorte, fù montato dall’operaio è sindacalista Gioacchino Basile; ciò accadeva mentre “cosa nostra” imperava indisturbata, dentro il cantiere navale è mentre le Istituzioni anche Giudiziarie ignoravano (sic.) le mie denunce sempre sottoscritte dai miei compagni di lavoro ma, la cosa che si rivelò ancora più infame fù quella che, quel monumento in quella Piazza lo montarono proprio gli sciacalli legati a “cosa nostra”.&lt;br /&gt;Quel Monumento deve essere lavato dall’inganno ed io non avrò pace, fino a quando non ci sarò riuscito; a qualsiasi costo....&lt;br /&gt;Gioacchino Basile&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8577004451338754756-1629602676310311334?l=gioacchinobasile.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/feeds/1629602676310311334/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8577004451338754756&amp;postID=1629602676310311334' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/1629602676310311334'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/1629602676310311334'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/2008/04/e-mail-manfredi-borsellino-figlio-di.html' title='E-mail a Manfredi Borsellino, figlio di Paolo Borsellino (luglio 2003)'/><author><name>Giocchino Basile</name><uri>http://www.blogger.com/profile/02927092151441947961</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8577004451338754756.post-1134432932521107807</id><published>2008-04-18T08:37:00.000-07:00</published><updated>2008-04-18T08:38:05.435-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Lettere aperte'/><title type='text'>Al Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi</title><content type='html'>Al Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi&lt;br /&gt;e. p.c. a tutti i mezzi d’informazione.&lt;br /&gt;Oggetto: sospetti sulle stragi mafiose.&lt;br /&gt;Luglio 2003&lt;br /&gt;Signor Presidente,&lt;br /&gt;rivolgo all’attenzione d’una figura istituzionale che, per sua sintesi politica e morale, è tenuta a qualsiasi costo a difendere l’onore del nostro Paese e delle sue Istituzioni con estremo vigore e senza alcun cedimento, la speranza di Verità e Giustizia del nostro Paese.&lt;br /&gt;Sono ormai trascorsi undici anni dalle stragi mafiose avvenute a Palermo e dieci da quelle altrettanto infami stragi con le quali “cosa nostra” si vendico del tradimento politico e Istituzionale dei suoi compagni di merenda: tanti, tantissimi anni, per inchiodare alle proprie infami responsabilità solo la parte criminale di un contesto senza onore, che ha sempre privato del diritto di cittadinanza i Siciliani, in uno Stato che si dice civile e Democratico.&lt;br /&gt;E i compari di Totò Riina ed accoliti, dove sono?&lt;br /&gt;Le chiedo: se si trovasse il movente e l’infame contesto che decise perentoriamente una di quelle stragi e le successive azioni di vendetta di “cosa nostra”, crede veramente che la Magistratura ed il potere reale possano avere il coraggio e la libertà d’affrontare lealmente la verità?...&lt;br /&gt;Signor Presidente, Le confesso che mai come oggi ho avuto il dubbio che ciò avvenga: forse ho sbagliato nel credere che questo nostro Paese, grondante di maree di sangue di Eroi sempre traditi, prima o poi potesse avere il coraggio di guardarsi dentro.&lt;br /&gt;Per favore, Signor Presidente, vuole chiedere al dottor Pier Luigi Vigna, conto di questo mio comunicato stampa?...&lt;br /&gt;Signor Presidente, mentre legge questa lettera aperta sono passati esattamente 145 giorni dal momento in cui la Procura di Caltanissetta ha ricevuto una mia missiva con la quale, là dove si fosse accertata la fondatezza delle mie critiche ad un PM della Procura di Palermo, chiedevo d’essere ascoltato in condizioni di serenità ed in modo formalmente corretto per informare quella Procura dei fondati, documentati ed argomentati sospetti che, dal mese di febbraio 2002, affollano la mia mente in ordine alla strage di via D’Amelio.&lt;br /&gt;Vero è che la richiesta era subordinata alle loro indagini, in ordine alle mie liti (?) Giudiziarie con quel Magistrato, dove per altro sono sereno e forte delle inconfutabili verità documentate, ma è altrettanto vero che, che, quei Magistrati, imprigionando le mia dichiarazioni dentro i verbali Giudiziari avrebbero avuto già modo, di accertare, alla luce dei miei argomentati e documentati sospetti; il possibile movente che, avrebbe potuto decidere la morte di Paolo Borsellino e degli altri cinque onesti servitori dello Stato.&lt;br /&gt;Inoltre, laddove si conclamasse Giudizialmente questa mia solida e ricca tesi probatoria, si potrebbe arrivare, con estrema naturalezza, anche al movente delle stragi dell’anno 1993 dove gl’infami “uomini” di “cosa nostra” saziarono la loro vendetta contro “quei poteri occulti” dello Stato e della politica che, prima li avevano utilizzati in funzione regolatrice per le stragi di Capaci e di via D’Amelio nell’anno 1992 a Palermo, e poi li avevano traditi.&lt;br /&gt;Per quelli come me la Magistratura aveva solo il volto di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino e dei tanti altri Magistrati massacrati a Palermo e nel nostro Paese dall’infamia politica e criminale: in virtù di questa forte convinzione, quando appresi la notizia della strage in via D’Amelio, seppure il dubbio cominciò a tormentarmi, lo scacciai deliberatamente.&lt;br /&gt;Per questo, là dove i miei fondati sospetti dovessero conclamarsi in sede Giudiziaria, mi auto ingannavo: avevo paura di offendere quella prospettiva, che in alcuni miei articoli per i giornali, mi piaceva definire “la roccia, sotto la palude sulla quale noi Palermitani potremmo poggiare i solidi pilastri, per costruire il nostro sogno di libertà”.&lt;br /&gt;Rifiutavo l’obiettività della ragione: non volevo accettare che poteva esistere anche la possibilità del contesto, che chiedo d’indagare.&lt;br /&gt;Questi lunghi anni, alla luce del mio stoico fatalismo, non sono stati anni negati alla verità; anzi, è stato come se la sorte, consapevole della mia estrema solitudine, prima di far luce dentro le mie ragioni e dentro l’animo mio, avesse voluto far maturare tutte le solide condizioni, per consentirmi d’armarmi adeguatamente per poi guardare, con serenità e forte determinazione, dentro uno scenario mai esplorato: che a seguito della lettura dei miei appunti a futura memoria e delle indagini telematiche effettuate dopo aver accertato il grave pregiudizio di quel PM contro la mia onorabilità, ho scoperto un quadro probatorio, che grida e chiede Giustizia.&lt;br /&gt;Volevo e voglio, mettere dentro i verbali Giudiziari mentre sono vivo, quei fatti, quei documenti, quel contesto ed i nomi dei suoi protagonisti, senza per questo lasciarmi trascinare dentro l’offesa gratuita nei confronti della mia od altrui onorabilità.&lt;br /&gt;Per questo il 22 maggio, dopo accordo telefonico, trovandomi di passaggio per coincidenza aerea da Fiumicino, (mi recavo a Bari dove il giorno dopo 23 maggio, insieme al Sotto Segretario on. Alfredo Mantovano, il Prefetto di Bari ed altre autorità Istituzionali, incontrai gli studenti ed i docenti dell’Istituto Professionale Santarella per parlare di legalità) ho spedito una lettera a mezzo raccomandata ad un Magistrato degno di fiducia, pregandolo d’attivarsi per sbloccare l’attuale preoccupante situazione di stallo che, mi dispiace dirlo, somiglia tantissimo alle scene d’inadempienza Istituzionale e dello strapotere statalista, che si è sempre imposto contro le battaglie palermitane del sottoscritto e contro i tanti, i troppi, misteri d’Italia.&lt;br /&gt;Conclusi quella lettera, affermando che avrei atteso fino alla data odierna, un segnale della Procura di Caltanissetta o del Dottor Pierluigi Vigna.&lt;br /&gt;Il 3 luglio us. ho manifestato queste mie preoccupazioni anche ad un alto Magistrato, che gode della mia incondizionata stima con la speranza, che potesse in qualche modo rendere quieto l’animo mio: conoscendo l’alta statura morale è Istituzionale di questo Magistrato non ho alcun dubbio sul suo avvenuto intervento ma, non essendo ancora arrivato alcun cenno di buona volontà, sono costretto a rendere pubbliche queste mie dolorose perplessità.&lt;br /&gt;Non è mia intenzione offendere la statura morale e/o la professionalità dei Magistrati interessati ma, là dove dovessi commettere un errore, anche strategico; esso per quello che mi riguarda è giustificato: bastava poco per indurmi a non rendere pubbliche questi miei inquietanti dubbi, bastava anche solo un cenno.&lt;br /&gt;La giustificazione è data dai troppi silenzi e dalle troppe omissioni Istituzionali, di cui è costellata la mia storia, dove troppe volte dopo avere atteso invano, l’intervento della Magistratura e delle Istituzioni, ho scoperto, l’ignavia ed il tradimento vestito con l’abitino dell’omissione.&lt;br /&gt;Nella nostra comunità, troppe volte la giusta sintesi della verità diventa la stessa causa del silenzio per spirito di sopravvivenza; cosicché, gli uomini valorosi delle Istituzioni muoiono per mano criminale ed altri che, nel loro effettivo sentire morale non hanno nulla da spartire con i nostri Eroi, si fanno molte volte immeritatamente scudo di questi morti, per continuare ad esercitare la loro piccineria nei palazzi del potere, al servizio di quel potere che è ancora capace di negare qualsiasi verità: sono pienamente consapevole del fatto che, stò tentando un volo impossibile e che, pagherò amaramente questa mia, voglia di Verità e di Giustizia... ma, mi creda Signor Presidente, ormai le meschinità umane non fanno più paura ad un uomo che grazie ai tantissimi tradimenti subiti, non ama più la vita: quest’uomo consapevole, d’essere un misero ammasso di frattaglie come tutti gli altri uomini, ormai confida solo, nella Misericordia di Dio per le sue debolezze umane, e nel sogno di quella libertà sempre negata ai Giusti ed ai deboli di tutto il mondo.&lt;br /&gt;Là dove, dovesse ancora dominare, il potere dei malvagi e dei prepotenti di questo nostro Paese, ora essi hanno solo due soluzioni davanti al loro meschino esercizio mafioso; quello di farmi ammazzare e/o quello d’impelagarmi con intento calunnioso, dentro pretestuosi ed interminabili Processi: ma, in ogni caso lo scrivente, i nostri Eroi e le vittime innocenti delle stragi criminali del 93, ai quali intendo garantire Giustizia a qualsiasi costo, lasceremo ai giovani di questo Paese un messaggio finalmente vero e non reinterpretato, da quelle meschinità politiche, economiche ed umane che sono state sempre sovrapposte alla nostra voglia di libertà dal dominio mafioso e criminale.&lt;br /&gt;Adesso sono tantissime le code di paglia, che dalla Sicilia fino a Roma si stanno certamente incendiando; sono le code di quelli che nel nome del rinnovamento, agli inizi degli anni 90, sono riusciti a rinnovare quell’inganno storico, che ha sempre messo il guinzaglio, alle nostre illusioni di cittadini liberi in uno Stato democratico&lt;br /&gt;Signor Presidente, a Palermo, in Piazza 13 Vittime, c’è un monumento in ricordo ai caduti contro la mafia; quel monumento venne donato alla mia città da Fincantieri: la sua base, un pentagono d’acciaio, per strana fatalità, venne montato dentro l’azienda dallo scrivente; ciò accadeva mentre “cosa nostra” imperava indisturbata dentro il cantiere navale e le Istituzioni ignoravano le mie denuncie sottoscritte dai miei compagni di lavoro e dalla gente della mia borgata. Ma, il fatto ancora più infame fu che, quel monumento in quella Piazza venne montato proprio dagli sciacalli legati a “cosa nostra” che poi, nei loro tuguri, fuori e dentro lo stabilimento navale, si vantarono della loro ed altrui beffa!&lt;br /&gt;Quel Monumento deve essere lavato dalla beffa e dall’inganno, ed oggi più che mai, non avrò pace, fino a quando non ci sarò riuscito.&lt;br /&gt;Signor Presidente, con pieno rispetto è sentito affetto, Le confermo che ancora una volta il buon Dio, mi ha aiutato a sconfiggere la paura e la misera convenienza umana, che con prepotenza s’annida anche dentro di me: spero che Lei riesca a fare lo stesso, intervenendo energicamente affinchè si faccia, leale e piena luce sui fatti in oggetto, che in ogni caso non sfuggiranno alla storia di questo nostro Paese, che altri con il loro sangue più di noi hanno contribuito a costruire.&lt;br /&gt;Gioacchino Basile&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8577004451338754756-1134432932521107807?l=gioacchinobasile.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/feeds/1134432932521107807/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8577004451338754756&amp;postID=1134432932521107807' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/1134432932521107807'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/1134432932521107807'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/2008/04/al-presidente-della-repubblica-italiana.html' title='Al Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi'/><author><name>Giocchino Basile</name><uri>http://www.blogger.com/profile/02927092151441947961</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8577004451338754756.post-1679922483102363239</id><published>2008-04-18T08:36:00.001-07:00</published><updated>2008-04-18T08:37:02.878-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Lettere aperte'/><title type='text'>Al Ministro di Grazia e Giustizia On. Castelli del 14 gennaio 2003</title><content type='html'>14 gennaio 2003&lt;br /&gt;* Lettera aperta al Ministro di Grazia e Giustizia&lt;br /&gt;ON. Roberto Castelli&lt;br /&gt;E.p.c.&lt;br /&gt;Presidente della Repubblica ON. Azeglio Ciampi;&lt;br /&gt;Presidente del Consiglio dei Ministri ON. Silvio Berlusconi;&lt;br /&gt;VC. Presidente del Consiglio dei Ministri ON. Gianfranco Fini;&lt;br /&gt;Presidente del Senato ON. Marcello Pera;&lt;br /&gt;Presidente della Camera dei Deputati ON. Pier Ferdinando Casini;&lt;br /&gt;tutti gl’indirizzi e-mail delle Istituzioni, della politica, dei giornali, delle tv;&lt;br /&gt;tutti i cittadini di cui si conosce l’indirizzo e-mail: a questi ultimi chiedo d’aiutarmi, in questa disperata richiesta di Verità e Giustizia, facendo viaggiare via e-mail verso tutti gl’indirizzi conosciuti nel mondo, la denuncia che segue...&lt;br /&gt;La seguente lettera aperta al Ministro di Grazia e Giustizia, On. Roberto Castelli, seppure a piccoli gruppi (per motivi tecnici), è stata inviata a circa 3.900 persone.....&lt;br /&gt;Oggetto: sete di Giustizia ....&lt;br /&gt;Signor Ministro,&lt;br /&gt;dopo l’argomentata e documentata missiva dell’11 gennaio 2002, torno a scriverLe con la speranza che questa lettera aperta stimoli il Suo autorevole intervento.&lt;br /&gt;Precisato che “mafia” è tutto ciò che s’occulta trasversalmente nei palazzi e nei tuguri del potere con il preciso ruolo di negare anche l’evidenza ed il diritto alla dignità ed alla Giustizia agli uomini ed alle donne, che osano recitare fino in fondo il loro diritto civile e politico e che “cosa nostra” e le altre organizzazioni criminali di natura endogena sono invece l’infame appendice subculturale che nei territori del sud per conto di quella indegna filosofia del potere, direttamente o indirettamente, governano attraverso le loro violente funzioni regolatrici, il malessere e l’illegalità che produce reddito per la moltitudine di cittadini di quei territori, con la compiacente ignavia di molti politici “selezionati” in quelle Regioni, porto alla Sua autorevole attenzione quanto segue....&lt;br /&gt;Sono Gioacchino Basile, un cittadino che si trova ancor oggi, sotto protezione nella struttura del Servizio Centrale Protezioni nella qualità di teste, non perché un maledetto giorno mi trovai spettatore involontario in uno scenario delittuoso o perché fui preso di mira dai criminali per un qualsiasi motivo personale... ma, perché tenendo fede al giuramento fatto di fronte ai cadaveri di Pio La Torre e Rosario Di Salvo, (due compagni vittime dei killer di “cosa nostra” a Palermo il 30 aprile del 1982), decisi di non vivere più passivamente una vita condizionata da quella quotidiana ingiustizia, che massacrava con le armi dei criminali i migliori fra noi che osavano opporsi con estrema determinazione alla politica del tanto peggio, tanto meglio.&lt;br /&gt;In quel tempo sapevo già quanto fosse profondamente trasversale la compromissorietà politica, economica e Istituzionale con l'organizzazione criminale denominata "cosa nostra".... ero pienamente consapevole del fatto che, “tirando sassi nello stagno per colpire le rane, avrei costretto poi, i coccodrilli a venire fuori dalle limacciose acque della palude”.&lt;br /&gt;L’arrivo a Palermo del Generale Dalla Chiesa aveva sconfitto ogni mia prudenza esistenziale e come la grandissima moltitudine dei miei concittadini, respiravo a pieni polmoni il bellissimo profumo d’una possibile svolta epocale.&lt;br /&gt;La sera del 3 settembre 1982, l’infamia criminale e mafiosa prevalse su tutto, anche sulla stessa credibilità d’uno Stato che nella sua esposizione dominante, non amava quel suo leale servitore, e qualcuno scrisse sul luogo della strage:&lt;&lt;&gt;&gt;&lt;br /&gt;Ma ciò non valse a farmi arrendere: anche se 15 anni dopo l’unica possibilità, che l’isolamento politico mi lasciò per mettere al sicuro la mia famiglia, fu quella d’andare via da Palermo, nella qualità di testimone di giustizia...(?)&lt;br /&gt;Il 28 luglio 1997 cinque leali cittadini dovettero abbandonare la loro casa, l’attività commerciale, il loro lavoro, archiviare le loro storie, i loro affetti ed i loro tantissimi amici: erano colpevoli d’aver creduto, che i valori della nostra Repubblica e del nostro Stato si riaffermavano, partendo dall’eroismo di tanti uomini delle Istituzioni, che malgrado le dure evidenze, avevano continuato a recitare fino al 1992, il loro ruolo e le loro funzioni Istituzionali, con alto senso dell’onore e pagato con il sangue dei giusti, la nostra vana speranza d’un futuro di cittadini liberi in uno Stato democratico e civile.&lt;br /&gt;Oggi l’attuale Governo, nel ruolo Istituzionale del Sottosegretario Alfredo Mantovano e la Commissione da Lui presieduta, (ai quali è doveroso un nostro sentito ringraziamento) mi ha messo nelle condizioni di raccattare i pezzi economici della mia vita e quella dei miei familiari; fra l’altro mi è anche stato affidato un contratto di consulenza esterna (retribuito) con il Ministero degli Interni per attestare nelle scuole, nei Convegni pubblici delle aree del sud del nostro Paese e con articoli stampa, che lo Stato Italiano vuole debellare le organizzazioni criminali, che la Giustizia è un valore sacro della nostra Costituzione Repubblicana e che noi cittadini abbiamo il dovere di combattere questa battaglia di libertà, insieme ai nostri referenti Istituzionali.&lt;br /&gt;Ma, Le chiedo:&lt;&lt;cosa&gt;&gt;&lt;br /&gt;Se almeno una volta, lungo l’arco del mio duro impegno esistenziale contro l’organizzazione criminale denominata “cosa nostra” e la mafia dei palazzi del potere, avessi avuto un minimo di Giustizia, oggi per misera convenienza e per la consapevole impotenza determinata della mia solitudine, “saggiamente” (?) potrei rinunciare al mio sogno di libertà, arrendermi alla mia morte civile e dire basta...!&lt;br /&gt;Potrei prendere atto della strutturale debolezza politica delle nostre Istituzioni ed inchinarmi alle palesi ingiustizie consumate contro la mia storia, da pezzi importanti della Procura di Palermo, che nel maggio del 1987 elusero sfacciatamente un mio Esposto sottoscritto da 120 lavoratori: per la prima volta nella storia della comunità siciliana, le vere vittime denunciavano con coraggio le infiltrazioni criminali e mafiose dentro il mondo del lavoro delle Partecipazioni Statali: la potentissima FINCANTIERI.&lt;br /&gt;Potrei anche arrendermi alla speranza d’ottenere giustizia contro quel PM che nel giugno del 1992 eluse la significativa funzione, di un mio argomentato e documentato Esposto contro “cosa nostra” consentendo ai criminali ed ai loro compagni di merenda di operare ancora indisturbati per altri cinque anni.&lt;br /&gt;Arrendermi “agli sbagli procedurali” che costrinsero il Tribunale, che finalmente nell’anno 1998 processava quei criminali, a non accogliere la mia richiesta di costituzione di parte civile [......] perché dagli atti non si evincevano (?) i danni arrecati allo scrivente ed alla sua famiglia: uno dei due PM che rappresentavano l’accusa era la stessa persona del 1992; lo stesso che poi davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia, (mesi prima che iniziasse quel Processo) aveva dovuto ammettere che sulle infiltrazioni criminali ai cantieri navali di Palermo non erano mai state fatte indagini, anche a fronte dei gravissimi fatti criminosi di cui s’erano resi protagonisti i Galatolo, i Madonia ed il loro clan, che per circa vent’anni “utilizzarono indisturbati” come base operativa, proprio il cantiere navale ed il porto di Palermo...&lt;br /&gt;Quanto quella mia ingiusta esclusione dal Processo abbia favorito i criminali ed i tristi attori, che operano dentro il circuito economico, politico, sindacale e Istituzionali della comunità Palermitana, non credo necessiti d’alcun commento...&lt;br /&gt;Anche quella volta le sedi della Giustizia furono governate per mandare in scena quel copione che ha trasformato un infimo fenomeno d’estrazione rurale in tragedia nazionale.&lt;br /&gt;Si dovevano processare solo i criminali e nascondere alla visibilità nazionale ed internazionale le convenienze e le pesantissime responsabilità dei tanti sciacalli e delle tante iene che banchettarono sulla deindustrializzazione e sulla dignità della già sofferente comunità palermitana, governando l’infame patto consociativo, con l’inganno, con il clientelismo, con il ricatto della cassa-integrazione, con l’omertà ambientale garantita dai criminali, con la totale assenza Istituzionale e con la certezza di poter vanificare ogni ricorso nei tribunali del lavoro da parte dei tanti lavoratori che speravano nella Giustizia.....&lt;br /&gt;E’ bene precisare che si arrivò a quel processo, solo dopo che l’azione investigativa sulle infiltrazioni criminali dentro la Fincantieri passò (forse per circostanze impreviste dai manovratori) nelle competenze del PM Luigi Patronaggio che poi lasciò, o dovette lasciare, la Procura di Palermo per andare a fare il Pretore in provincia...(?)&lt;br /&gt;Per non sconfiggere la feccia umana militante in “cosa nostra” e la cultura che li produce, fino agli anni 80’, il triste teatrino del potere si era dovuto impegnare fino all’indecenza per affermare anche di fronte all’evidenza, che essa non esisteva.&lt;br /&gt;Poi sono scesi in campo “i moralisti” ed i pseudo “intellettuali dell’ultima ora”, allevati nelle scuole della più infima ipocrisia, gestita dai padroni del potere e dai cattivi maestri che, attraverso il settore mediatico, hanno costruito nuove “verità assolute”.&lt;br /&gt;...... Si, proprio quei tanti che hanno realizzato sceneggiati deficienti, scritto articoli e romanzacci, impiantato programmi televisivi di prima serata, utilizzato la carta stampata e le operazioni mediatiche, per cucire addosso ad affidabili e velenosissimi nani il vestitino d’eroi di carta, per poi mandarli in Parlamento, dove le Istituzioni della Democrazia dovevano attestare che il paese è ostaggio dei Riina, dei Galatolo, dei Pipitone, dei Madonia, dei Graviano, dei Brusca, dei Buscetta, dei Provenzano, del “pentito” Giuffrè e di molti altri scadenti articoli umani come loro.&lt;br /&gt;Grazie a loro da più di un decennio va in scena quel cinico buonismo che, attraverso il vittimismo, stravolge consapevolmente la realtà profonda delle cose anche alla presenza del tanto sangue versato dai nostri eroi, riuscendo così ad allontanare la gente, dalla voglia di partecipazione a quella battaglia morale e ideale, che dovrebbe essere invece patrimonio di tutti gli Italiani.&lt;br /&gt;Se così deve essere, potrei anche prendere atto che la mia gente, ubriacata per intere generazioni, non vuole credere più in nulla e sì fa “una e centomila” per sopravvivere e resistere al triste copione della struttura di potere selezionata dalla mafiosità che manda sempre in scena l’ingiustizia, le verità reinterpretate, l’inganno e la morte.&lt;br /&gt;Anch’io, se così sì vuole, posso arrendermi al sogno di vedere sconfitti “cosa nostra” e la mafia di pezzi importanti del potere reale che nel sud del Paese relega inesorabilmente la mia gente ai bisogni più aberranti per garantirsi un ampio bacino elettorale..... in questi contesti la dignità umana costa pochissimo...&lt;br /&gt;Posso anche rassegnarmi al fatto che, questo Paese che ho tanto amato, debba essere ad ogni costo il Paese dove la velenosa ipocrisia dei potenti e dei loro sgherri possono anche uccidere la speranza d’un sogno difficile ma possibile da concretizzare nel tempo;&lt;br /&gt;Dove la feccia umana poi “pentita” non paga i suoi infami delitti ed è innalzata ad oracolo di verità per saziare la propaganda politica e le debolezze Istituzionali;&lt;br /&gt;Dove sono state consegnate medaglie d’oro al valore civile ai calunniatori;&lt;br /&gt;Dove da truffatori è facile passare al ruolo di vittima innocente di “cosa nostra” o di altre organizzazioni criminali per saziare la propaganda che vuole attestare la partecipazione dei cittadini in questa battaglia di libertà, ormai svuotata di leali contenuti.&lt;br /&gt;Ma, non m’arrenderò mai alla convenienza personale ed a farmi attore ingannevole nei confronti della mia gente: proprio io che ho visto sempre compiuta l’ingiustizia contro le mie ragioni che interpretano le ragioni negate alla mia gente...&lt;br /&gt;Non mi rassegnerò a subire in servile silenzio l’ingiustizia dello stesso PM del 1992, 1997 (era rientrato in scena dopo l’uscita del PM Luigi Patronaggio) del 1998 e del 1999, che gratuitamente ed arbitrariamente mi ha imprigionato dentro un labirinto Kafkiano è mi costringe a difendere la mia onorabilità dentro i Tribunali.&lt;br /&gt;Signor Ministro,&lt;br /&gt;non Le chiedo d’impegnare il Parlamento in una nuova legge e tantomeno di bloccare l’ingiusto processo che mi vede imputato senza aver commesso alcun reato: voglio ancora oggi, malgrado gli scandalosi fatti di cui sono vittima, avere fiducia nel giudizio della Magistratura Palermitana.&lt;br /&gt;Mi piace ancora pensare che il GIP rinviandomi a Giudizio, anche alla presenza delle mie illuminanti dichiarazioni che ho preteso fossero registrate, si sia voluto lavare le mani da un problema scandaloso per quel palazzo di Giustizia che non fu certamente un’isola felice per gli ormai archiviati, speculati e dimenticati; Cesare Terranova, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Gaetano Costa...&lt;br /&gt;Alla luce degli ultimi scenari riportati dalla cronaca, ho ragione di ritenere che forse ancora oggi le condizioni ambientali di quella Procura non siano cambiate per i tantissimi Magistrati, veramente degni di tanta responsabilità umana, civile e Istituzionale, che operano ancora oggi in quella Procura, dovendo fare i conti con una filosofia della Giustizia condizionata dalle strutturali debolezze ambientali.&lt;br /&gt;Sono però fiducioso, che le mie inoppugnabili ragioni verranno accolte anche nel caso, che a giudicarmi fosse il migliore amico del PM degli anni 1992/ 97/ 98/ 99....&lt;br /&gt;Le chiedo solo di ricevermi, per poterLe argomentare e documentare la mia storia: un classico da scuola, una vergogna inesorabilmente fotografata, che al di là d’ogni ragionevole dubbio, spiega come alla gente del sud è stata sempre negata la Giustizia e la speranza di un futuro libero e civile.&lt;br /&gt;Vorrei offrirLe umilmente l’opportunità d’una riflessione eziologica dalla quale poter far emergere la circostanza che vede, lo stesso PM che nel recente passato non ha “saputo” esercitare il suo ruolo per affermare la legalità ed il valore della Giustizia, oggi irritualmente ed arbitrariamente rinviare a giudizio (..e non solo questo..) nelle aule dei tribunali l’uomo che non si è inchinato alle sue “amichevoli” proposte tese a salvaguardare l’interesse della propaganda politica e l’immagine d’una “vittima innocente” della mafia da utilizzare nei processi...&lt;br /&gt;Di una “vittima innocente” che importanti pentiti hanno indicato nei tribunali con il ruolo di ex socio dei criminali..... (?)&lt;br /&gt;Per questi fatti, in data 19 dicembre 2001 ho presentato un argomentato e documentato esposto alla Procura di Caltanissetta ma, alla luce dei fatti, ho la triste sensazione che a Caltanissetta non ci sia molta buona volontà a far luce sull’esposto in oggetto...&lt;br /&gt;Signor Ministro,&lt;br /&gt;in questa battaglia di libertà insieme alla mia favolosa famiglia abbiamo ormai speso i migliori anni della nostra vita.&lt;br /&gt;Tutto mi è stato sempre ripagato con durissime beffe che ho sempre subito in silenzio per amore di quella battaglia ideale, che pensavo potesse prima o poi trovare uno sbocco positivo per il futuro della mia gente e per la credibilità delle nostre Istituzioni ma, non permetterò che a ciò s’aggiunga anche l’onta d’essere costretto, per meschina convenienza personale, ad essere proprio io l’artefice dell’inganno che uccide definitivamente la mia dignità di uomo libero, la mia storia ed il mio impegno civile con la rassegnazione, non solo a dover convivere con l’ingiustizia, che osa ridermi in faccia dopo averla combattuta per 21 anni ma, anche a venderla ai ragazzi del sud ed alla mia gente camuffata di verità...&lt;br /&gt;Chiedo e pretendo Giustizia: la chiedo, perché malgrado le tante beffe e le tante ingiustizie subite ci credo ancora; la pretendo, per poter testimoniare ai nostri ragazzi ed alla nostra gente, che il volto della Democrazia e della Giustizia assumono sempre le sembianze del nostro impegno di cittadini e, che i valori del nostro Stato non sono solo quelli bollati o azionari ma, soprattutto quelli della democrazia, della giustizia e della dignità umana.&lt;br /&gt;Ho sconfitto la paura della morte con la serenità delle mie ragioni, i tradimenti con la forza d’animo, la solitudine con la tenacia.... ora è il tempo di sconfiggere l’odioso, l’infimo tarlo della rassegnazione...&lt;br /&gt;Signor Ministro, La prego umilmente, m’aiuti a sconfiggerla con le armi della ragione!&lt;br /&gt;Cordialmente&lt;br /&gt;Gioacchino Basile&lt;br /&gt;PS: Alcuni piccoli accenni sulla mia storia si possono trovare nella seguente pagina web:&lt;br /&gt;http://www.centroimpastato.it/publ/online/cantieri/intro.htm&lt;br /&gt;Altre notizie più approfondite sono contenute nella relazione Antimafia su Fincantieri approvata all’unanimità nel gennaio 1999. (relatore ON. Alfredo Mantovano)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8577004451338754756-1679922483102363239?l=gioacchinobasile.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/feeds/1679922483102363239/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8577004451338754756&amp;postID=1679922483102363239' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/1679922483102363239'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/1679922483102363239'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/2008/04/al-ministro-di-grazia-e-giustizia-on.html' title='Al Ministro di Grazia e Giustizia On. Castelli del 14 gennaio 2003'/><author><name>Giocchino Basile</name><uri>http://www.blogger.com/profile/02927092151441947961</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8577004451338754756.post-3506958281303450976</id><published>2008-04-18T08:34:00.000-07:00</published><updated>2008-04-18T08:35:11.665-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Lettere aperte'/><title type='text'>Al Ministro di Grazia e Giustizia dell'11 gennaio 2002</title><content type='html'>Basile Gioacchino&lt;br /&gt;Località protetta&lt;br /&gt;Servizio Centrale Protezioni&lt;br /&gt;Roma&lt;br /&gt;Lì, 11Gennaio 2002&lt;br /&gt;Al Ministro di Grazia e Giustizia&lt;br /&gt;Signor Ministro,&lt;br /&gt;dalla folla indistinta che alla fine degli anni ‘80 sembrava volesse impegnarsi definitivamente per sconfiggere l’organizzazione criminale denominata “cosa nostra” e l’apparato socioeconomico che la fiancheggia, emerge come una comparsa impolverata, la storia di un cittadino siciliano, che senza secondi fini ha sacrificato sul fronte di questa battaglia ideale la sua esistenza, quella dei suoi familiari e quella delle centinaia di affetti parentali: la mia storia.&lt;br /&gt;Quando, nell’estate del 1983, la sorte m’indusse anzi mi costrinse a partire per questo lunghissimo viaggio esistenziale, armato solo dalla serenità delle mie ragioni, misi nel bagaglio delle mie uniche certezze, la mia morte, l’ignavia Istituzionale, i tradimenti politici e l’olocausto economico della mia famiglia.&lt;br /&gt;Mai, avrei pensato che anche superando, con l’aiuto benevole della sorte gli ostacoli sopracitati, pezzi di quella Procura, che per sua inadeguatezza Istituzionale m’aveva sempre negato giustizia ed avevo in ogni caso sempre difeso ad oltranza per mantenere saldo un fronte di riferimento, poi si sarebbero esposti irritualmente mettendo ingiustamente e consapevolmente in discussione l’unico patrimonio che m’è rimasto; la mia onorabilità, per uccidere le mie ragioni e salvare quelle d’un soggetto che per anni ha convissuto in ogni caso con “cosa nostra” e che di essa s’è dichiarato vittima innocente, attraverso una prassi inconciliabile con le prudenti attività criminali.&lt;br /&gt;La debolezza Istituzionale si è sempre concretizzata sfuggendo alle cause dei mali del sud e operando sui suoi effetti in modo propagandistico, aggiungendo così mali ad altri mali esistenti; rafforzando oggettivamente il consenso ambientale dei criminali, che come vermi nella palude, hanno continuato a riprodursi in grande quantità, grazie alle manifeste debolezze Politico-Istituzionali delle quali evidenzio quelle eziologicamente più significative:&lt;br /&gt;Questo è lo Stato che per sua intrinseca debolezza ha fregiato con la medaglia d’oro al valore civile una calunniatrice assegnandole anche tre miliardi e duecento milioni.&lt;br /&gt;Questo è lo Stato che attraverso la propaganda di regime ha innalzato ad oracoli di verità, assassini e delinquenti d’ogni risma per recuperare nella sua atavica debolezza Istituzionale e forse anche per gestire quelle verità che vedono tutti i Governi di questa Repubblica responsabili dei danni socio-ambientali nel sud del nostro Paese.&lt;br /&gt;Questo è lo Stato che ha riconosciuto valore eroico a persone morte per mano mafiosa, che forse eroi non sono mai stati se non nelle comode reinterpretazioni delle verità; eroi di carta costruiti attraverso la vuota propaganda dei media e delle tv per fare sapere nei consessi nazionali ed internazionali che la mafia forse è vinta e che la gente del sud è solidale con il suo Governo.&lt;br /&gt;.....La sommatoria di questo triste teatrino si è concretizzata in misera opposizione all’attuale Governo che ho politicamente contrastato ed al quale oggi ho il dovere ed il diritto di rivolgermi con fiducia, anche in presenza della mia opposizione ideale in molte delle sue scelte; sopra tutto quelle sul merito della Giustizia.&lt;br /&gt;Sono certo (posso dimostrarlo) che quando la moglie di Libero Grassi accusò pubblicamente il Ministro Lunardi d’aver pagato il pizzo, sapeva benissimo che stava offendendo strumentalmente e gratuitamente un Ministro della Repubblica.&lt;br /&gt;Ancora oggi questo Ministro, nei consessi Nazionali e Internazionali, paga l’onta di questa velenosa offesa...proprio Lui (l’unico fin qui) che ha avuto il coraggio di indicare l’unica strada possibile per liberare la gente del sud dall’odioso cappio criminale.&lt;br /&gt;Oggi a torto o/a ragione il Governo e la sua opposizione politica si scontrano sui temi della Giustizia: questo scontro se mantenuto sui binari del rispetto reciproco può essere utile, ma partire dagli interessi di Previti o da altri potenti divide il Paese: questi ultimi dopo aver forse commesso dei reati, pretendono, in virtù delle regole, del loro potere e delle loro cavillose interpretazioni, d’essere assolti.&lt;br /&gt;L’essere loro il riferimento, per cambiare le regole della Giustizia e cosa che allontanerà in ogni caso, sempre di più la gente dalle sue Istituzioni: perché sicuramente più che una riforma sulla Giustizia occorre garantire nei fatti la Giustizia.&lt;br /&gt;Signor Ministro umilmente le offro l’opportunità di una riflessione eziologica dalla quale partire per fare veramente gl’interessi della gente di questo nostro Paese.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8577004451338754756-3506958281303450976?l=gioacchinobasile.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/feeds/3506958281303450976/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8577004451338754756&amp;postID=3506958281303450976' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/3506958281303450976'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/3506958281303450976'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/2008/04/al-ministro-di-grazia-e-giustizia.html' title='Al Ministro di Grazia e Giustizia dell&apos;11 gennaio 2002'/><author><name>Giocchino Basile</name><uri>http://www.blogger.com/profile/02927092151441947961</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8577004451338754756.post-2557104108741421531</id><published>2008-03-21T09:18:00.000-07:00</published><updated>2008-04-18T08:43:52.653-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Gioacchino Basile'/><title type='text'>Gioacchino Basile</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_9qVypSHQU8k/R-Ptomd8xbI/AAAAAAAAAAM/e179tJvZZJ0/s1600-h/Mf%2520-%2520sig_%2520Basile%252003.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5180245278182917554" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_9qVypSHQU8k/R-Ptomd8xbI/AAAAAAAAAAM/e179tJvZZJ0/s400/Mf%2520-%2520sig_%2520Basile%252003.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Questo sito nasce per oppormi a quelle “concezioni esecutorie della legge” che pezzi importanti della Magistratura (lo testimonia duramente la storia), hanno imposto, ogni volta che la verità si stava facendo largo e puntava al cuore marcio di quella mafia che ha il “volto delle istituzioni”.&lt;br /&gt;Sconfiggere la parte non sana e/o inadeguata di certa Magistratura che tradisce e/o inibisce la Costituzione, è un sogno quasi impossibile; specialmente sé, chi ci prova è un uomo solo come lo scrivente.&lt;br /&gt;Arrendermi, dire basta, dopo tutta una vita di battaglie che ha visto quasi sempre il campo del mio nemico “affollarsi dei miei amici”, forse sarebbe la cosa più saggia da fare ma, sui valori di Libertà e Giustizia forse non sono stato mai ne saggio ne tanto meno prudente; sono stato quasi sempre un disperato, vestito con i coloratissimi e luccicanti abiti della ragione.&lt;br /&gt;La forza e la serenità dei mie patriottici ideali, hanno fin qui impedito alla mafia che ha la maschera del “potere ad ogni costo”, ai suoi servi annidati dentro le istituzioni democratiche ed a “cosa nostra” di ottenere la mia eliminazione fisica e/o morale.&lt;br /&gt;Mai lungo la storia dell'unità d'Italia era accaduto che le “debolezze” delle istituzioni politiche, avessero espresso tanta determinazione nel re-interpretare la verità, per imporre la leggenda, che indica la feccia umana associata in “cosa nostra” come invincibile (sic.) ed in grado di mettere in discussione il potere dello Stato.&lt;br /&gt;E stato “imposto un pensiero unico” che indica “cosa nostra” come l'anti-stato, mentre la storia del nostro Paese, testimonia e grida forte che i criminali hanno agito sempre in funzione di para-stato, quando hanno massacrato gli uomini delle Istituzioni, che quei ruoli recitavano con grande dignità personale e con sentire patriottico, sia nei confronti dello Stato, che nei valori civili e democratici sanciti dalla nostra Costituzione.&lt;br /&gt;Nel suo magnifico saggio “filosofia della bugia” Andrea Tagliapietra scrive che la menzogna corrisponde alle aspettative di chi ascolta ed è, quindi, efficacemente in grado di trarre in inganno.&lt;br /&gt;In buona sostanza, il proto bugiardo, ben rappresentato da Oscar Wild conosce bene il suo pubblico e conoscendolo può anticipare ciò che esso vorrebbe sentirsi dire, ciò che esso è disposto a credere.&lt;br /&gt;Le suddette, riflessioni, notificano pittoricamente, il frutto della storica stanchezza dei cittadini del sud, che poi si fà, cultura della rinuncia dentro le coscienze ma, anche rivalsa contro lo Stato e le sue Istituzioni.&lt;br /&gt;Sono stanco, ma non posso dire basta... non posso farlo almeno fino a quando non si porrà fine al gelido silenzio che in questi ultimi tre anni, si è contrapposto al mio documentato, argomentato e chiarissimo sospetto in ordine alla strage di via D'Amelio che segnò la morte di Paolo Borsellino e cinque poliziotti della sua scorta.&lt;br /&gt;Non posso ristorare la mia pesante stanchezza, dicendo finalmente basta ed arrendendomi alla ragione, che mi vuole sconfitto e senza speranza.&lt;br /&gt;Non posso farlo se, non si chiariranno in modo cristallino i motivi di quelle che appaiono “le rozze” omissioni della Procura di Palermo, perché dentro di esse molto probabilmente, c'è il movente della strage di via D'Amelio, dove sono morti: Paolo Borsellino e cinque poliziotti.&lt;br /&gt;A compagni che militano nei valori della sinistra ed ai concittadini che si rivolgono ad altri riferimenti ideali, con lo spirito vero, del dare, del contribuire a costruire un mondo migliore, chiedo umile attenzione.&lt;br /&gt;Nell'interesse della Verità e della Giustizia, spero che la gente di questo mio Paese ed i cittadini del mondo, possano leggere attentamente la lettera aperta indirizzata al figlio di Paolo Borsellino, ed ai parenti dei cinque poliziotti, morti con il valoroso Magistrato, quel maledetto 19 luglio 1992 e che ognuno di loro la faccia navigare via Web.&lt;br /&gt;E' una lettera necessariamente lunga per far comprendere a chi legge le forti e solide fondamenta del mio sospetto che da più di tre anni sono a disposizione della Procura di Caltanissetta..... senza alcuna fortuna....&lt;br /&gt;Il presente è un sito in lavorazione dove conto d'inserire tutta la storia documentata che mi racconta; lo scenario che verrà fuori metterà a dura prova la speranza che resiste ancora dentro le vostre coscienze.&lt;br /&gt;Avrei tanta voglia d'arrendermi e dire finalmente basta, ma non posso farlo... “Tanta saggezza” sarebbe un insanabile tradimento contro Paolo Borsellino e tutti quelli che nelle Istituzioni hanno recitato il loro ruolo di leali servitori delle istituzioni democratiche fino alle estreme conseguenze. La battaglia di civiltà e di vera emancipazione democratica e culturale non deve mai chiudersi al sogno di recuperare la libertà e la Giustizia fin qui negata: nemmeno dopo questo mio irripetibile viaggio esistenziale...&lt;br /&gt;A fronte della stanchezza, a fronte della consapevolezza e della ragione c'è la passione, ed il debito esistenziale da risarcire ai nostri Eroi.&lt;br /&gt;Gioacchino Basile &lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8577004451338754756-2557104108741421531?l=gioacchinobasile.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/feeds/2557104108741421531/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8577004451338754756&amp;postID=2557104108741421531' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/2557104108741421531'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8577004451338754756/posts/default/2557104108741421531'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://gioacchinobasile.blogspot.com/2008/03/gioacchino-basile.html' title='Gioacchino Basile'/><author><name>Giocchino Basile</name><uri>http://www.blogger.com/profile/02927092151441947961</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_9qVypSHQU8k/R-Ptomd8xbI/AAAAAAAAAAM/e179tJvZZJ0/s72-c/Mf%2520-%2520sig_%2520Basile%252003.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry></feed>
